Questo pomeriggio presso il “Circolo della stampa” di Avellino c’è stata la presentazione del libero “Storia dell’Italia corrotta”, edito Rubettino, di Isaia Sales e Simona Melorio. L’evento, promosso dall’Associazione “IDEA Irpinia” è stato moderato da Marcello Rocco, e oltre alla presenza dei due autori, ha registrato l’intervento dei giornalisti Norberto Vitale e Enrico Fierro.

Il libro parla, come il titolo suggerisce, della corruzione in Italia, ma senza limitarsi ad una cronistoria arida, bensì valutandone le implicazioni e spingendosi fino all’analisi certosina di molti degli avvenimenti riguardanti la corruzione nella storia del Belpaese, arrivando a collocarla direttamente al suo interno. È infatti impossibile, secondo gli autori, discernere tra quella che è la storia d’Italia e quella della corruzione, il che non significa che tutto lo Stivale sia marcio, quanto che è impossibile scindere le due cronologie.

“Questa iniziativa non è la classica passerella alla quale nel nostro Capoluogo siamo abituati- ha spiegato Rocco in apertura dei lavori- Abbiamo lavorato molto a questa iniziativa perché è frutto di un percorso che parte da molto lontano, nel 2016, quando ci siamo ritrovati proprio qui col professor Sales per presentare “Storia dell’Italia Mafiosa”. Il nostro è un percorso che vuole creare consapevolezza ed è molto attuale, visti gli eventi che hanno portato alla decapitazione del Clan Partenio 2.0 e che hanno evidenziato quali siano le implicazioni politiche della vicenda. Il fenomeno della corruzione è il quarto Stato. Ho trovato molto molto interessante l’approccio dato al libro. Si poteva partire dai dati, ma in questo caso il risultato sarebbe stato falsato perché spesso c’è un’eversione del fenomeno che non permette di valutarlo con i numeri; si sarebbe potuto procedere analizzando le opinioni delle persone, ma vista la delicatezza della tematica si sarebbe andati incontro ad argomentazioni forvianti; il lavoro fatto è invece sulla base dell’evoluzione storica del Paese, dando vita a risultati che permettono di fare un’analisi vera. Non credo di essere di parte quando affermo che il libro tratta di fatti oggettivi, proprio perché supportati da avvenimenti storici. Sono fermamente convinto che ci sia bisogno di superare i preconcetti e in questo libro appare chiaro che descrivere la corruzione come un fenomeno prettamente legato al meridione è quantomeno parzialmente falso. La corruzione va combattuta con metodologia, dopo una fase di studio, per riuscire nell’intento con efficacia. Altro importante punto sul quale soffermarsi è quello legato alla dinamica per cui chi viene corrotto, o chi corrompe, è giustificato dal sistema nel quale deve muoversi e sopravvivere. L’Italia non è un paese di corrotti e corruttori, ma questo fenomeno è molto diffuso e va affrontato. Soprattutto si evidenzia come chi dovrebbe far rispettare la legge e i principi morali è proprio colui il quale fa da viatico per la corruzione. Bisogna scardinare il concetto per cui sono tutti uguali e quindi uno vale l’altro. La nostra battaglia che parte da qui oggi, deve essere quella di conoscere questi fenomeni, che sono umani, per poter sconfiggere quelli che sembrano dei Golia davanti ai nostri occhi”.

