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  • Mercoledì 14 Novembre 2018 - Aggiornato alle 18:16

“Salvare i ragazzi di camorra conviene a tutti. Dare loro un’alternativa significa darla ai nostri territori”: l’analisi di Gianni Solino

Libera presenta “Il cratere. Che fine fanno i ragazzi di camorra?”. Un’analisi sulle macerie della guerra di camorra combattuta tra Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa e sui metodi con cui affrontare la ricostruzione della comunità

“Salvare i ragazzi di camorra conviene a tutti. Dare loro un’alternativa significa darla ai nostri territori”: l’analisi di Gianni Solino

Salvare i ragazzi di camorra conviene a tutti. "Non è soltanto la loro sorte quella che interessa. Saranno loro a decidere se la vittoria dello Stato contro la camorra sarà definitiva o soltanto una vittoria di Pirro". Parte da questa consapevolezza l'analisi che Gianni Solino, referente provinciale di Libera Caserta, affronta in "Il cratere. Che fine fanno i ragazzi di camorra". Il libro, presentato questa mattina al circolo della stampa, alla presenza di Emilia Noviello, referente di Libera Avellino e di Francesco Iandolo, presidente di Oasi Project cooperativa che gestisce il "Maglificio 100Quindici Passi", racconta delle macerie, sociali e culturali, lasciate dalla guerra combattuta contro il clan dei Casalesi focalizzando l'attenzione sul triangolo Casal di principe, Casapesenna, San Cipriano d'Aversa.

"Zone in cui i ragazzi non hanno alternative a diventare camorristi. In quei paesi- spiega l'autore- la scuola dovrebbe essere aperta tutta la giornata, offrire possibilità di studio, aggregazione e socialità fino a sera. Bisogna investire con programmi educativi speciali, portando le migliori risorse professionali. Non per loro, o meglio non solo per loro, ma perché conviene a tutti noi. Altrimenti dovremo subire nuovamente la dittatura della camorra come c'è stata negli anni '80 e '90. Le gesta di questi ragazzi pronti a mostrare sin da giovanissimi la pistola nel corridoio di una scuola (episodio accaduto al "Carli di Casale un anno fa), fenomeno diverso dalle baby gang che rappresentano una sorta di prolungamento estremo del bullismo, chiamano tutti in causa: adulti, scuola, Chiesa. Nei paesi, così come nelle metropoli, non ci sono luoghi idonei ad aggregarli e non è vero che non ci sono risorse. Pensiamo a quanti milioni di euro lo Stato ha speso in questi anni per combattere soltanto il clan dei Casalesi, perché se poi si stratta di investire soldi per tenere aperte le scuole nei quartieri difficili, non lo si fa nascondendosi dietro l'alibi della crisi e dei tagli. E' necessario investire sulla prevenzione dei fenomeni. Sembra un paradosso, ma il primo passo come sempre lo sta facendo la 'società responsabile', quella di Libera e del Comitato 'Don Peppe Diana', una rete cresciuta in questi anni in modo notevole. Ma il volontariato può agire fino ad un certo punto: sono le istituzioni, a partire dal Ministero dell'Istruzione passando per la Regione, che devono concretizzare il cambio di rotta. La strada non è quella dei Pon o dei progetti Scuola Viva, programmi capaci di coinvolgere i ragazzi più bravi. Chi è indietro, è condannato a diventare camorrista. Libera si è conquistata una voce, anche potente, ma spesso le istituzioni dopo averla ascoltata, si girano dall'altra parte. In campagna elettorale poi si preferisce rispondere alla pancia delle persone, oggi è più facile dire che è tutta colpa degli immigrati. Meglio buttare un po' di fumo negli occhi, peraltro sbagliando profondamente anche in quel caso perché non si parla delle speculazioni delle finte cooperative sociali specializzate nell'accoglienza dei grandi numeri, invece di parlare di cultura della legalità, investimenti sulla scuola nei quartieri sensibili, di miglioramenti alle leggi esistenti sui beni confiscati".

Dai comuni del "cratere" camorristico, a quelli del Vallo Lauro. Solo ieri l'ennesimo attentato ai danni di una ditta di Lauro, il cui cancello è stato attinto da diversi colpi d'arma da fuoco sparati non si sa da chi né perché. "Nel Vallo Lauro, non ci stancheremo mai di dirlo, la situazione è da tenere sotto controllo quotidiano- aggiunge Iandolo-. Non si può relegare tutto allo sforzo di magistratura e forze dell'ordine, c'è bisogno di uno sforzo maggiore e collettivo per far sì che quelle comunità siano libere davvero. In alcune comunità e paesi è molto difficile risalire alle motivazioni e agli autori di attentati, spesso neanche interessa alle persone. Noi dobbiamo impegnarci a fare in modo che non accadano, qualunque siano le cause e le conseguenza costruendo spazi comuni di progettazione e legalità".

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Ultima modifica ilSabato, 10 Febbraio 2018 19:40

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