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  • Venerdì 20 Ottobre 2017 - Aggiornato alle 19:40

Bombardamenti del 1943 a Solofra: il ricordo di Pompilia

Bombardamenti del 1943 a Solofra: il ricordo di Pompilia

"Avevo 15 anni quando con i miei familiari ci rifugiammo nella galleria ferroviaria a causa del bombardamento". A dirlo, all' amico Aniello Coppola, è la signora Pompilia Vietri, classe '28 e moglie del signor Giuseppe Prizio. "Lavoravo da piccola presso la carcara di calce a Turci del signor Nicola, non ricordo il cognome". La carcara era una sorta di forno, usato fino agli anni '60, per ridurre le pietre in calce. A Solofra erano presenti a Turci, Scorza e S. Andrea Apostolo.

"Ogni mattina partivo da casa – rammenta la signora Pompilia – per recarmi a lavorare presso la carcara di calce. Una volta che questa si esauriva raccoglievo nei sacchi la carbonella e con altre mie amiche la portavamo in paese presso le famiglie più agiate, che ne facevano uso per riscaldarsi tramite il braciere. Ricordo che diverse famiglie nel salone avevano il braciere e attorno c'erano varie ragazze che effettuavano lavori di ricamo a quell'epoca molto diffuso a Solofra. Ricamavano le lenzuola per il corredo, altre facevano la guanteria. Il 21 settembre del 1943 ho vissuto il bombardamento nelle galleria insieme alla mia famiglia. C'era tanta gente, chi piangeva ad ogni rumore di bomba, chi pregava perché finisse subito. Restammo nella galleria per parecchi giorni. Uscimmo il 29 settembre 1943 e tutti ci recammo nella Collegiata di S. Michele Arcangelo per ringraziare e pregare per essere scampati dalle bombe. Con mio padre, mia madre e i fratelli ci dirigemmo verso casa e vedemmo da lontano che non era stata bombardata come tutte le altre presenti a Caprai, Sorbo Soprano e Sottano oltre ai Balsami, dove vi erano state molte vittime. Mio marito Giuseppe perse nel bombardamento, nella zona Cappuccini, una zia, sorella del padre Michele. Arrivati a casa trovammo nei pressi alcune persone, che avevano raccolto, per la strada di Turci, due persone di Serino morte per il bombardamento. Presero i corpi dei due e con i miei familiari li avvolsero nelle coperte. Noi tenemmo in casa i corpi per due giorni fino a quando arrivarono i familiari che avevano avuto notizie e li presero. Ci ringraziarono e li portarono al cimitero per una degna sepoltura". La signora Pompilia si ferma, tira un sospiro e dice "Brutta cosa la guerra". E stringe la mano del marito Giuseppe Prizio.

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