Attenzione a non confonderla per nostalgia, perché la speculazione sulle redazioni dei giornali e sul mondo anni ottanta che anima il romanzo “Niente di personale” di Roberto Cotroneo (ed. La nave di Teseo) non è la sindrome de l’age d’or o la necessità di catabasi di “Midnight in Paris” di Woody Allen, quanto il desiderio di analizzare i difetti, le non omologazioni che sono andate perdute e l’inizio del conformismo culturale che domina il tempo presente. Come in breve si sarebbe interrogato Alvy Singer in “Io e Annie”: “Da dove è partita la crepa?”.

“Questi tempi non sono peggiori, siamo noi che non sappiamo renderli migliori” ribadisce l’autore durante l’incontro ad Avellino, organizzato dall’associazione “Per Aenigmata”: è innegabile l’opportunità offerta dalla contemporaneità di rintracciare, ad esempio, biografia, filmati inediti, concerti e album di Chet Baker in meno di un secondo tramite i motori di ricerca; ma se è concesso questo incredibile vantaggio rispetto al passato, come è stato possibile raggiungere la decadenza e il disinteresse nel breve periodo del tempo attuale?

Recuperando l’esercizio della fotografia, passione giovanile mai completamente sopita, Roberto Cotroneo propone tramite “Niente di personale” una serie di istantanee – memorie familiari, politici italiani e ritratti – di un’epoca lontana e irreversibile di cui egli stesso è stato testimone, per identificare il colpevole, come una Miss Marple di Agatha Christie, del delitto di semplificazione dell’oggi; in fin dei conti, “Questo libro è la storia di come ricomincio a guardare”.

È nella metà degli anni ottanta che Cotroneo, poco più che ventenne, viene chiamato dalla redazione de L’Espresso a Roma. “Un mondo – continua lo scrittore nel corso della presentazione – in cui Gabriel García Márquez si fermava a discutere alla tua scrivania di ristoranti. Tutto questo era la normalità.” Un universo che si misurava in base al differenziale tra l’alcol e la lucidità di una discussione e confessione, in cui i gradi di separazione tra i giornalisti e i grandi scrittori come Sciascia, Calvino o Arbasino non esistevano, anzi, era un “tempo di contiguità fitta”, di pettegolezzi, storie e aneddoti arricchiti ad ogni pranzo e soprattutto, un tempo di curiosità. Un’epoca in cui personalità come Federico Fellini invitavano a pranzo giovani reporter per indagare meglio la generazione che si affacciava, lo stesso interesse che spingeva Aldo Moro a non saltare lezioni universitarie – anche se ministro degli Esteri – per non interrompere un colloquio con la futura classe dirigente e “per sapere dove sta andando il paese”: un’età in cui i grandi, proprio perché tali, non si sentivano minacciati, perché “i maestri sapranno sempre una cosa, almeno una, in più rispetto agli allievi”.

Visto che nessun periodo è destinato a tornare, “Niente di personale” suona agli occhi del lettore come una “rapsodia dell’Italia che è stata e quella di oggi”, uno schedario prezioso che non ricostruisce narrazioni ideali di un tempo passato, ma che mette in luce le imperfezioni per un superamento in futuro. Un sorpasso che è apparso sempre più lontano alla fine della presentazione, dal momento che nessuno nella platea di liceali sembra abbia espresso l’intenzione, tra firme di copie e foto ricordo, di capire chi fosse Chet Baker.

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