Il “Viaggio nell’introduzione dell’economia circolare in Irpinia è stato, nelle sue undci tappe, un itinerario che grazie ai contributi di personalità che a vario titolo si sono relazionate con una problematica tanto innovativa quanto complessa, ha suscitato una certa attenzione da parte dei lettori. Per favorirne anche il recupero di una loro lettura abbiamo riposto, in fondo all’articolo, un quadro riassuntivo di questa esperienza, di cui è stato patrocinatore il GAL Partenio.
Questo dato incoraggiante mi ha spinto a considerare l’opportunità di sviluppare il discorso avviato e di realizzare, attraverso un’ideale staffetta e sempre nel solco già delineato, un secondo percorso itinerante che si occupi questa volta della cosiddetta transizione ecologica, di cui si fa un gran parlare quotidiano. Non sarà un excursus dentro le vicende strette del neo ministero creato ad hoc dal Governo Draghi, tantomeno un’immersione tecnocratica nelle pieghe del “Recovery Fund” , ma il tentativo di realizzare un approfondimento, anche attraverso un confronto a più voci, su una problematica che ci accompagnerà, dentro le compatibilità date dell’evoluzione pandemica, su scala planetaria per i futuri decenni e, quindi, anche nei nostri territori.
Abbiamo scelto di utilizzare un titolo di richiamo perché vuole essere anche una feconda “provocazione” non condividendo l’idea di una transizione ecologia declinata in un opportunistico adeguamento concettuale del modello di sviluppo finora perpetuato. Esso, infatti, non ha i suoi limiti solo perché inquina e rapina le risorse naturali ma perché è fondato sul consumo perpetuo e generalizzato, sull’eccedenza e non sulla redistribuzione, sullo sfruttamento privo della coscienza del limite, sulla subalternità dei poteri democratici alla logica della ragion di stato, su una visione finalistica e non di servizio del libero mercato, sulla distorsione del lavoro libero e intraprendente .
Una visione trasversale sotto l’aspetto delle culture politiche e delle soggettività sociali che genera un pensiero che si fregia di un nuovo conio ecologico che vorrebbe barattare il progresso con lo sviluppo, per dirla sempre con Pasolini. “Transizione ecologica” è come dire “MedioEvo” sotto l’aspetto squisitamente filologico, cioè l’indicazione di un periodo indistinto rispetto al quale ognuno può intenderlo come meglio crede: l’America per gli europei è stata una scoperta ma per gli amerindi fu un’invasione. Infatti seguendo la vulgata, anche molto permeante, sembra che il problema ambientale stia tutto e solo nel non inquinare o consumare risorse naturali. Ma non è così.
Per il momento tale tesi risulta vincente in quanto sostenuta all’unisono dai grandi mass-media, dal ceto tecnocrate dominante e dalla maggior parte della classe politica governante. In sostanza è come se stessimo in un’era che di ecologico non ha nulla di aggiornato o se ce l’ha è tutto dannoso, per cui quello che di nuovo si realizza e si propone, basta che lo si “certifichi”e può essere annoverato come biologicamente acquisito, magari facendo coincidere nella stessa figura l’inquinatore di ieri e il produttore bio del domani. Una questione questa che non può essere elusa dalle componenti del mondo dell’impresa e del lavoro, imprenditori e sindacati in primis, ai quali è chiesto di sciogliere dei nodi che riguardano il loro stesso posizionamento storico perché si superi lo strumentale triello conflittuale tra impresa, ambiente e mondo del lavoro. Ed è anche per questo motivo che il cosiddetto industrialismo ambientale si presenta come un feticcio svuotato di un contesto di spessore storico-culturale che volutamente non si cala nella dinamica territoriale proponendo una superficiale via di mero ammodernamento tecnologico come nuovo paradigma sistemico dello sviluppo.
Questa filosofia, che è anche una raffinata strategia comunicativa, che su scala nazionale molti declinano come una nuova frontiera, è la stessa che ha sostenuto che la compatibilità tecnologica di un impianto di trattamento di rifiuti solidi urbani fosse sufficiente anche per collocarlo in un areale vitivinicolo di pregio. senza curarsi di calibrare tale valutazione sull’impatto nel contesto sistemico territoriale e non riconoscendo il valore aggiunto a una cultura d’impresa che della tradizione ha fatto la differenza di qualità e di eccellenza.
L’ecologia è una scienza particolare di cui però è facile l’arbitraria declinazione interpretativa. Ce lo spiega su “Il manifesto” del 1 aprile scorso in modo semplice ed efficace Valeria Fieramonte, autrice di un’interessante biografia dedicata alla storica ambientalista nonché fondatrice di “ Lega per l’Ambiente “ ( poi Legambiente) Laura Conti. “ (…) A differenza delle scienze dure, l’ecologia, che studia le relazioni fra gli esseri viventi e fra gli esseri viventi e l’ambiente, è una scienza di sistema e di esperienza. L’ecologia osserva e correla i fenomeni e questo è infinitamente più complesso dello studio di uno specifico ambito, che se avulso da una visione integrale, rischia di non rilevare i danni che una determinata attività può provocare”.
Questo scontro tra due scuole di pensiero diverse vedono l’ecologia secondo parametri e finalità opposte perché l’auspicabile compatibilità impiantistica nel settore secondario, ma anche l’automatismo indistinto verso il raggiungimento di presunti nuovi parametri “biologici” in quello primario, non da alcuna garanzia sulla sostenibilità più generale dal punto di vista dell’impatto socio-economico-paesaggistico sul più vasto territorio di riferimento. Il che non significa che questo assunto vada demonizzato ma è giusto che sia reso chiaro e utilmente costruttivo senza infingimenti perché ciò che nuoce non è il civile e corretto confronto dialettico ma la negazione delle sue differenze.
Non si tratta di mettere il freno alla ricerca, all’innovazione e ai necessari processi industriali e di trasformazione produttiva quanto di evitare che si passi dalla fuorviante rappresentazione che si è manifestata rispetto a chi in questi decenni ha perorato una seria politica per l’ambiente a elevarsi a paladini dell’unico ambientalismo utile su questa terra negli anni che verranno.
Ecco perché soprattutto le nuove generazioni se vogliono un mondo migliore non devono avere paura del sano conflitto perché solo da esso può generarsi l’utile mediazione e perché no l’auspicabile concertazione. Non basta prendersela indistintamente con il passato. Non serve la falsa coscienza della rottamazione generazionale. Come non esiste alcun vangelo ambientalista e tantomeno un nuovo profeta che diffonda il verbo ma solo una grande ricchezza e una chiarezza di idee e di sensibilità che bisogna rispettare e far convivere. La biodiversità fa bene alla natura ma anche alla liberazione umana.

