Donne italiane e pillola anticoncezionale: è un fatto di cultura
* Anticoncezionale*Divulgati gli ultimi dati Istat e IMF in fatto di metodi contraccettivi, e relativi all’anno 2010. Il preservativo resta quello più utilizzato, anche se il mercato ha subito una regressione, mentre soltanto il 16,2% delle donne italiane che vanti un rapporto stabile si affida alla pillola.
Il primato spetta alla Sardegna, con il 30,3%. Segue la Valle D’Aosta con il 23% e poi tutto il centro-nord. Il Sud è ben oltre la metà negativa della “classifica” (apre le regioni meridionali la Sicilia, con il 10,8%) e come fanalino di coda si attesta, manco a dirlo, la Campania, con appena il 7%.
Secondo le dichiarazioni di Alessandra Graziottin, ginecologa, oncologa e psicoterapeuta, questo risultato raggiunto dalle donne sarde è dovuto alla meticolosa campagna di sensibilizzazione dei medici e dei consultori dell’isola, ma per Silvana Sanna, responsabile UOC - Consultori di Cagliari, il tutto va ricondotto anche alla “cultura” delle dirette interessate.
Insomma essere “fedeli” o quantomeno accorte nell’evitare gravidanze indesiderate è un fatto culturale? Pare proprio di sì. Ma in queste sede per “culturale” non ci rivolgiamo (solo) al titolo di studio. Qui si tratta proprio di scandagliare l’ambiente, il contesto sociale, l’attaccamento a certe credenze e tradizioni, relative ad una determinata regione. Certamente sulla poca diffusione dell’uso della pillola rispetto alla media europea (30%) incidono luoghi comuni e disinformazione (fa ingrassare, venire la cellulite, ecc.), ma le motivazioni principali sono più che mai, ancora, di stampo etico e religioso.
Laddove aumenta il tasso di “religiosità” delle famiglie, diminuisce quello dell’utilizzo di metodi anticoncezionali. Ma questo non vuol dire che diminuisca anche la frequenza o la quantità dei rapporti sessuali. L’unica cosa certa che continua a calare, è la fascia d’età attorno alla quale le donne (ma ormai le ragazze) consumano il loro primo rapporto: stando alla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, ormai siamo arrivati al biennio 14-16, in tutta la Penisola.
Quindi il problema che accompagna il Meridione è sempre lo stesso, in qualunque campo: facciamo finta di niente, così nessuno lo viene a sapere. O detto altrimenti: assumere con regolarità la pillola significa, per una donna, “annunciare” di avere una vita sessuale regolare. Bisogna farsela prescrivere, andarla a comprare, assumerla (magari in pubblico). E il senso di vergogna, accompagnato dall’ancora anelato mito della verginità prematrimoniale nei paesi in cui i diktat del cattolicesimo la fanno ancora da padrone nella vita di tutti i giorni, una simile pratica non è contemplabile.
Le conseguenze? Laddove la pillola anticoncezionale è utilizzata maggiormente, è diminuito di gran lunga il consumo di pillole abortive, nonché il numero stesso degli aborti veri e propri (in Sardegna il tasso è sceso del 45%). Il contrario si registra dove la situazione è, naturalmente, ribaltata. E non ci dimentichiamo che Napoli è la capitale delle baby-mamme (il 2% delle partorienti in città è minorenne). Quindi anche dei matrimoni riparatori.
Insomma non c’è verso di far capire alle famiglie del Sud che gli adolescenti fanno sesso, e sempre prima. E che mantenere un clima di bigottismo e minacce non li fa desistere dal seguire gli impulsi ormonali, li pone solo davanti ai noti rischi di malattie veneree e maternità indesiderate.
Ancora nel 2010, ben 8 donne su 100 hanno dichiarato di non aver mai fatto uso di metodi contraccettivi. La prima volta è senza precauzioni per il 37% delle ragazze, il 20% di queste si affida al coito interrotto. E ancora ben il 37% delle donne decide da sola che tipo di metodo anticoncezionale applicare, senza consultare adulti, personale medico, e nemmeno le amiche già “esperte”.
Il primo decennio del nuovo millennio è già finito, eppure continua a consolidarsi il binomio cultura-contraccezione, e a scontrarsi con l’ignoranza, voluta o subita.

Rosaria Carifano

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(sabato 25 giugno 2011 alle 18.50)
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