(DAMIEN MEYER/AFP/Getty Images)

Napoli, 10 giugno 2009. Un “gruppo di appassionati del regista” Jonathan Demme – così verrà ricordata la rappresentanza della rivista “Sentieri Selvaggi” dalle cronache locali – invade la conferenza stampa in presenza dell’autore de “Il silenzio degli innocenti” e “Philadephia”.

È un incontro che presto si trasformerà in un accerchiamento, ma soprattutto in un dialogo a due voci: il cineasta e il branco di cinefili. Il tempo trascorre tra interrogativi, discussioni e sorrisi, ringraziamenti per il mutuo interesse, racconti e fatali previsioni. La delegazione non sa, o ancora non ha la coscienza, che quello che si sta compiendo è la registrazione di un fotogramma, uno “degli istanti fondativi della generazione corrente” del giornale. È l’inizio di una conversazione, di un confronto a distanza che attraverserà più di un decennio di sconvolgimenti, sia per il cinema che per la sua scrittura. Come avrebbe sentenziato Nora Ephron discutendo dell’infatuazione per l’Upper West Side, “Questa è una storia d’amore”: è qualcosa di unico, irripetibile, “Qualcosa di travolgente”.

Sarà anche per questo trasporto che il web magazine, a due anni di distanza dalla morte del regista, ha deciso di titolare il saggio a lui dedicato con l’omaggio al film con Jeff Daniels e Melanie Griffith; in realtà di “travolgimenti” nel cinema di Jonathan Demme – come spiega il curatore del volume, Simone Emiliani – ce ne sono diversi: l’impossibilità di catalogazione in un genere unico e al tempo stesso l’opportunità di fondarne uno nuovo, completamente diverso; l’innata destrezza di unire l’attivismo politico e sociale allo sviluppo del piano personale – facendo sempre prevalere “l’aspetto umano della storia” – e la fusione degli ordini narrativi tra immagine e musica, sospensione e dilatazione del tempo, claustrofobia per sovraffollamento e solitudine in una stanza, la capacità di “danzare sempre tra il sogno e l’incubo”. È proprio questa identità di combinazione con elementi diversi che forgia la struttura del libro “Qualcosa di travolgente”: lontano dal voler essere una biografia del regista, mescola saggistica e critica cinematografica, fotografie sul set e incontri – l’attesa trascrizione della conferenza del 2009 e la conversazione con il regista Paul Thomas Anderson – , filmografia al dettaglio dal videoclip al documentario e soprattutto una pluralità di soggettive e voci per ogni autore che ha partecipato al progetto.

Un libro che sfugge a qualsiasi catalogazione, in perfetta continuità con la linea autoriale di Demme e che restituisce la coralità delle feste di film come “Rachel sta per sposarsi” o “Dove eravamo rimasti”, in cui ogni scrittore/invitato si muove tra le pagine con leggerezza, prende forma e opinione, consegnando al lettore lo sguardo e la curiosità dell’indagine. Una porta aperta su un dialogo che non accenna a interrompersi, un atto d’amore, un “caloroso abbraccio” come ogni finale di Jonathan Demme.

 

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