Ad attualizzare la vicenda con quanto sta accadendo in città, Enrico Fierro, penna de Il Fatto Quotidiano. “Ho letto il libro con nella testa quello che sta accadendo in alcune realtà del Sud, proprio come Avellino. La corruzione in Italia ci costa 280 miliardi l’anno, il 13% del PIL. Se sommiamo questa cifra all’evasione fiscale possiamo facilmente capire quali siano le radici della perpetua crisi economica del nostro Paese. L’importanza di questo tipo di libri risiede proprio in questo tipo di criticità. Il libro non ha lo scopo di farci indignare o darci dei flash, ma ha l’obiettivo di farci capire perché siamo diventati quello che siamo. L’ulteriore domanda che viene fuori dal testo è quella legata alla quantità di Stati e sistemi giuridici che esistono nella nostra organizzazione statuale. La mia risposta è che, specialmente negli ultimi 15 anni, i sistemi di potere si sono organizzati ognuno in un proprio sistema di regole. Siamo nella società delle multinazionali e di internet, nella quale ci impressionano gli slogan e le facce pulite, perdendo spesso di vista quale sia l’impatto di questi movimenti. Abbiamo avuto Mani Pulite, con la politica allo sbaraglio, poi abbiamo avuto la politica che puntava il dito contro i giudici. Noi siamo, rimanendo in tema di sistemi giuridici, il paese più incerto. Abbiamo avuto tante modifiche dal punto di vista giuridico, finendoci a trovare un’incertezza delle regole sanzionatorie che risente delle ondate dell’opinione pubblica. Il problema, per quanto mi riguarda, è che in questi anni la corruzione trova consenso sociale, altrimenti non si capirebbe perché molti politici indagati siano stati nuovamente eletti. A noi piacciono le dinamiche da talk show alle quali siamo sottoposti e questo accade anche in questa città. Io ricordo un episodio che dovrebbe far vergognare gli onesti cittadini di questa città, che non sono molti e lo dico senza problemi, ed è quello legato a quel frame di Report che vede un nostro consigliere, figlio di un Boss, intervistato. Un altro esponente comunale, si avvicina ridendo facendo una battuta sulla pericolosità del collega e tutto è finito in risate. È questo il motivo per cui la città non sta crescendo e sta finendo male. Parte della piccola borghesia di questa città è colpevole di quello che sta accadendo, dal caso Isochimica fino alle inchieste di questi giorni. Non so se verremo fuori dal tema della corruzione, ma fino a che il figlio di un boss avrà la possibilità di fare politica senza che ci si indigni, non abbiamo diritto al futuro”

L’intervento di Norberto Vitale, giornalista dell’Ansa, si è invece concentrato sulla percezione della corruzione, spesso trattata come un fenomeno secondario e troppe volte giustificata. “Vorrei partire da una considerazione, quella dell’alibi della costrizione. Per me c’è un ulteriore elemento di preoccupazione: l’affievolimento che si percepisce rispetto agli eventi, che tende a ridurre a peccati veniali gli episodi di corruzione. La corruzione causa un deficit di democrazia, appannandone il concetto. Non è un caso che oggi il 48% degli Italiani, anche rispetto alla continua presenza di episodi corruttivi, sostiene che funzioni meglio il cosiddetto uomo forte. Il fenomeno in Italia, a tutte le latitudini, per il suo accumularsi quotidianamente, sta generando e ha generato la percezione per cui la democrazia è un sistema che non funziona. Non sono pochi quelli che sostengono che la corruzione non sia una patologia della democrazia, ma una vera e propria conseguenza delle stessa. La sequenza di scandali proposti dagli autori è sì una ricerca, ma anche un romanzo popolare che ci dà conto della nostra storia. La corruzione non è solo una storia criminale, ma affianca i poteri ufficiali. Il libro evidenzia come in Italia, neanche nel ventennio fascista, lo stato ha avuto la sua legittimazione sociale. Questo è un cancro che divora la democrazia e va affrontato tenendo in conto che questo è un paese che funziona in questo modo e che va regolarizzato. I numeri che riportava poco fa Enrico sono numeri certi, confermati da più istituti. Bisogna partire col l’ammodernamento dello Stato, non solo tramite slogan e propaganda, ma farlo effettivamente, per cercare di combattere questo fenomeno, che va avanti da 150 anni e che ormai è impossibile non considerare come un costume italiano. Il libro mi ha colpito molto per come mette in evidenza i fatti e per come costruisce un vero e proprio romanzo nero che costituisce parte della storia del nostro paese”.

La giovane Simona Melorio, ricercatrice Università del Molise, e co-autrice del libro, ha continuato sulla falsariga rispetto a quanto fatto da Vitale, ma sottolineando con forza il legame tra corruzione ed élite nel nostro Paese.

