“Il rischio ogni tanto bisogna correrlo” ripeteva dal palco per il David di Donatello 2018, dopo aver ricevuto il premio come miglior attore protagonista, proprio perché di rischi, Renato Carpentieri, nella sua carriera sa di averne corso qualcuno: dagli anni di pura sperimentazione teatrale alla messinscena come atto di provocazione, passando con agilità dal cinema alla televisione, arrivando infine – tra numerose prove di regia e drammaturgia – al progetto Museum, “officina teatrale” e spettacolo di rievocazione di una biblioteca filosofico- letteraria ideale.

Allo stesso modo sapeva di esporsi a non pochi pericoli di dispersione Grazia D’Arienzo, nello sviluppo della monografia- saggio Renato Carpentieri- L’attore, il regista, il dramaturg (Liguori Editore): criticità non rilevabili esclusivamente dal lungo periodo di attività, ma dalla poliedricità dell’attività stessa di Carpentieri nel mondo della recitazione; lontano dal voler realizzare unicamente una biografia, l’analisi di Grazia D’Arienzo insegue sì l’attore napoletano come se mi muovesse dietro una macchina da presa con inquadratura fissa, ma sa restituire e districarsi con leggerezza nel continuo moltiplicarsi di forme e ruoli, come in un gioco di specchi.

Il risultato è nella consegna al lettore di un ricco ipertesto composto da interviste, foto, manifesti – ad esempio Statuto dell’attore indipendente del 1984 – e una lunga sequenza di recensioni firmate da Franco Quadri, Masolino D’Amico, Franco Cordelli, a testimoniare anche quanto fosse attenta la critica teatrale nella misura e assegnazione dei giudizi di merito.

Così come Carpentieri afferma la centralità di una vera e propria istruttoria come metodo di preparazione di un testo, la panoramica del saggio non si esaurisce nella raccolta documentale della carriera, ma attraversa gli snodi di un’indagine sui mentori – Bertolt Brecht e Peter Brook –, i modelli di riferimento nello sviluppo dell’arte recitativa come Dario Fo e Gian Maria Volonté – un apprendistato fondamentale per il suo debutto cinematografico sul set di Porte aperte di Gianni Amelio – arrivando al tratto essenziale che ha contraddistinto il lavoro dell’artista nei decenni: l’autodidattismo, scevro da condizionamenti accademici ma con solide basi nella disciplina e nella ricerca individuale, dai testi di Mejerchol’d allo studio dei personaggi di Karl Valentin.
Senza mai essere sfondo c’è Napoli, non solo “ultima civiltà teatrale italiana”, come lo stesso Carpentieri ricorda, ma geografia irregolare ed educazione sentimentale dell’adolescenza e maturità in una giostra irripetibile di militanza politica, poesia visiva e riviste d’avanguardia.

Una città che dai primi anni sessanta concede l’opportunità di frequentare la Modern Art Agency di Lucio Amelio, gli incontri con scrittori internazionali della “saletta rossa” della Libreria Guida, ma anche di sviluppare, grazie agli studi presso la Facoltà di Architettura, la propria idea di spazio scenico, con pochi elementi rappresentativi e che sfrutta le costruzioni architettoniche preesistenti dilatandole e riempiendole.

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