Due vite in osmosi quelle di Dino Risi e Vittorio Gassman, due vasi comunicanti tramite il cinema: ritratti che condividono linee e tracce parallele di passioni – quella per le donne, ad esempio –, perdite inattese come per la figura paterna e brusche battute d’arresto fatte di qualche insuccesso e malinconie. Sono tragitti differenti ma conoscono tappe comuni: sedici film insieme, a ritmo di Peppino Di Capri e Edoardo Vianello, la proiezione e incarnazione sullo schermo dell’Italia che avanza inesorabile verso il progresso tecnico, il boom economico, ma capisce e sa vedere nell’euforia le incrinature della società e la perdita progressiva dei suoi valori. Due vite a passo sostenuto, con un contachilometri impazzito, come ne “Il sorpasso”, che non conosce pause tra un film e una scrittura teatrale, tra una regia e un impegno all’estero, così non è un caso che una sterzata laterale, un inciampo emotivo sia avvenuto nello stesso luogo in tempi differenti.

Se per Vittorio Gassman l’Irpinia del 1963 è sinonimo di bicchieri di whiskey e conversazioni in un distributore di benzina, segregazione e tormento per la distanza da Annette Strøyberg, come riporta nella sua autobiografia “Un grande avvenire dietro le spalle” (Longanesi & C., 1981) – “E accidenti a lei, alla sua pelle che mi sogno la notte, mentre ho da starmene qui tra le montagne a girare questo film di merda!” -, Avellino per Dino Risi ha il suono marziale dell’adunata militare e gli ordini del capitano Mantovani. Come racconta il figlio, Marco Risi, nella biografia a specchio “Forte respiro rapido” (Mondadori, 2020), il regista di “Una vita difficile” e “Profumo di donna” era di stanza nel capoluogo per un addestramento. “Siete trecento italiani? Diventerete trecento tedeschi” ripeteva con prepotenza l’ufficiale al battaglione, non sapendo che tra le sue fila c’era uno degli italiani più anarcoidi e irredenti che il cinema avrebbe ricordato. Ateo di estrema convinzione, regista fieramente disimpegnato, più votato a catturare i difetti con i ritmi della commedia che con l’immagine drammatica, mostra uno dei pochi cenni di paura e timore reverenziale in occasione dell’addestramento.

Marco Risi

Un raro episodio di cedimento del pudore. Una parte fragile che teneva nascosta, come scrive il figlio e regista Marco, che interessava di più “proprio perché per scoprirla bisognava fare i salti mortali”; e infatti più che una biografia dettagliata, “Forte respiro rapido” si presenta come una raccolta di ricordi allacciati con perizia da salto di trapezista da circo, concatenati alla ricerca del lato nascosto, più indifeso, seppellito sotto la battuta al vetriolo e l’ironia. Così, raccontando come una lastra radiografica il profilo intimo di un padre che ha fatto la storia del cinema italiano, Marco Risi fa emergere le fragilità di molti protagonisti di quella stagione che avevano fatto della riservatezza “il segno distintivo di una generazione”: l’irrequietezza e la paura della morte di Tognazzi, il tatto di Alberto Sordi nel rifiutare una scena de “Il muro di gomma” sulla strage di Ustica, perché il pubblico avrebbe associato la sua presenza a una risata – “A Ma’, ce stanno cento morti in fondo al mare… Io faccio ride’” – e la timidezza unita alla tarda depressione di Vittorio Gassman. Un malessere che Marco Risi aveva intenzione di raccontare in un film sull’ “attore che tutti credevano spavaldo, eroe forte e sicuro e che invece soffriva come un cane”, uno smarrimento da sguardo vacuo e che riporta alla mente i giorni delle riprese ad Ariano Irpino negli anni sessanta; quando arriva il momento di sottoporre il soggetto per un parere, Dino Risi risponde con l’intransigenza da capitano Mantovani, gelando le motivazioni del film con un “Stronzate! Vittorio è l’attore!”. Un dissenso che sembra avere più ragioni personali che di difesa per la personalità del suo attore, quasi che a mostrare sullo schermo lo sconforto dell’amico fragile che aveva incarnato in tanti anni i suoi difetti e ossessioni potesse essere messo definitivamente a nudo anche il proprio lato nascosto.

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