«A Teora trovai un popolo composto e dignitoso che non attese lo Stato o gli aiuti del Nord, ma scavò i suoi morti a mani nude tra le macerie. Con i ragazzi del luogo gettammo i semi per il riscatto del Sud. Avevamo un rapporto paritario, per questo fu un pullulare di iniziative che gli permisero di aprire lo sguardo sul mondo». Luisa Morgantini, ex vice presidente del Parlamento Europeo, tra le fondatrici del movimento Donne in nero contro la guerra e la violenza, è attualmente presidente di AssoPacePalestina, racconta la sua esperienza di volontaria nell’Irpinia terremotata.

Lei arrivò in Irpinia, segnatamente a Teora, con le squadre di volontari della Federazione Lavoratori Metalmeccanici di Milano. Cosa ricorda di quei giorni?

«Non si poteva restare inermi di fronte alla notizia di quanto accaduto. Al tempo ero nella segreteria della FLM e, immediatamente appena avvenne il terremoto, decidemmo di mandare i delegati sindacali e i lavoratori metalmeccanici in Irpinia per dare aiuto. Come segreteria avevamo deciso che in ogni situazione avrebbe dovuto essere presente anche un segretario provinciale, per cui io sono arrivata poco tempo dopo per coordinare la presenza dei nostri volontari sul territorio. Era talmente tanto forte l’impatto delle scene dei morti e della distruzione, che chiaramente diedi subito la disponibilità. La prima immagine che ricordo di Teora, e che non dimenticherò mai, furono le bare sistemate davanti al Municipio nella piazza del paese. E indelebile resterà anche il ricordo della compostezza dei teoresi che ormai non avevano neanche più lacrime da versare, ma lavoravano a mani nude per salvare il salvabile. Quando arrivammo loro erano lì a scavare a mani nude tra le macerie nel tentativo di tirare fuori ancora qualcuno in vita, contro ogni propaganda di chi diceva che sarebbero arrivati quelli del Nord a fare le cose. Non è vero, prima ancora che lo Stato arrivasse quelle persone, con grandissima dignità, si erano già rimboccate le maniche».

Quanto durò l’esperienza di volontaria a Teora?

«Quasi un anno. Ero partita per restare una settimana perché questa era la decisione del sindacato. I segretari non potevano abbandonare Milano e le lotte sindacali dell’epoca, per cui l’organizzazione prevedeva una turnazione sui luoghi del terremoto. Io però non ce l’ho fatta a rientrare. Sono rimasta per un anno, tranne una breve parentesi in primavera, in una baracca che avevamo costruito come Flm. Non volevo andarmene perché ormai le persone che avevo conosciuto, sia giovani che anziani, facevano parte di me. Si era creata una situazione fortissima sia dal punto di vista umano che sociale. Facevamo delle cose insieme, non solo per ricostruire, ma anche per inventarci un po’ la vita in mezzo al disastro totale».

In quell’anno nacque la cooperativa la “Metà del cielo”. Che esperienza fu?

«La baracca della Flm divenne un luogo di socialità. La sera le ragazze e i ragazzi di Teora venivano da noi a mangiare. Chiaramente avevamo solo scatolette, fagioli, tonno ci arrangiavamo così. Ma si stava insieme, si discuteva, si cantava anche. E, dopo aver accettato l’invito di una famiglia che mi offrì un ottimo piatto di scialatielli con la salsiccia, chiesi loro perché venivano a mangiare cibo in scatola da noi visto che avevano quelle prelibatezze. E quei ragazzi mi risposero che non era importante il cibo che mangiavano, ma il momento di condivisione che vivevano. Era talmente forte la voglia di socialità di quei giovani la cui vita era stata distrutta, che nacque l’idea di mettere su una cooperativa di ragazze. Avevo un’amica di Milano, Isabella, che era bravissima a dipingere sulle stoffe. Le chiesi di venire per insegnare quell’arte e così fu. Conservo ancora gelosamente un cuscino dipinto dalle ragazze della cooperativa di Teora. Era da poco uscito “Ricomincio da tre” di Massimo Troisi che, ai polentoni che lo etichettavano come emigrante in quanto napoletano al Nord, lui rispondeva che in realtà voleva solo viaggiare. Quindi coniammo lo slogan della cooperativa che era “vogliamo viaggiare, non emigrare”. La chiamammo la “Metà del cielo”, una frase di Mao. Isabella venne a Teora, fece formazione per le ragazze, il sindaco  Chirico ci mise a disposizione un’area del paese, i delegati di un’azienda metalmeccanica di Milano ci regalarono un container e le macchine per cucire. Facevamo cose bellissime. Nei primi tempi mandavamo i prodotti a Milano per venderli durante gli incontri sindacali, per parecchio tempo andò avanti così. Decidemmo che le tecniche andavano approfondite, quindi a rotazione due ragazze alla volta andavano a Milano per imparare. E le famiglie non volevano che andassero da sole. Potevano emigrare e andare in Svizzera, ma a Milano da sole no. All’inizio le accompagnavo io, poi i genitori si sono abituati e hanno lasciato che andassero da sole.  Fu un’esperienza davvero significativa, che andò avanti per un po’ anche grazie ad un’associazione che coordinava il lavoro, poi è svanita col tempo per la mancanza di mercato. Ma in quel momento era importante costruire il riscatto del Sud e in quei luoghi terremotati c’era un pullulare di iniziative. La nascita delle cooperative, le radio popolari di Lioni, i comitati popolari, iniziative estremamente importanti. Un momento davvero straordinario. Ricordo questi giovani di Teora che quasi un po’ si vergognavano di vivere, dopo lo sfascio e il lutto, un periodo così interessante che gli permise di aprire lo sguardo sul mondo. Riuscimmo ad avere sempre rapporti paritari e a fare le cose insieme. Imparavamo noi da loro e loro da noi. D’altronde con le persone di Teora  ho avuto un rapporto molto molto intenso, ancora sento alcune di loro, mi hanno dato anche la cittadinanza onoraria. E per me è stato importante».