PER LEGGERE LE UNDICI TAPPE DEL VIAGGIO NELL’INTRODUZIONE DELL’ECONOMIA CIRCOLARE CLICCA SUI SINGOLI LINK

L’economia circolare nelle aree rurali del Mezzogiorno

Un Progetto pilota di cambiamento per l’areale del Greco di Tufo 

L’economia circolare è il futuro, fondamentale democrazia territoriale. Il professore Malinconico a Tufo in occasione della presentazione del “Piano Strategico di Sviluppo”

«Il Parlamento Ue cambia la Pac, il rischio dell’agro-business»

L’Irpinia dello sviluppo sostenibile e dell’economia circolare. Dialogo con Luca Beatrice, Presidente del GAL “Partenio”

A colloquio con Luigi D’Oro, l’architetto, esperto di rural designe facilitatore del Progetto Europeo “EMBRACE”

Abdul non è andato via, accoglienza e integrazione la ricetta per ripopolare i piccoli paesi.

Gramsci l’ambientalista, il modello di sviluppo ecosostenibile nella riscoperta del suo pensiero

L’economia circolare della natura. Incontro con Giuseppe Pavarese, dottore di ricerca in biologia ed ecologia del Mediterraneo

Orgoglio e senso di appartenenza per un progetto irpino di economia circolare. Incontro con il Prof. Piero Mastroberardino

Paesaggi, centri storici, beni culturali rappresentano la ricchezza del domani. Confronto con l’ex deputata Serena Pellegrino

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore, inserisci il tuo nome qui