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  • Martedì 16 Ottobre 2018 - Aggiornato alle 18:34

Provinciali, la sindrome dell'autodistruzione del Pd "uno e trino"

A pochi giorni dalla presentazione di liste e candidature rischio spaccatura per i democratici irpini, ancora alle prese con un congresso che per qualcuno non è ancora finito

Provinciali, la sindrome dell'autodistruzione del Pd "uno e trino"

Riuscirà il Partito Democratico ad evitare l'ennesima spaccatura interna, ritrovandosi su una candidatura unitaria, collegata ad una sola lista di partito, alle Provinciali di fine mese? La domanda non è affatto peregrina soprattutto perché, al momento, la risposta sarebbe negativa. Gli strascichi di un congresso che qualcuno non vuol far finire mai continuano a produrre effetti deleteri su un partito che ha smarrito la rotta da tempo e pare voler autodistruggere qualsivoglia tentativo di rimettersi in moto. Le lacerazioni pre e post congressuali si riverberano sulla individuazione della candidatura alla guida di Palazzo Caracciolo dove sindaci e consiglieri comunali, piuttosto che recitare autenticamente il ruolo dei protagonisti, a loro assegnato dalla riforma Delrio che ha cambiato lo status delle Province (un'altra cosa della quale il Pd non può andar fiero), si muovono come pedine su una grande scacchiera in base alle strategie dettate dal capocorrente di turno. E cosi, a cinque giorni dalla presentazione delle liste, la confusione regna sovrana nelle stanze di via Tagliamento.

Qui il segretario provinciale, Giuseppe Di Guglielmo, ha provato a mettere in piedi un discorso di coalizione prima ancora che di nome, tentando di individuare una figura condivisa in un perimetro di centrosinistra sul modello regionale. Su questo input il segretario ha avviato il confronto con i Popolari di Ciriaco De Mita e con le altre forze minori della coalizione (Mdp, Socialisti e Centro Democratico) definendo un'intesa programmatica sulla base di quelle che sono le reali competenze rimaste in capo alla Provincia (ambiente, edilizia scolastica, viabilità e partecipazione nelle assemblee delle società partecipate). Un'intesa a corredo della quale c'era anche una rosa di nomi individuati com,e i profili giusti dai quali scegliere il candidato della coalizione. Ma era tutto troppo semplice perché potesse funzionare, soprattutto quando c'è di mezzo il Pd che, oramai da parecchio, è poche volte uno e molto più spesso trino (perchè tra i sostenitori del segretario e i decariani, ci sono pure i deluchiani che non hanno ancora deciso cosa fare) la sindrome. Non solo. C'è chi legge la scadenza delle Provinciali (per le quali si è addirittura "congelata" la sfiducia al sindaco di Avellino) come una mera prova di forza per riaffermare una supremazia che, quand'anche centrasse l'obiettivo, non avrebbe proiezione oltre le stanze del partito. Il Pd continua a muoversi come se non fosse un partito, non dovesse perseguire una linea politica, non avesse organismi dirigenti eletti da un congresso. Ed è soprattutto questo ciò che un pezzo del partito non vuole assolutamente accettare. Così, mentre il segretario provinciale girava l'Irpinia per parlare con gli amministratori e sottoporre le tre candidature allo stato in campo (Stefano Farina, sindaco di Teora, Ernesto Urciuoli, sindaco di Aiello del Sabato e Beniamino Palmieri, sindaco di Montemarano), nelle stesse ore proprio Palmieri annunciava la convocazione di un'assemblea di amministratori per ascoltare le loro opinioni, «visto il trascorrere del tempo senza che nulla accada in tal senso».

Ora delle due l'una: o c'è un difetto di comunicazione (e fino a qualche settimana pure è accaduto) tra le due parti o è già in atto la strategia che porta alla divisione del partito utilizzando come pretesto la mancata condivisione che nasconde, oltre a quanto già detto, anche il no all'alleanza con i Popolari. Come finirà lo sapremo a stretto giro, per il momento basta soltanto fotografare l'atmosfera tafazziana che c'è nel Pd e che rischia di produrre, nonostante questa sia un'elezione riservata solo agli "addetti ai lavori", «l'ulteriore allontanamento dei cittadini non solo dal partito ma dalla politica». Sono le parole che Palmieri ha usato per bocciare «le liturgie stanche». Come se un'assemblea convocata contro gli organismi dirigenti del partito fosse una novità. Ma se ai democratici piace cosi...

Ultima modifica ilVenerdì, 05 Ottobre 2018 12:15

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