“In questo libro non si dice che tutta l’Italia è corrotta, ne tantomeno che solo il nostro paese lo sia, ma si prova a comprenderne il perché abbiamo utilizzato la storia come metodo per capire quali siano le caratteristiche della corruzione in Italia. Le statistiche usualmente utilizzate dai criminologi non ci aiutano in questa impresa perché il risultato sarebbe che non c’è corruzione. Anche le statistiche legate alla percezione non sono state utili. Non siamo andati a ricostruire la piccola corruzione, quella di un singolo che paga un politico, ma abbiamo preso in considerazione la corruzione sistemica, quella che coinvolge l’élite. Criminale è solitamente considerato il povero, quello che non ha reddito, quello che non può studiare. Le classi pericolose. Ma con la corruzione questa idea cade, questo stereotipo viene meno. È criminale chi ha un lavoro, forse anche un posto di prestigio, e che ha almeno un diploma. L’idea si ribalta e il reato di corruzione diventa fenomeno biunivoco: è tanto responsabile il corrotto quanto il corruttore, che riceve sempre beneficio, senza essere stato costretto a pagare. Da questo punto di vista credo che gli imprenditori, quelli che corrompono, vengono fuori bistrattati poiché la loro principale caratteristica è quella del rischio di impresa. Si può definire imprenditore chi non si assume il rischio d’impresa? In tangentopoli si sono tutti ritenuti vittime e innocenti, quasi come se fossero stati sotto ricatto. In un contesto del genere viene meno la concorrenza e le vittime sono in realtà postume, come quando cade un ponte per un appalto mal gestito, dato solo per una mazzetta. La percezione intorno alla corruzione è instabile, perché tutti ne affermano l’esistenza, ma il cittadino ha difficoltà a capire chi è colpevole e di cosa. È per questo che questo tipo di reato può essere e viene giustificato più di molti altri. Quello che proviamo a dire è che nel nostro stato c’è un cortocircuito: l’Italia è stata fatta, ma ci sono dei piccoli gruppi che portano avanti i propri interessi. Quando questo avviene tra gruppi d’élite, si perde il concetto di stato di diritto. Anche sotto il profilo delle leggi questo accade, perché spesso chi deve far rispettare le leggi ne costruisce di nuovi per il proprio gruppo d’appartenenza, per la propria élite apposta. Questo vale anche per le mafie, che spesso ci hanno detto che creano corruzione, ma che spesso si inseriscono in sistemi già corrotti. Fino a quando la mafia avrà legami con il potere, sarà sempre molto complicato combattere la corruzione, soprattutto perché non riusciremo a distinguere i normali politici dai mafiosi. I sistemi di corruzioni sono diversi da luogo a luogo e tra tempo e tempo; oggi ad esempio si parla di smaterializzazione della tangente, ma c’è da sottolineare come la corruzione rimanga una costante della nostra storia, sia al nord che al sud, e andrebbe letta a mio avviso come uno scarso senso del diritto. Dobbiamo tornare a pensare di chiedere i diritti, piuttosto che i favori”.

Infine è toccato a Isaia Sales, che ha chiuso l’evento con una convincente testimonianza nella quale ha ribadito l’intenzione del libro: smuovere le coscienze rendendo evidente il link tra storia d’Italia e corruzione.

“Questo libro nasce dal convincimento che quando fenomeni criminali durano per tanto tempo, non possono più rientrare nella storia criminale ma devono essere agganciati a quella del luogo dove accadono. Abbiamo questa concezione della storia della mafia e della corruzione che non ci fa comprendere quale siano le dinamiche sistemiche che ci sono dietro. Il successo delle mafie non è dovuto alla loro organizzazione militare, basti pensare a Briganti e pirati, che erano molto più attrezzati. Neanche il consenso popolare è da considerarsi come fattore prevalente, perché anche in questo caso. I successi della mafia hanno profonde radici nei rapporti che hanno con chi dovrebbe reprimerle. La mafia è violenza di relazione. La loro forza è proprio in queste relazioni, senza le quali sarebbero banali criminali. La corruzione appartiene a qualcosa di simile, ovvero appartiene all’élite del nostro paese, non al popolo. La corruzione, contrariamente a quanto si dice, si muove dall’alto in basso. È per questo che il racconto della nostra storia va modificato, sottolineando come i vari Riina e Cutolo, anche se non mi fa piacere, siano parte della storia del nostro paese. Sono riusciti ad avere continui contatti con gran parte della nostra classe politica per anni e hanno determinato cose fondamentali per gli accadimenti della nostra storia. Con questo non voglio dire che la storia dell’Italia coincida con la storia della corruzione, ma che è inaccettabile che l’una non rientri nell’altra, altrimenti non riusciremo mai a venirne a capo. In Italia non è potente chi fa rispettare la legge, ma chi si fa pagare. Non abbiamo mai superato la nostra concezione feudale né tantomeno l’idea del potere. I mafiosi sono come i feudatari, hanno potere politico, economico ed amministrativo. Lo dice Sciascia, chi non ruba sta togliendo qualcosa alle proprie famiglie. Questa è la concezione che noi abbiamo, ed è deleteria: chi è onesto è incapace, chi è disonesto invece lo è. Questa idea che l’onestà sia staccata dalla efficienza è assolutamente deleteria. Abbiamo la concezione di aver fatto molto nonostante la corruzione ma la realtà è che senza questo fenomeno saremmo il più grande paese d’Europa. C’è un forte gap nella meritocrazia ed è complicato rifondare il senso dello Stato, poiché quello in cui il nostro paese differisce rispetto agli altri non è tanto il volume di corruzione, che è lo stesso, quanto la concezione che chi è stato corrotto possa essere eletto”.

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