È proprio come quando decidete di lasciare qualcuno; risentimento, lacrime, qualche recriminazione e poi, puntuale come un debito da pagare, arriva la frase: nessuno ti amerà come me; di tutta risposta, a voi tocca un sospiro di sollievo misto a gratitudine, e un’epifania attraversa il vostro cervello: e meno male. Allo stesso modo, leggendo le poesie che compongono la raccolta “L’infinito senza farci caso” (Bompiani), la consapevolezza è la stessa: nessuno vi parlerà di amore come Franco Arminio.

Andando oltre le allitterazioni, enjambement e poesie minimaliste simil- haiku, in un miscuglio di carezze e bisbigli, foglie e gocce, sentimenti e rimpianti, quello che appare chiaro è proprio la difficoltà di parlare d’amore, trascinando la composizione, il più delle volte, verso la morte o il dolore (“Se tu non mi fai male la giornata è un poco vuota”) e costringendo l’eros ad attraversare per forza le regioni della resa e della mancanza (“Chi ha provato ad amarmi prima o poi si è arreso”). Occorrerà ricordare la lezione di Battiato per cui, di tanto in tanto, “bisogna pur che il corpo esulti”. E non riuscendo ad emulare il virtuosismo linguistico dell’ombra e della sospensione di Michele Mari con “Cento poesie d’amore per Ladyhawke” e nemmeno la sensualità e il turbamento di “Some kinda love”di Lou Reed, quello che resta è una sequenza di istantanee di vita quotidiana, amore filiale e culto dell’assenza – i componimenti più riusciti -. Eppure anche in questo caso, quando all’amore viene chiesto di essere “una forma di resistenza alla globalizzazione delle emozioni, alla dispersione dell’intensità”, riportando tutto alla dimensione locale e materiale, si svela una meccanicità forzata della ciclicità domestica, perdendo l’occasione di trasmutare in poesia l’armonia e la naturalezza dei campi di grano di Tolstoj in “Anna Karenina”.

Così “L’infinito senza farci caso” alterna angosce sepolcrali da zombie di Romero ma senza invenzioni estetiche (“Quando saremo nella terra/allungami la mano, fammi un sorriso. Immagina/le ossa mie e le tue/e come incroceremo gli sguardi/con gli occhi che non avremo”), la richiesta ai sentimenti di farsi necessariamente costruzione e obbedienza (“Amare è costruire un luogo”) e la ripetizione stancante della parola rivoluzione. E mentre le immagini scorrono, non si può non pensare al postino di Massimo Troisi – “La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve” – e quali e quante difficoltà avrebbe incontrato per far innamorare Beatrice ripetendo: “Ti ho offerto l’agonia/più importante della mia vita. Tu per premio/sei sparita”.

Non manca il “bell’amore” in mezzo al sonno, come anche le carezze e i baci, ma perché tutto l’amore, alla fine, deve ridursi a “una dolcezza vera (che) ti fa male”? Se come sosteneva Totò intervistato da Oriana Fallaci, “La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza”, occorrerà educarsi più spesso a riconoscere questa felicità del corpo e dello spirito, gioirne e magari celebrarla.

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