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  • Lunedì 20 Novembre 2017 - Aggiornato alle 05:10

«Nei miei taccuini 30 anni di potere, di storie, di Sud»: Enrico Fierro presenta La Genovese

Il giornalista de Il Fatto Quotidiano, autore di tanti libri di inchiesta, passa al romanzo: «Così racconto guardando le cose con gli occhi di quei personaggi che non trovano spazio nell'immediatezza della cronaca»

«Nei miei taccuini 30 anni di potere, di storie, di Sud»: Enrico Fierro presenta La Genovese

Sud, le sue sciagure, le sue tradizioni. Un luogo fisico ma anche mentale nel quale si intrecciano le storie di personaggi di fantasia e realmente esistiti, in cui si consumano vite, si inseguono sogni. Il romanzo di Enrico Fierro "La Genovese. Una storia d'amore e di rabbia" (edito da Aliberti) è una sintesi di tutto questo. Il protagonista è Frank Santaniello, giornalista solitario e profondo che incarna le passioni e le angosce di un popolo.

C'è qualcosa di autobiografico nel personaggio di Frank Santaniello?
"Assolutamente no. Frank a differenza mia è un uomo solo, senza famiglia, senza figli. Inoltre, non mi piace l'idea di una biografia essendo ancora vivo ed intenzionato a campare almeno altri 100 anni. Tuttavia, ho messo a disposizione del personaggio situazioni che ho vissuto e appuntato su decine di disordinati bloc-notes, nel corso di circa 30 anni di professione. Ogni cronista, d'altronde, seguendo un evento riempie decine di pagine di taccuino per poi utilizzarne una decina di righe. Io non ho fatto altro che prendere la parte inutilizzata ed andare con la memoria a quei momenti per farli rivivere".

Al di lĂ  del protagonista, chi sono i personaggi di cui parli?
"Tutti personaggi di fantasia che, però, interloquiscono con personaggi reali, viventi o vissuti. Personaggi che ho avuto modo di incontrare durante il mio percorso professionale o che mi sono stati raccontati da tanti bravi colleghi che ho conosciuto.

Come definiresti questo libro?
"Un libro sulle passioni: la passione per la politica e per il mestiere di giornalista. Un libro che mi ha concesso il privilegio di dare spazio a personaggi conosciuti in tanti anni di mestiere che non avevano potuto affermarsi nella immediatezza della cronaca. D'altronde io parto da un presupposto: ogni vita è un romanzo basta saperla osservare con attenzione".

L'ambientazione è nel Mezzogiorno d'Italia. C'è un riferimento preciso?
"No, non si tratta di una realtà precisa ma della sintesi di migliaia di realtà del Sud. Il potere che viene descritto lo si può osservare in tantissimi luoghi ed è un potere indifferente alle prime, alle seconde e alle terze repubbliche. E' il potere del clientelismo che sfrutta le risorse pubbliche ma anche quello del tradimento delle speranze".

Ma c'è un po' di Avellino, luogo in cui sei nato e cresciuto professionalmente?
"Avellino è forse il luogo più utile a descrivere la miseria e la grandezza del potere: una piccola realtà in cui negli anni 80 si è sviluppato il massimo potere politico italiano".

Ad emergere è anche un filo conduttore che collega il potere alle sciagure. E' il caso della vicenda del terremoto.
"La descrizione di quell'avvenimento è figlia di esperienze vissute sul campo: c'è il terremoto dell'Irpinia, c'è quello di San Giuliano, ma c'è anche quello de L'Aquila nella scena dei corpi distesi l'uno di fianco all'altro senza una bara. E così come è avvenuto nella realtà, per quanto si tratti di un romanzo di fantasia, esiste sempre un collegamento tra sciagura e potere perché dopo la tragedia c'è il momento della commozione nazionale seguito dall'abbandono e, in ultimo, dallo sfruttamento delle risorse da parte del sistema politico".

Perché "La Genovese"?
"Perché mi è piaciuto giocare sul filo conduttore del cibo, quello povero, del Sud. E il cibo diventa autoconsolazione, con il protagonista che in un periodo di grande crisi decide di coltivare il vizio della memoria e una volta al mese si concede il lusso di chiudersi in casa e prepararsi i piatti dell'infanzia".

Come mai, dopo tanti libri di inchiesta, hai deciso di affidarti al romanzo?
"Per diverse ragioni. La prima, e anche più banale, è che scrivere libri di inchiesta è faticosissimo in quanto richiede tempi lunghi che spesso non possono competere con il mezzo televisivo per cui si corre il rischio di ritrovarsi l'inchiesta bruciata. Il secondo è che scrivere di inchiesta produce l'insofferenza dell'indagato che il più delle volte ricorre alla querela preventiva. Mi è capitato negli anni di essere querelato da soggetti che non avevano ancora letto il libro e basti pensare che in un caso, prima dell'assoluzione, ho dovuto affrontare ben 6 anni di processi".

Al netto della storia raccontata, c'è un messaggio che speri arrivi al lettore?
"Trattandosi di un romanzo e non di un saggio, ognuno, in rapporto ai propri bisogni intellettuali, tira le proprie conclusioni. Quello che mi interessava era proporre una fotografia, raccontare di situazioni e personaggi. Uno di questi, l'edicolante, ispirato a Gabriele Matarazzo, uno dei miei compagni di vita".
Il libro è accompagnato da un book trailer. Come mai?
"Sembra un lavoro a parte, ma è molto legato al libro, realizzato con i disegni di Emanuele Fucecchi e con la colonna sonora di Peppino Gagliardi "T'amo e t'amerò". La vera novità di questo progetto è la rappresentazione di un Sud in bianco e nero, ricoperto per la prima volta di nebbia, ad indicare l'incertezza del futuro e la mancanza di prospettive".

Ultima modifica ilDomenica, 29 Ottobre 2017 16:28

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