Enzo Gragnaniello

Avellino Summer Fest organizzata dal Comune di Avellino, porta, l’8 settembre alle 21 a Rione Mazzini, la grinta e il talento di Enzo Gragnaniello, cantautore napoletano con 16 album di successo al suo attivo, grandi successi composti per artisti del calibro di Andrea Bocelli e Roberto Murolo e una vena espressiva intensa e pulsante che esprime la natura vulcanica di quest’anima antica e moderna al tempo stesso.

Classe 1954, Gragnaniello è una delle voci partenopee contemporanee più significative; i suoi lavori, pubblicati dal 1983 in poi, sono focalizzati su uno stile che attinge e rinnova gli stilemi della canzone napoletana classica con iniezioni di world music e con l’espressività di una voce unica, graffiante e dolente, che amplifica, come una maschera da teatro greco, i sentimenti fino a farli percepire anche all’ascoltatore più lontano. 

Compagno alle scuole elementari di Pino Daniele, Gragnaniello fonda nel 1977 il suo primo gruppo i “Banchi Nuovi” – con Gennaro De Rosa, Lorenzo Piombo, Roberto Porciello e Francesca Veglione – legato all’esperienza dei Disoccupati Organizzati. E’ di questo periodo il suo primo cavallo di battaglia dal titolo “O Scippatore”.

Nel 1983 pubblica il suo primo album “Enzo Gragnianiello” e nel 1983 “Salita Trinità degli Spagnoli”, il luogo dov’è nato e dove tuttora vive. Vince il Premio “Targa Tenco” per ben tre volte, nel 1986, nel 1990 e nel 1999. Nel 1991 scrive per Roberto Murolo “Sta musica” che il Maestro inciderà con Consiglia Licciardi; ripete nel 1992 con “Cu’mme” inciso con Mia Martini con enorme successo. Per Andrea Bocelli scrive “O mare e tu”. Nel 2001 incide “Balìa” presentato in tour in Italia e all’estero; nel 2007 trionfa nel programma “Viva Napoli”; nel 2010 riceve il premio Armando Gill nella serata di Gala svoltasi a Grottolella.  Nel 2011 pubblica “Radice” che vede Gragnaniello suonare con i Sud Express (Franco Del Prete (batteria), Piero Gallo (mandolino e chitarre) e Francesco Iadicicco (basso), con Erasmo Petringa al violoncello in Indifferentemente). Nel 2015 riceve il Premio Disco Days alla Fiera del Disco e della Musica. Il suo disco più recente è del 2019 e si intitola “O chiamavano vient’ ‘e terra”. 

Enzo Gragnaniello, lei è stato in Irpinia diverse volte nel corso degli anni, quali sono i suoi ricordi legati a questa terra? 

“Effettivamente ci sono stato tante volte, ma il mio ricordo più forte risale sicuramente al 1980, l’anno del Terremoto. In quel frangente, infatti, sentii il bisogno di venire in Irpinia a dare un po’ di sostegno ai terremotati con la musica, era il periodo in cui facevo anche attività politica e la musica aveva anche un significato fortemente sociale. Ricordo che suonavo la mia chitarra e cantavo praticamente tra le rovine di paesi come Lioni o altri in Alta Irpinia, dove tanta gente aveva perso tutto, persone di famiglia, case, futuro. Era palpabile il trauma, la paura, ma anche il carattere di queste popolazioni, contadine e resistenti, che non volevano arrendersi alla tragedia”. 

Dopo tanti anni e tanta ricerca, come definirebbe la sua musica oggi? Lei nasce dall’impegno e quello c’è sempre, c’è forse più sentimento?

“Tutto è come accade in natura, un frutto nasce, matura pian piano e poi cade dall’albero per essere mangiato. Diciamo che in tutti questi anni sono passato dall’impegno sociale all’aspetto più spirituale della musica, i veri contenuti rivoluzionari, infatti, sono nell’invisibile, nelle cose più semplici e, inevitabilmente, si matura acquisendo questa consapevolezza. La cosa importante è non farsi illusioni ma portare il dono dell’arte come una missione, altrimenti diventa una cosa ridicola e banale, deve invece maturare il sentimento, l’unica energia che può comunicare lo spirito umano. La musica ha a che fare solo con lo spirito, la mente è solo un mezzo. Tutto ciò che faccio, tutto ciò che scrivo è solo e soltanto per trasmettere emozione, questa è la mia musica”. 

Come vede la musica oggi, la scena giovane napoletana è in fermento (anche in Irpinia tanti giovani fanno musica partendo dal folk per contaminarlo), trova qualche similitudine con il Napoli Power degli anni ’70? 

“Il Napoli Power è una cosa, questi “giovani aggiunti” sono una cosa del tutto diversa. Noi, a suo tempo, abbiamo cercato di rendere contemporaneo qualcosa che ha radici profondissime, Napoli infatti è una città esoterica, che geograficamente è sensuale, è una città potente fatta di mare, sole e tufo, la città dei poeti e lo è stata sempre. Questi che io chiamo “nuovi aggiunti” non hanno niente della poesia di Napoli, tanti in realtà vengono dall’hinterland e comunque non serve a niente fare musica globalizzata e metterci dentro il dialetto. La musica napoletana è una musica curativa, potente, sciamanica, che ha a che fare con le emozioni. In queste canzoni, con i video con i culetti che si muovono, non c’è niente di tutto questo, non c’è corrispondenza con una città che è piena di cultura e poesia. E’ questa la differenza, in ogni caso questo mondo non mi interessa e non lo seguo perché oggi segue una moda e domani ne seguirà un’altra, Napoli invece è senza tempo, è universale e io ho tempo solo per questo. Napoli o uno ce l’ha dentro o no, non c’è bisogno di copiare, l’emozione di una tammurriata se diventa qualcosa di rituale, come una preghiera, diventa naturalmente rock”. 

Tra le tante canzoni che ha scritto, quale secondo lei fotografa meglio il momento presente, la dialettica tra globalizzazione e tradizioni, tra materia e spirito? 

“La verità sta nel mezzo. Stiamo vivendo un momento di crisi mondiale, le cose che più possono prevalere sono la consapevolezza. Se seguiamo tutti gli eventi come ci arrivano attraverso i media, non riusciremo mai a trovare un centro, siamo infatti disorientati dalla paura dalle ansie. Ci vuole uno sguardo all’interiorità, tutto ciò che è materia al mondo è infatti un prestito, la parte spirituale che è in noi è la nostra vera essenza e la consapevolezza e il dialogo con questa dimensione, attraverso la cultura, può accendere la realtà con nuovi colori e mutare il nostro punto di vista e la consapevolezza. La cultura però si accende attraverso l’emozione; oggi i ragazzi non leggono, passano il tempo guardando le foto sui social, la musica ha un ruolo culturalmente importante perché parla direttamente alla parte essenziale, può far capire tante cose, emozionare e cambiare i punti di vista. E’ questa la mia musica, ci sono anche dei contenuti rivolti alla parte mentale, ma soprattutto parlo direttamente al cuore attraverso l’emozione”. 

Questo suo ultimo album “O chiamavano vient’ ‘e terra” è una riflessione sulla sua scrittura finora o un salto verso un cambiamento futuro?

“Tutto quello che io compongo nasce da quello che ho visto nella mia vita; la differenza che ho acquisito con il tempo è tutta in termini di consapevolezza. Oggi so molto di più che la musica è una cosa seria, proprio per il potere che ha di veicolare energie e messaggi potenti che non si possono contaminare con la vanità o la stupidità”. 

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