Corso: tutti contro i gazebo. Gli esercenti: "Ci sentiamo ricattati"
* gazebo*Avremmo voluto poter parlare dei “gazebo della discordia”, per sottolineare una possibile differenza d’opinione: le strutture metalliche che da mesi ormai “abbelliscono” Corso Vittorio Emanuele ad Avellino, potevano piacere o meno. Il problema è che, sui gazebo, sono proprio tutti d’accordo: non piacciono a nessuno. E se i cittadini li deridono o gli affibbiano nomignoli creativi (l’ultimo in ordine di tempo, da quando hanno aggiunto anche le tende, è “box doccia”) gli esercenti dei locali ubicati di fronte a questi scheletri grigi ne lamentano, oltre agli evidenti inestetismi, dei grossi limiti per poter svolgere al meglio il proprio lavoro: troppo piccoli per potervi sistemare un numero di tavoli adeguato alle proprie esigenze, troppo alti e dalla copertura superiore fissa (quindi quando il sole cambia posizione, i raggi passano lo stesso), e le tende oltre ad oscurare chi ne sta usufruendo (e ciò non fa certo da stimolo a consumare) creano un effetto “serra” che aumenta la sensazione di calore invece di attenuarla.
A questi, si aggiungono i problemi “burocratici”. Con il passare dei giorni, gli umori dei diretti interessati stanno letteralmente precipitando, perché siamo climaticamente in estate piena, e il nodo da sciogliere con l’amministrazione comunale per quanto riguarda la convenzione di utilizzo è invece più ingarbugliato che mai.
«Se il Comune non torna sulle sue decisioni, non li fitteremo nemmeno per un giorno – dichiara la sig.ra Lina, del Frap’s – Non abbiamo mai voluto niente in regalo, vogliamo lavorare, e vogliamo pagare l’affitto di questi “cosi”, ma sapete a quanto ammonta? Alla cifra di 175 € più IVA, e la convenzione va sottoscritta per tutto l’anno, come se non sapessero che le condizioni meteorologiche di Avellino ci permettono di usufruire della seduta esterna appena tre mesi, e giugno è già praticamente finito. Poi ci sono l’assicurazione (se qualcuno li rompe, anche di notte quando siamo chiusi, paghiamo noi!) e la TOSAP (tassa occupazione spazi ed aree pubbliche, ndr). Inoltre sono piccolissimi! Vogliono la stessa cifra che pagavamo lo scorso anno, per darci a disposizione la metà dello spazio. E naturalmente siamo obbligati a comprare un arredo adeguato allo stile del gazebo: e delle mie 120 sedie, che ho acquistato negli anni scorsi, che me ne faccio? Ma la cosa peggiore è che ci stanno prendendo in giro. Dicono che il nostro parere è importante per loro e ci convocano in riunione, ma in realtà ci chiamano solo per comunicarci le decisioni che hanno già preso». Ma possibile che tutto sia stato fatto 'alle spalle' dei commercianti? «Quando ci informarono del progetto, sulla carta, questi gazebo erano dei puntini neri: non si capiva bene il risultato finale, e non ci opponemmo – continua Lina – Ma appena vedemmo il primo, fatto e finito, chiedemmo di cambiare alcune cose. Non ci hanno minimamente presi in considerazione. Stessa cosa con le tende: abbiamo chiesto di non metterle, e il giorno dopo le abbiamo trovate montate. Non hanno voluto i nostri consigli, però adesso i nostri soldi li vogliono, anzi, li pretendono».
«Ci sentiamo sotto ricatto – è l’amara considerazione di Sabino, della pasticceria De Pascale – Il comune ci ostacola. Ci ha detto che se non accettiamo di utilizzarli, ne farà l’uso che ritiene più opportuno: anche quello di tenerli completamente chiusi dalle tende, e in questo modo ci oscura le vetrine. Ma se non si apportano dei correttivi alla proposta iniziale, credo che nessuno di noi possa permettersi di utilizzarli. Oltre agli arredi nuovi, dovremmo anche pagare la costruzione di una pedana rialzata per sistemare i tavoli, perché i pali del gazebo sono sistemati quasi tutti a cavallo di una striscia di mattonelle concave, che causa dislivelli ed è portatrice di rivoli d’acqua. E al danno fatto a tutti, a me personalmente si aggiunge un’altra beffa: per i tavoli esterni che posso sistemare alle spalle del locale, e che quindi coi gazebo non c’entrano nulla, devo pagare la tassa di occupazione suolo pubblico anche se sono sulla mia proprietà privata, perché il comune ha il diritto di utilizzarla per il passaggio pubblico pedonale. ».
La stessa considerazione viene dal bar Esposito: «Pagare per poter mettere sotto al gazebo tre tavoli? No grazie. Se facciamo una stima approssimativa siamo sui 3.000 € all’anno, ma per l’uso effettivo, vanno spalmati su 3 mesi: e 1.000 € al mese diventano una spesa eccessiva. D’inverno a che ci servono? Quando non si lavora, ci andiamo a perdere».
«L’amministrazione comunale ha scambiato Avellino per Positano, dove se uno maggiora i prezzi è giustificato dalle attrattive turistiche, o per Cortina D’Ampezzo, dove si lavora all’esterno anche d’inverno grazie alla neve “buona” – tuona Filippo Iengo del Caffè Margherita – Io capisco se qualche collega alla fine accetterà, perché già far passare tutto questo mese di giugno senza poter lavorare anche fuori, ha fatto perdere parecchi soldi. Ma la mia è una piccola attività e questi costi non me li posso permettere. Altrimenti, l’unica soluzione che ho è quella di appendere, in modo che tutta la cittadinanza sappia, il listino prezzi “prima” e “dopo”, con le correzioni motivate del poter rientrare dei costi che questa amministrazione pretende. La nostra proposta era semplice e chiara: 800-900 € per i tre mesi estivi. E loro no: tutto l’anno o niente, allora niente. Adesso giugno è finito, e se chiudiamo un accordo per 2 mesi, posso pagare ancora meno.
Vogliamo poi toccare il tasto dell’arredamento? Dai 2.000 € a salire perché deve essere uguale per tutti, oltre al resto. Per poter sistemare quanti tavoli effettivi? L’architetto parlava di una superficie con un diametro di 5 metri, e quindi di 25 metri quadrati da poter sfruttare, ma la matematica non è un’opinione: l’area di un cerchio si calcola col pi greco, e questo la riduce già a meno di 20. Se poi ci dobbiamo aggiungere la pedana, non possiamo sovraccaricarla, e quindi la superficie realmente utilizzabile si dimezza ulteriormente.
La cosa che più mi fa innervosire è l’ipocrisia: tutti a dire “c’è la crisi”, ma non ci aiutano. Io pago quasi 2.000 € al mese di fitto del locale, per “esistere”, perché sempre il comune ha deciso che questo è il “salotto buono” della città e se lo fa pagare. Adesso dovrei versare altre cifre spropositate per poter lavorare, sempre per lo stesso motivo. Insomma, io pago due volte, e loro intascano solo».
E intanto, tra gli esercenti, si sta facendo largo l'idea che l'unico modo per sbloccare la situazione, sia quello di rivolgersi ad un legale.

Rosaria Carifano
(giovedì 21 giugno 2012 alle 14.49)
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