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  • Martedì 16 Ottobre 2018 - Aggiornato alle 18:07

Lo scontro su un segretario mentre intorno tutto cambia: il "meraviglioso" mondo del Pd irpino

Riaprire la vicenda congressuale mentre il partito è in profonda crisi è un atto che va oltre il "tafazzismo"

Lo scontro su un segretario mentre intorno tutto cambia: il "meraviglioso" mondo del Pd irpino

Con tutto il rispetto per l'interessato se oggi facessimo un sondaggio, magari con un campione di cento persone, scopriremmo che forse solo un terzo (a voler essere ottimisti) conosce il nome e cognome del segretario provinciale del Partito Democratico. E se a quello stesso campione chiedessimo se conosce le ragioni dello scontro in atto all'interno di via Tagliamento, quella percentuale scenderebbe drasticamente. Non ce ne vogliano Giuseppe Di Guglielmo (il segretario provinciale) e gli altri protagonisti della querelle pre e post congressuale (la ragioni dello scontro), se pensiamo che questo ipotetico sondaggio rappresenta oggi l'unico mezzo per riportare sulla terra i democratici irpini. A dire la verità quel sondaggio c'è già stato in due occasioni, il 4 marzo ed il 24 giugno, ma i risultati, decisamente più disastrosi delle nostre ipotetiche previsioni, sembrano non aver insegnato nulla.

La vocazione tafazziana del Pd (ma qui si va addirittura oltre) appare un tratto distintivo del Dna di un partito che ha smarrito non solo la bussola, ma il senso del suo ruolo nella società, non sa più come recepirne le istanze, coglierne i mutamenti e guidarli attraverso un processo politico. A poco più di due settimane dalla "storica" sconfitta alle amministrative e tre mesi dopo quella alle Politiche, i dem di casa nostra si sono ritrovati per riaprire un fronte di scontro interno. L'obiettivo è la sostituzione del segretario provinciale, eletto in un congresso al quale un pezzo del partito (maggioranza o minoranza è un dettaglio di fronte alla gravità del problema) non ha partecipato e che ancora oggi ritiene nullo. Questo pezzo di partito, nel quale figurano l'unico parlamentare rimasto (sic) e i soliti maggiorenti, è pronto a dare battaglia perché venga cancellato l'esito di quella consultazione tra gli iscritti e possa finalmente «tornare la politica».

In effetti la politica, da quelle parti, manca da un bel pezzo, ma permetteteci di nutrire dei dubbi sul modo scelto per farla ritornare. Dubbi che questo pezzo di partito non sembra avere affatto se è vero, come è vero, che ha portato la vicenda fin nelle aule del Tribunale ordinario dopo essere stata sbugiardata nei vari passaggi compiuti negli organismi interni. In attesa che la giustizia ordinaria riprenda in mano la vicenda (a novembre), gli oppositori del segretario (non è manco giusto definirli tali visto che dicono di non riconoscerlo) sono determinati ad interessare della vicenda il neoeletto Maurizio Martina che da reggente è, da qualche giorno, segretario a tutti gli effetti. Anche in questo caso non si capisce bene in che modo Martina possa intervenire: commissariare la federazione e avviare un nuovo tesseramento in vista del congresso della prossima primavera? Sarebbe l'unico modo visto che non potrebbe Martina tornare sui propri passi e decidere di cancellare ciò che, per interposti componenti delle varie commissioni di garanzia, ha avallato, o quantomeno non contestato, nel corso dei mesi scorsi. Del resto lo stesso Martina, in campagna elettorale, è stato ad Avellino al fianco di Di Guglielmo, ovviamente invocando unità ma nel contempo legittimando il segretario eletto.

E allora, cui prodest? Ma serve davvero rimettersi l'elmetto per tornare a combattere una guerra che appassiona solo gli addetti ai lavori, viene combattuta quotidianamente solo sugli organi di informazione e allontana ancor di più l'elettorato da un partito in profonda crisi? Il problema del Pd si può davvero risolvere sostituendo Di Guglielmo con un segretario "amico"? C'è troppa esperienza politica in quel pezzo di partito per poter pensare che ci credano davvero. E allora i sospetti crescono non solo perché "a pensar male..." eccetera eccetera, ma soprattutto perché c'è ritiene che mettere la propria bandierina alla guida di una federazione che non ha più nulla da gestire sia ancora la via maestra per far tornare a splendere una luce oramai sbiadita. Non una sola parola sul futuro che sta davanti al Pd, rispetto al quale nemmeno a Roma hanno le idee tanto chiare, nessuna autocritica sugli insuccessi elettorali perché le colpe sono sempre degli altri, neanche un accenno alla necessità di rinnovare in toto la classe dirigente perché se c'è una cosa che le elezioni politiche e amministrative hanno detto chiaramente è che certi nomi e certe facce l'elettorato non vuol vederle e sentirle più. No, solo la pervicacia nel sostenere una posizione da portare all'attenzione di un segretario nazionale nella pienezza dei poteri, ma solo fino alla prossima primavera. Quando il Pd sceglierà il successore, ma dovrebbe soprattutto definire un progetto nuovo che parta dalla costruzione di una piattaforma programmatica in linea con le esigenze di un elettorato che vuole tutto e subito, che ha mandato in soffitta il modo con cui si rapportava ad una forza politica e che tenga conto anche di una società nella quale l'onda sovranista e populista ha prodotto una radicalizzazione delle posizioni mettendo sempre più ai margini l'idea di una società solidale e rispettosa dell'altro. E' su questo che, pure in Irpinia, occorrerebbe tornare a discutere, altro che sostituire Di Guglielmo attraverso un nuovo scontro a colpi di carte bollate o di tessere gonfiate. Qui, purtroppo, c'è un tratto che unisce Roma ad Avellino, il tratto che consegna l'immagine di un partito spaurito che continua a guardarsi l'ombelico mentre tutto intorno il mondo cambia. Fino a quando, signori del Pd, volete continuare su questa via?

Ultima modifica ilMercoledì, 11 Luglio 2018 20:44

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