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  • Domenica 20 Maggio 2018 - Aggiornato alle 13:54

Mancino: un dovere difendermi da un teorema costruito male. Un mio impegno in cittĂ ? Posso solo dare consigli, ma...

L'ex Presidente del Senato incontra la cittĂ  dopo l'assoluzione nel processo di Palermo. E sulle amministrative: serve classe dirigente nuova e non leader improvvisati

Mancino: un dovere difendermi da un teorema costruito male. Un mio impegno in città? Posso solo dare consigli, ma...

Un "teorema" lungo dieci anni. Un "teorema" al quale Nicola Mancino non ha mai creduto perché «lo Stato non può scendere mai a patti con la criminalità organizzata» e perché lui, da rappresentante delle istituzioni al livello più alto, ribadisce «di aver sempre onorato lo Stato, impegnandomi fino in fondo ed ottenendo anche dei risultati». Eppure il tunnel giudiziario nel quale era finito e da cui è uscito pochi giorni fa con un'assoluzione perché «il fatto non sussiste», non poteva non averlo segnato.

Lo dice Mancino nella sua prima uscita pubblica in città dopo la sentenza della Corte di Assise di Palermo quando parla di questi interminabili anni «vissuti in un angolo, anche per una mia impostazione caratteriale», nel corso dei quali «nonostante l'impianto del processo non fosse stato costruito bene, ho sempre avuto un tarlo nella mente, quello di chiedermi cosa davvero pensasse la gente, anche le persone a me più vicine, rispetto alla possibilità che io avessi infranto la legge, se ci credeva davvero». Un alone di crescente e insostenibile dubbio, dissipatosi definitivamente alla lettura della sentenza che Mancino ha atteso nella sua casa di Roma. «Con me c'erano una decina di persone che sono scoppiate a piangere - dice - mentre io l'ho accolta ovviamente con soddisfazione ma con grande senso di equilibrio perché, quando ho detto che "c'è un giudice a Palermo", ho voluto affermare che c'è bisogno di giustizia ovunque».Nicola Mancino 19

Ecco, giustizia. Non teoremi. Perché è su quello che l'ex Presidente del Senato si sofferma nel ripercorrere le le fasi principali di questa vicenda, dalla nomina a Ministro dell'Interno dopo lo spostamento di Enzo Scotti agli Esteri, passando per le incongruenze in alcuni passaggi nei quali «ad un certo punto mi sono chiesto ed ho chiesto per quale ragione si credesse alla versione di Riina sulle minacce al Procuratore Di Matteo e non lo si fosse ritenuto attendibile quando disse a Brusca che io ero uno dei grandi nemici della mafina, fino alla conclusione dopo la quale ha sentito il dovere «di chiedere scusa alla comunità che mi ha sempre eletto ed è per questo che ho ritenuto di dovermi difendere da quello che ho sempre ritenuto un teorema». Un teorema che mi ha costretto ad un dibattimento insieme a capi mafia come Riina e Provenzano, un teorema che si è costruito pensando che Mancino avesse qualcosa da dire utile per arrivare alla verità». Niente di tutto questo, la sentenza ha sgombrato il campo ed oggi Mancino, senza fardelli sulle spalle, viene invocato da chi gli chiede un ritorno alla politica attiva. Magari nella sua città, al capezzale di un Pd spaccato che rischia il disastro alle prossime amministrative. Lo hanno fatto in molti, ultimo in ordine di tempo il candidato alla segreteria Michelangelo Ciarcia. Mancino si attendeva la domanda, ma è chiaro nella risposta. «Ho quasi 87 anni - ha detto - e sono stato in consiglio comunale per 17 anni, adesso posso dare dei suggerimenti, ma c'è bisogno di chi ascolta. Occorre una classe dirigente nuova che si innamori del suo ruolo, ma senza gelosie. Oggi ci sono troppi improvvisatori e chiunque parla, a qualsiasi livello, pensa già di essere leader. La classe dirigente, come abbiamo fatto noi, si crea sulla politica, che oggi manca e praticando la solidarietà senza l'ossessione di dover far ombra a qualcun altro». E sul Pd è ancora più caustico. «Se non trovano un punto di convergenza è difficile ricomporre. L'appello di Ciarcia? Beh, li ho incontrati un sacco di volte, ci vuole disponibilità di servizio», per ricostruire un partito che, va detto, non ha mai avuto Mancino tra i suoi tesserati. «Io mi sono tenuto fuori perché ritenevo che fossero altri a dover impugnare il vessillo di un partito che era nato bene ma è stato vissuto male...».

Ultima modifica ilMartedì, 24 Aprile 2018 20:02

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