di Leonardo Festa, docente di storia e filosofia, Partito Democratico.

Ricordo ancora il giorno in cui la Pellecchia, la mia professoressa di Italiano del Liceo, ci parlò di “Vita di Galileo”. In quest’opera, Bertolt Brecht mette in scena un emblematico dialogo tra Galilei e il suo allievo Andrea. Quest’ultimo, deluso per l’abiura del maestro, si rivolge a lui esclamando: «Sventurata è la terra che non ha eroi». Ma la risposta del maestro non certo è meno arguta: «Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi». Personalmente, ho sempre dato ragione a Galileo: il problema è che abbiamo sempre bisogno di eroi. E non solo: ne siamo costantemente alla ricerca.

Cerchiamo eroi se un’amministrazione vive l’attesa del Natale nell’auspicio di oscurare Salerno. È evidente che un progetto come questo fornisce un ottimo argomento di discussione in un bar della città, e l’euforia per l’impresa titanica pone in secondo piano che i fondi per in Natale siano stati recuperati grazie ad una variazione di bilancio che andrà ad impattare casse comunali, già in affanno. È diventata una priorità garantire l’opportunità di uno scatto da postare sui social di un albero illuminato in piazza, mentre intanto si perdono i finanziamenti di un progetto del Piano di Zona per favorire l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro.

Cerchiamo eroi se non ospitiamo sulle locandine che indicano i nomi dei big della politica anche il simbolo del loro partito. Da sostenitore del PD, non posso che essere grato a chi la settimana scorsa mi ha dato la possibilità di ascoltare sia il capogruppo del PD alla Camera che un attuale Ministro, ma dimenticare i simboli politici rischia di trasformare, nella percezione collettiva, un interessante momento di confronto in un passaggio di una eterna lotta per le investiture. I tempi sono ormai maturi per superare questo clima da continua campagna elettorale, la vera partita ora è fare ognuno la propria parte per far ripartire il PD, ponendo al centro le esigenze di tutti quegli iscritti alla ricerca di un luogo di confronto, di un laboratorio di idee, uno spazio in cui la prima domanda non sia a quale corrente appartieni.

Cerchiamo eroi anche quando la priorità diventa dichiarare uno stato di emergenza, più che individuare strategie lungimiranti. A fine settembre, il Comune di Avellino ha dichiarato l’emergenza climatica, e a distanza di poco, l’assise si è ritrovata per discutere dell’emergenza criminalità. E sono molte le amministrazioni che hanno adottato gli stessi provvedimenti. A Dresda a novembre il Consiglio comunale ha addirittura discusso una delibera sull’emergenza razzismo. La parola emergenza non è nuova nel linguaggio della politica, ma di certo nuovo è l’utilizzo che se ne propone in questi frangenti. Con stato di emergenza solitamente si intende un momento in cui un esecutivo o una amministrazione, costretta dall’urgenza e dalla gravità di una situazione, agisce andando in deroga alle norme, e quindi riducendo momentaneamente lo spazio di esercizio dello stato di diritto attraverso provvedimenti non ordinari. Ma una discussione su uno stato di emergenza non può ridursi ad un dibattito su quanto sia grave un problema, è ovvio che l’ambiente e la criminalità sono priorità e che votare contro questi provvedimenti sembrerebbe assolutamente impopolare, ma è anche vero che occorre dare consequenzialità a certe scelte, favorendo lo sviluppo degli ambienti della partecipazione politica e considerando anche che la logica emergenziale poco si addice a problemi cronici. Ho avuto il piacere di partecipare al Forum for Future, un progetto realizzato dal Forum dei Giovani di Ariano, guidato da Giuseppe Melito e Giuseppe Perrina. Si trattava un ciclo di incontri, a cui partecipavano studenti, rappresentanti politici e del mondo dell’associazionismo per discutere di questioni ambientali. Alle relazioni seguivano tavoli tematici per raccogliere proposte, e le più interessanti sono state inserite in un documento consegnato al Sindaco Franza e attualmente scaricabile dal sito del Forum. Di sicuro, un buon esempio che dimostra come sia possibile superare la logica dei like e dei titoli per abbracciare quella del confronto e della partecipazione.

In una lettera pubblicata su Repubblica il primo novembre, Natalia Aspesi lancia un appello assolutamente condivisibile: c’è bisogno di tornare ad avere voglia di politica. In realtà, per la Aspesi, il tanto declamato popolo non vuole sapere nulla di ciò che succede davvero, di tasse, di leggi e di scontri. Il popolo ricercherebbe invece qualcuno che non chieda partecipazione e responsabilità, sacrifici e misura, ma che da solo risolva tutto: distraendo, rallegrando e promettendo una facile Bengodi. Ma la politica non nasce per assecondare gli istinti o distrarre l’attenzione dai veri problemi. Né può dipendere dall’immagine di un singolo. La realtà ha un’agenda che non coincide con quella delle narrazioni.

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