Quanto ha pesato l’esperienza nell’Irpinia terremotata in tutto quello che lei ha fatto dopo?

«E’ stata fondamentale. Arrivavo da un sindacato estremamente militante, ma ritrovarmi di fronte alla quotidianità della vita delle persone in una situazione come quella del terremoto, è stato molto importante per la mia formazione. Ricordo che anche quando tornai a Milano, restai totalmente legata a quella storia che avevo vissuto. Un’esperienza dal basso senza paragoni, straordinaria per le relazioni costruite a Teora, che ha pesato tantissimo su tutto quello che ho fatto dopo, sia nel sindacato che nell’attività politica. Sono sempre stata molto legata alle vicende internazionali, e così arrivò il Nicaragua un laboratorio rivoluzionario fatto di giovani che aveva visto insieme marxisti e cristiani uniti per la liberazione dall’imperialismo africano e dal dominio sovietico. Nell’82 poi ci fu il massacro di Sabra e Shatila e per la prima volta il mio sguardo si posò sulla questione palestinese che entrò prepotentemente nella mia vita. Mi sono trasferita da Milano a Roma dove ho seguito i rapporti internazionali del sindacato, fino all’avventura del parlamento europeo. Mai nella mia vita avrei pensato di fare la parlamentare, mi fu proposto da Giuliano Pisapia e Fausto Bertinotti, in qualità di portavoce dell’Associazione per la Pace, e accettai come indipendente nelle fila di Rifondazione Comunista. L’ultima mia tessera di partito è stata quella del Pci nel ‘66, forse perché reggo poco le appartenenza e preferisco essere molto radicata nelle cose e nell’azione sul sociale, più che nei discorsi.  In tutti questi anni di attivismo, ho sempre portato con me il bagaglio dell’esperienza in Irpinia».

Seppur da un osservatorio ormai lontano, oggi intravede ancora qualcosa di quel tentativo di costruzione del riscatto del Sud?

«Certamente il Sud è andato molto avanti rispetto agli anni ’80. Personalmente non ho mai visto un Sud arretrato perché sono sempre stata consapevole che è questa parte di Italia che ha arricchito il Nord. Oggi c’è da vedere l’Italia nel suo complesso, un Paese che è in una situazione devastante dove tutte le politiche che pensavamo possibili in quegli anni, non si sono realizzate perché in realtà è avanzato un liberismo sfrenato con leggi di mercato che hanno regolato la vita sociale, invece di pensare ai bisogni delle persone.  C’è un problema di sviluppo complessivo di tutta l’Italia, si sperava che questa pandemia servisse a ripensare un sistema sociale ed economico che rimettesse al centro i valori delle persone e della collettività, ma sembra che non sia così. E’ fallita la sinistra, ma è fallito anche un sistema economico basato sul libero mercato, sulle privatizzazioni, lo stiamo vedendo sulla sanità. Bisognerebbe formulare un nuovo discorso che riguardi tutti gli aspetti della vita economica e sociale del Paese, senza distinzioni Nord Sud».

*l’esperienza di Luisa Morgantini in Irpinia è stata raccontata anche da Stefano Ventura nel libro “Storia di una ricostruzione. L’Irpinia dopo il terremoto”

 

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