Il 29 luglio è una data che gli appassionati di basket irpini difficilmente dimenticheranno. Giovedì, infatti, si è scritta la parola fine sulla storia della Scandone. Il panorama cestistico avellinese, dunque, ha dovuto salutare la sua più alta istituzione.

Quanto fatto dalla storica società biancoverde è stato più e più volte ricordato in questi due affannosi anni di disperati tentativi di salvataggio, sia per evidenziare quanto fosse stato tolto al capoluogo nel giugno di due estati fa sia, appunto, per giustificare i suddetti tentativi.

Ed ora che è tutto finito, cosa rimane? Dopo pochi giorni la risposta più immediata sembra essere: le diatribe.

In primis il botta e risposta tra il liquidatore Goffredo Solimeno e il suo predecessore e l’ex squadra legale. Da una parte il liquidatore si è affrettato a spiegare le motivazioni per cui si è deciso di non portare avanti il discorso iniziato in primavera che riguardava il concordato, spiegando come le risorse patrimoniali di cui disponeva la società fossero del tutto insufficienti per la definizione dell’esposizione debitoria e sottolineando che, se qualcuno volesse, i curatori fallimentari potrebbero decidere di concedere il logo e la denominazione storica a qualche nuovo player;

Dall’altro Luciano Basile, che ha dichiarato che si parlerà ancora dei 13 milioni di euro che Scandone vanta nei confronti di Sidigas.com, e Achille Benigni, che ha immediatamente detto che “si è deciso di staccare la spina”, attaccando anche i suoi colleghi Marcello Penta e Maria Laura Roca, rei a suo dire di non aver continuare sulla strada tracciata da lui e suo cugino Fabio Benigni.

La polemica non si è però conclusa e l’ultima parola l’ha voluta avere Solimeno, che in una nota si è domandato “perché un credito di oltre 13 milioni di euro, ritenuto dagli avvocati Benigni un “pilastro” del concordato Scandone, non sia nemmeno presente nei libri contabili consegnati dall’ex liquidatore al sottoscritto; e com’è possibile che tale credito, risalente al triennio 2017/2019, non sia mai stato riportato nei bilanci di Scandone, comparendo improvvisamente nell’imminenza della dichiarazione di fallimento.

Per una questione di correttezza, comunque, va fatto notare come i cugini Benigni fossero entrati in carica solo a marzo quando avevano preso proprio il posto di Penta e Roca che, dopo aver seguito la questione per due anni, avevano deciso per la strada della liquidazione. Insomma, ragionando solo per logica, non si comprende perché si sarebbe dovuta seguire la strada dettata da chi si è occupato della questione per soli 4 mesi piuttosto che quella consigliata da chi ha affrontato il caso dagli albori della vicenda.

Le diatribe, però, non si fermano ai tribunali.

Non è bastato infatti l’ingresso della Del.Fes. nel prossimo campionato di serie B per stemperare i toni.

Anche il sindaco Gianluca Festa, arrivato come sempre per primo davanti ai microfoni per commentare l’accaduto in una giornata che lo aveva visto prima vincitore con la sua storica società e poi sconfitto sul fronte Scandone, non si è infatti trattenuto dal togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

Il punto è che, anche a sforzarsi, non si capisce come il sindaco possa avere dei sassolini nelle scarpe. In effetti, senza voler neanche entrare nella specificità delle singole situazioni come fatto in questi anni ogni qualvolta queste occorressero, il coinvolgimento del primo cittadino è stato totale, dal versamento di 20mila euro per l’iscrizione di 24 mesi fa, passando per le chiamate istituzionali in Federazione per garantire la Scandone, fino ad arrivare al diretto coinvolgimento nelle fasi di approvvigionamento degli sponsor.

Gianluca Festa, senza mezzi termini, è stato il presidente della Scandone negli ultimi due anni, è stato la bandiera della guerra per la matricola, lo scudo per la società biancoverde.

Le motivazioni le ha più e più volte ribadite lo stesso sindaco, ponendo l’estremo tentativo di salvataggio come un atto dovuto verso un’istituzione della comunità irpina. E alla fine della questione ha anche ribadito che non cambierebbe niente rispetto al suo operato.

A bocce ferme, ora, bisogna chiarirlo: se l’intenzione era quella di provare un tutto per tutto, il sindaco è stato fedele alle sue parole. Su questo è inattaccabile.

E allora, perché in un giorno nel quale nasce un nipote e muore un nonno, come da lui dichiarato, il primo cittadino ha avuto bisogno di puntare di nuovo il dito contro “chi ha mentito”, appellandosi al “pregiudizio e invidia” da cui questa città sarebbe afflitta?

Tra l’altro nello sferrare l’attacco il primo cittadino ha parlato in termini generici, evitando appositamente di fare nomi e cognomi, e ha portato come motivazioni alla sua tesi argomenti come “il numero chiuso di squadre in A2. Un campionato disputato da un numero dispari di squadre nella scorsa stagione.

Questo modus operandi non giova ad una piazza che è sotto stress da due anni e che rischia di vedere il suo blasone diradarsi sempre di più. Il primo cittadino, che come detto ha fatto tutto il possibile per la Scandone, dovrebbe abbandonare il dibattito in stile politico ed evitare di ridurre le questioni a mere metafore sportive in cui c’è un vincitore e uno sconfitto. E nelle quali, almeno da quanto si può desumere dalle ultime dichiarazioni, il presunto vincitore sbeffeggia il presunto sconfitto.

Anche perché è stato lo stesso Festa, lo scorso maggio, a dichiarare che “se qualcuno ha la forza di rilanciare il basket, l’amministrazione sarà al suo fianco”.

Per concludere, potremmo chiosare che è sì normale che dopo un lutto come quello che ha investito Avellino nella scorsa settimana ci siano discussioni e continue ricerche di colpevolezza, con tutti gli attori pronti a portare acqua al proprio mulino e a evidenziare gli errori altrui, ma che questo meccanismo di difesa personale e ricerca dell’untore non giova sicuramente all’ambiente.

Avellino è sicuramente orfana della sua più alta istituzione cestistica ma deve iniziare a pensare al futuro. Un futuro sicuramente meno prestigioso di quello a cui la piazza si era abituata ma che deve essere costruito pezzo su pezzo per arrivare ai traguardi che tutti si augurano. E in questa ottica le polemiche, specialmente quelle che dividono chi è ancora in corsa, non aiutano.

Inoltre, e questo è assai strano, risulta abbastanza stucchevole considerare come colpevole chiunque che non risponda alla persona di Gianandrea De Cesare. La colpevolezza dell’ex patron, va chiarito, andrà dimostrata nei luoghi preposti a farlo, ma il fallimento di una società che ha avuto una vita lunga 73 anni non può non essere imputato, quantomeno sotto il profilo del tifo e dell’affetto della comunità, a chi ha lasciato la società in una condizione economico-finanziaria completamente disastrata, con 23 milioni di euro di debiti (di cui 15 con l’erario) e con ingenti somme di denaro ancora da versare ai giocatori che erano protagonisti in A, fattispecie che ha reso ancora più complicata la già impossibile impresa tentata da Festa e il gruppo manageriale in queste due stagioni, esponendo indirettamente tutta la comunità del basket all’ulteriore tortura di una retrocessione sul campo.

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