«Viaggiai su un pullman carico di operai che avevano deciso di rispondere all’appello Fate Presto. Arrivai in Alta Irpinia all’inizio di dicembre del 1980, con la voglia di aiutare la popolazione ma anche con la curiosità di scoprire una realtà così diversa dalla mia a Brescia. Da allora sono passati quarant’anni, un marito, due figlie e tre nipoti. Da allora sono cittadina di Lioni». Oriana Costanzi, 65 anni, è una degli “angeli del terremoto”, l’esercito di volontari che, da ogni parte d’Italia, raccolsero il grido di dolore del presidente Pertini all’indomani del sisma del 23 novembre del 1980. Arrivata qui a dicembre di quell’anno, Oriana Costanzi non ha mai più lasciato Lioni e ci racconta perché.

Cosa la spinse a lasciare la sua vita a Brescia per approdare in Irpinia, una terra così lontana e devastata dal sisma?

«All’epoca del terremoto avevo 25 anni ed ero dipendente del comune di Brescia da circa un anno. La notizia la appresi, come tanti, dalla tv. Ricordo ancora molto bene il momento in cui ero a casa e mi preparavo la cena. “La terra ha tremato in provincia di Avellino e Salerno ma al momento non si registrano danni a persone e cose”. All’incirca suonava cosi. Quando si seppe della vera tragedia al Nord (e non solo) quasi nessuno conosceva questi piccoli paesi dell’Appennino campano. Andai così a cercarli sulla cartina geografica.  Avellino, allora, era nota soltanto per la sua squadra di calcio in serie A. Ovviamente fui molto colpita dalle immagini strazianti che giungevano e dalle donne in nero che piangevano in coro, quasi ad esorcizzare il grande lutto che non poteva più essere trattenuto come in uso da noi in Lombardia. Probabilmente questo è stato il primo impatto emotivo che mi ha spronato ad avvicinarmi ad un modo di intendere la vita così lontano dagli usi e costumi della mia terra d’origine. Ma sono sempre stata una grande curiosa delle diversità umane e sociali per cui accettai di buon grado l’invito di una amica per recarsi insieme a dare una mano. Partimmo ai primi di dicembre del 1980 con un pullman della Fiom Cgil carico di operai dalle grandi mani callose che parlavano solo dialetto bresciano ma che avevano risposto al grande appello lanciato anche dal Presidente Pertini: “Fate Presto”».

Quale fu la prima impressione che ebbe quando giunse in Alta Irpinia?

«Arrivammo a Conza della Campania che era mattina presto. Dalla strada sconnessa che portava verso la nostra meta- dove avremmo installato il campo base-  notai subito quanto fossero distanti i paesi l’uno dall’altro. Questo panorama così spazioso ed immenso, sia in cielo che in terra, è qualcosa di unico, a mio avviso, una peculiarità che fa di questi territori un’oasi di silenzio e benessere se solo si sapesse gestirli per offrire turismo ecologico di qualità».

Lei è tra gli “angeli del terremoto” che decisero di non lasciare più questa terra, di restare e mettere qui le proprie radici. Perché?

«In verità non mi stabilii subito qui, sono tornata diverse volte nei due anni successivi perché usufruivo di permessi speciali grazie alla solidarietà del Comune di Brescia che, va ricordato, offrì gratuitamente forza lavoro e sostegno al Comune di Solofra con cui, penso, sia tuttora gemellata. Collaborai in un primo momento con l’allora Alleanza dei Contadini di Avellino -in quanto io pure provenivo dalla stessa esperienza sindacale del settore agricolo- successivamente con l’associazione Servizio Civile Internazionale che forniva volontari provenienti da tutto il mondo per montare nelle campagne stallette in legno offerte dal Comune di Roma. Fu allora che feci la conoscenza di Antonio Gioino, rimpianto Senatore del PCI che ricordo con grande affetto perché grazie a questi scambi culturali ed umani compresi, un po’ sorpresa lo ammetto, quanto fosse evoluta la politica locale. Poi fu la Cgil a rappresentare bene la mia voglia di restare e continuare a dare una mano qui. Ovviamente ho messo su famiglia a Lioni e sono qui tuttora con mio marito Antonio Cosentino, ex Presidente di una delle prime cooperative del post terremoto, “La Mimosa“, che ha chiuso l’attività pochi anni fa causa crisi aziendale».

