Da Benno Besson a Luca De Filippo, dalla pioggia battente di “Scusate il ritardo” alle occupazioni studentesche di “Facciamo Paradiso”, dalla televisione ai libri, dal rispetto per la tradizione teatrale alle sfide future, tutto questo è Lello Arena (66 anni): un attore – e un napoletano – difficile da definire, una personalità non facile da etichettare, perché ricca di numerose sfumature che corrispondono agli anni di formazione e studio, progetti e incontri. Una passione, quella per la recitazione, che non accenna ad affievolirsi con il trascorrere degli anni e che nutre curiosità per i nuovi linguaggi e gli autori più giovani. Sabato 11 e Domenica 12 Gennaio sarà in scena al Teatro Carlo Gesualdo di Avellino con “Miseria e Nobiltà” – per la regia di Luciano Melchionna – nel ruolo di Felice Sciosciammocca.

“Miseria e Nobiltà”, tra riletture e messinscene più classiche, è uno dei testi del panorama teatrale italiano con maggiori repliche. Quali sono i punti di forza di questo spettacolo per cui, dopo più di un secolo, continua a essere presente nei cartelloni?

«Scarpetta è da sempre uno dei più grandi drammaturghi italiani, protagonista indiscusso di una rivoluzione, grazie agli insegnamenti di Antonio Petito. Decise di abolire le maschere tradizionali e di riadattarle come maschere borghesi: reinventare un personaggio come Felice Sciocciammocca può risultare apparentemente una cosa semplice, invece con questa creazione Scarpetta ha dato inizio a un nuovo teatro che parlasse obbligatoriamente di persone. “Miseria e nobiltà”, poi, penso che abbia avuto quel pizzico di magia in più che lo colloca automaticamente in uno stato di grazia: racconta una storia che non si risolverà mai, proprio perché pone l’accento sulle disparità sociali, un elemento che nel mondo contemporaneo si fa sempre più evidente. Le miserie sono sempre più stesse e alimentano meccanismi come quello della camorra che si basa sulla disperazione della gente che non ha niente da perdere.»

Pensa che i nuovi drammaturghi abbiano perso questo sguardo universale sul mondo contemporaneo?

«No, ci sono molti autori che hanno saputo custodire questa forza e confido nella loro resistenza al tempo, dimostrando di saper raccontare l’animo umano. Penso a scrittori come Gabriele Di Luca, della compagnia “Carrozzeria Orfeo”: autori giovani che scrivono delle storie e dei racconti facendo riflettere il pubblico con coscienza sul genere umano e che nei prossimi venti anni, si mostreranno come testimoni di questo tempo. Pensando alla scena napoletana, mi viene in mente Enzo Moscato, che sa sempre sorprendere per la sua straordinaria attualità.»

“Miseria e nobiltà” è il secondo spettacolo che la vede protagonista con la regia di Luciano Melchionna: su quali basi verte il vostro sodalizio artistico?

«Con Melchionna m’intendo a perfezione sul modo di lavorare insieme. Ci siamo incontrati per portare in scena “Parenti serpenti”, trasposizione teatrale del film di Mario Monicelli. Gli artisti quando collaborano a stretto contatto possono cedere a un certo tipo di vulnerabilità: abbiamo passato il primo periodo a prenderci le misure a vicenda, a studiarci, così poi da accordarci sui canoni per il lavoro comune; senza dubbio abbiamo entrambi una forte passione per la nostra professione, senza restare in superficie del testo, inoltre custodiamo questa passione con un attaccamento di tipo artigianale senza cadere nelle trappole del mestiere. La tentazione di prendere la scorciatoia c’è sempre, in due è più facile ricordarsi che il percorso comune può essere superato con originalità, senza vacua esteriorità. Il risultato è visibile nei nostri spettacoli, che registrano soldout e continuano a divertire il pubblico.»

Lello Arena

Il teatro napoletano subisce una continua evoluzione, cosa pensa delle sue ultime trasformazioni?

«Vedo tanti registi e attori di ottimo livello, Napoli ha da sempre una grande quantità di proposte, così diverse tra loro che non sempre è facile collocarle a un certo tipo di napoletanità. A volte i giovani guadagnano grandi spazi anche essendo alle prime armi, e contemporaneamente progetti più piccoli nati dalle forze comuni degli attori conquistano respiro in tempi più lunghi, ma Napoli ha una produzione continua di artisti, nuove idee. Da tecnico osservo e mi meraviglio ogni volta della naturalezza con cui questo accade.»

Pensando al film che lei ha sceneggiato, “No grazie, il caffè mi rende nervoso”, l’oleografia del “sole, pizza e mandolino” che avversavate sembra che sia riemersa nel modo peggiore in questi anni.

«Il personaggio di Michele Giuffrida è entrato con una certa prepotenza nell’immaginario collettivo ai tempi dell’uscita del film, per un periodo è diventato anche modello per i neo borbonici, quando invece ritengo che non sia affatto un personaggio da prendere come esempio: Michele Giuffrida è un serial killer che uccide chi non è in linea con il suo pensiero. Un atteggiamento inaccettabile. Per quanto riguarda un certo tipo di stereotipo, non credo ci sia niente di male che sopravviva, parlo soprattutto per i turisti: vengono a Napoli, attratti dal mangiare la pizza, ma penso che restino sconquassati. Si può anche arrivare pensando che sia soltanto luogo comune, ma poi Napoli trova sempre il modo per spiazzare e conquistare, perché tutto rimanda sempre alla sua storia, arte e cultura.»

Parlando di storia e arte, quali sono stati i suoi maestri in teatro?

«Con La Smorfia avevamo a San Giorgio a Cremano un piccolissimo teatro che faceva già giro con la cooperativa dei teatri di sinistra, c’era un circuito che ci ha concesso il modo di vedere e conoscere persone straordinarie. Penso a Lea Vergine, i fratelli Bennato, la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Uno dei più grandi privilegi è stato assistere agli spettacoli di Concetta Barra: una comicità assolutamente surreale e potentissima, per modi e tempi che nessuno riusciva a replicare. Da questa esperienza ci è sembrato obbligatorio pensare di concepire un progetto di comicità e teatro che fosse un’inseminazione di tutti questi elementi. La Smorfia è frutto di tutto questo.»

Come definirebbe il suo rapporto con Massimo Troisi?

«È sempre stato un rapporto molto complesso, mi considero senza dubbio una persona privilegiata per aver interagito con un genio del genere. Parlare con Massimo non era semplicissimo, così come proteggere le sue istanze, le sue iniziative, vivendo anche in casa insieme, e condividere il quotidiano. Superando il rapporto professionale, costituito da un grande percorso comune, aver conosciuto Massimo la considero una delle mie più grandi fortune nella vita. Immaginarlo come maestro è impossibile, perché c’è sempre stato uno scambio gratuito, è una persona con la quale sono cresciuto, condividendo tutto.»

Dopo aver lavorato con i fratelli Taviani, Monicelli, quali sono invece i suoi progetti futuri con il cinema?

«Per il cinema comico occorre stare insieme e avere a disposizione più persone. A parte casi clamorosi, consorziarsi con un piccolo gruppetto di comici e provare a mettere su dei progetti resta una valida risorsa. Stiamo fronteggiando una rivoluzione del mercato per cui ci troviamo a interfacciarci con Amazon e nuove realtà di produzione: è un momento di grande transizione, di grandi novità. Un impegno molto diverso dal riempiere i teatri, per cui quello che per i più giovani che vogliono fare cinema è quasi un passaggio naturale, per gli attori della mia generazione resta ancora un universo da comprendere e scoprire. Vedremo.»

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