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Sulle orme di Vardaro, Avellino produce cultura. E lo farà da sola Sono Giuliana Freda ed Elvira Matarazzo le prime a ricordare gli anni e le attività di Vardaro, a fornire una memoria per provare a dare una risposta all’interrogativo di partenza. I concerti, gli appuntamenti, i tentativi di far conoscere altri linguaggi e personaggi,i cineforum, il teatro-tenda messo su nel post-sisma per provare a costruire una Avellino diversa. Qualcuno ricorda come fosse anche un personaggio "scomodo" alla politica, e qualcun altro di come riuscisse con una telefonata a muovere il mondo della cultura con la "C" maiuscola per portarla ad Avellino. «Gaetano Vardaro era l’esempio vivente che anche in questa città si poteva fare qualcosa di concreto – interviene Picone – Nonostante l’insofferenza che chi era giovane in quegli anni si portava addosso, e quella mentalità che sempre era auto-assolutoria quando non si riusciva a realizzare un progetto, Gaetano si dava da fare, e con una semplice telefonata, rendeva concreta un’idea. Oltre alle parole di Gaetano stesso nella mia intervista, anche le parole dei ragazzi di oggi e gli spazi inutilizzati sono i simboli che ad Avellino il tempo è fermo. Non c’è nemmeno il conflitto generazionale, perché tutte le generazioni parlano la stessa lingua e chiedono le stesse cose: spazio. Il consiglio che mi sento di dare, è quello di pensare a dei progetti strutturati nei particolari, che perdurino nel tempo perché ragionati nei dettagli». Ma chi raccoglierebbe quei progetti, quegli stimoli? È la domanda del moderatore, il giornalista Gerardo De Fabrizio. La risposta sembra scontata, e cioè gli amministratori della “cosa pubblica”, ma se siamo riuniti a discuterne, forse così scontata non è. Come scontate non sono le richieste che all’amministrazione vengono poste da Mario De Prospo, del Presidio: «È difficile rapportarsi con il comune di Avellino, sia con la sua parte politica che con chi ne fa funzionare gli uffici, con i “tecnici” e i dirigenti. C’è sempre lo stesso modo di fare consolidato con cui andiamo a scontrarci, e che non accoglie le nostre richieste anche quando crea organi deputati a farlo, come la Consulta della Cultura, che ancora non ha fornito risposte. Noi chiediamo solo due cose: basta con i contributi a pioggia o dati “all’amico”, e soprattutto trasparenza. Vogliamo sapere perché, se un progetto viene scartato, non è stato considerato valido, e viceversa, se viene selezionato, quali sono stati i motivi della scelta. Un appello invece lo rivolgo a chi si occupa di cultura in città: mettiamoci insieme, facciamo rete: così troveremo una risposta». La voce più giovane del tavolo è quella di Luca Cioffi, 17 anni, membro dell’Uds e tra gli animatori principali del movimento OccupyAvellino: «Con l’esperienza della “tenda” dell’Eliseo abbiamo dimostrato che non volevamo solo uno spazio, ma che eravamo in grado di fornire delle proposte. Abbiamo avuto partecipazione, stimoli, creato occasioni d’associazione e di dibattito. E se proprio il comune non vuole darci i luoghi fisici, che almeno si dia un regolamento degli spazi, per non dover chiedere sempre il favore personale all’assessore che ci trova simpatici di poter usare un’area pubblica». Perché ad Avellino non si produce cultura? Questa era la domanda di apertura. La risposta che ne è venuta fuori, è che Avellino di cultura ne è piena. Ciò che manca, è la volontà da parte sia delle istituzioni che dei privati cittadini di considerare la cultura un prodotto, inteso come una risorsa, una possibilità di ricchezza e occupazione. La cultura o qualcosa che le assomiglia, è un’arma di ricatto nelle mani di pochi che hanno le risorse per poterla muovere, e che viene tirata fuori all’occorrenza per gettare un po’ di fumo negli occhi: il concerto di Capodanno o di Ferragosto, o il permesso per utilizzare una struttura per una certa manifestazione. Chi riunisce attorno a sé persone desiderose di attivarsi nel mondo della cultura è, come diceva Pilone, preziosa merce: gli iscritti ad una determinata associazione sono voti, e quindi mai e poi mai le associazioni dovranno credere di potersi liberare dalle logiche clientelari ed essere autonome, o non ci sarà nulla da poter fornire in cambio della preferenza. Come si può cambiare questa logica? Forse, solo impadronendoci dello spazio virtuale, quello a disposizione di tutti,che non va richiesto: quello della formazione. Nel nostro piccolo, attraverso la circolazione dell’informazione, il passaparola, l’organizzazione mai facile di manifestazioni e momenti di aggregazione, possiamo formare grandi e piccoli, aprire le loro menti, dimostrare che c’è un mondo altro da quello che ci viene regalato dalle stanze dei bottoni. La voglia di tanti ad Avellino, e nell'Irpinia tutta, c'è, quel fuoco che animava Vardaro non si è sopito del tutto. E forse, un giorno, chi la pensa come noi, in quelle stanze ci finirà, e si comporterà anche in base alla mentalità che tutti, col nostro impegno, avremo contribuito a costruire. Ros.Car. (lunedì 25 giugno 2012 alle 21.13)
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