Da quelle macerie nacque una nuova consapevolezza del ruolo delle donne con i primi consultori familiari, poi le associazioni come il Filo di Arianna che la vede tra i soci fondatori. Cosa resta oggi di quell’esperienza?

«Tutte queste battaglie di civiltà sono state il frutto di anni in cui rinascita e sviluppo viaggiavano di pari passo. Nacque così nell’immediato post terremoto il bisogno di proiettarsi verso il futuro e la speranza di una vita migliore anche per i più giovani. Di certo a Lioni avevamo il migliore asilo nido e consultorio che le donne potessero mai immaginare di avere in loco. Di ciò oggi resta soltanto l’asilo nido che prosegue, spesso a tentoni, ed un consultorio impraticabile perché privato delle professionalità necessarie. Il lavoro all’epoca sembrava non mancare, in edilizia era ovviamente il più praticato, mentre si sperava che le fabbriche che si sarebbero insediate mantenessero le loro promesse di garanzia occupazionale. Di contro l’agricoltura è stata la grande cenerentola, ed ora che le campagne ed i paesi si stanno spopolando mentre le fabbriche reggono a malapena, ci si rende conto di quanto invece poteva essere importante svilupparne tutte le potenzialità produttive non più solo a scopo familiare».

 Lei è anche una poetessa e scrittrice affermata. Quanto c’è del dramma del sisma nei suoi versi?

«Mi piace scrivere allo scopo di comunicare, ma in quanto ad essere una scrittrice affermata non direi. Ho avuto le mie soddisfazioni lo ammetto e devo perciò qui ringraziare alcuni dei veri maestri che mi hanno dato fiducia come Armando Saveriano, il professore e saggista Paolo Saggese, la professoressa e scrittrice, nonché poetessa, Gaetana Aufiero, la mia amica editrice Giovanna Scuderi con le quali, tra l’altro, ho condiviso per anni la dura attività del Filo di Arianna, il primo centro antiviolenza sulle donne di Avellino e provincia che ora purtroppo ha dovuto chiudere per mancanza di fondi e volontariato. Credo che il prossimo mio scritto sarà dedicato alle donne contadine dell’Irpinia. Glielo devo».

 Come è cambiata l’Irpinia in questi quattro decenni?

«Che dire? Non credo in meglio e tuttavia porta con dignità e discrezione le proprie ferite non più dovute ad un grande terremoto, bensì ad una mancanza di prospettiva di sviluppo economico che dovrà passare, a mio avviso obbligatoriamente, attraverso un modo proprio ed autonomo di ripopolamento. Ho 65 anni, due figlie e tre nipoti e sono in pensione. Spero che restino qui a vivere queste terre che possono offrire una vita completa perché il futuro in altri luoghi del mondo, oggi come oggi, non potrà offrire tanto di più. Molti erediteranno case vuote e terre con vigneti da accudire e tante piante da frutto, nonché castagne e alberi di noci. Il cambiamento climatico favorirà il bisogno di frescura e pandemie come quelle in atto favoriranno la ricerca del distanziamento fisico (che non vuol dire necessariamente asocialità). Toccherà a loro e ad istituzioni lungimiranti sviluppare progetti ed idee fattibili. Io, da cittadina ed ex volontaria- tuttora “forestiera” in fondo- mi limito a chiedere un passo deciso verso l’Unità amministrativa dei piccoli comuni. Detta anche Unione dei comuni. In sintesi, dove vivo, la Città dell’Alta Irpinia».

*per la sua attività di poetessa e scrittrice, Oriana Costanzi ha ricevuto diversi riconoscimenti. Tra questi il secondo posto al quattordicesimo Concorso Artistico Internazionale Amico Rom 2007 per “Piero e basta” , romanzo edito da Nicola Pesce editore, e un terzo posto al Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa Città di Pompei 2008 per il racconto “Il Poeta e la bambina”.

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