Occorre l’ironia napoletana del professore Salvatore Prisco, un’espressione da amara realtà con sorriso troisiano, per fotografare con precisione e un po’di sarcasmo l’incontro organizzato dal Movimento Forense di Avellino dal titolo “La grande bellezza… del diritto”, perché se l’intento del convegno – un tema di grande potenziale e per nulla banale – era quello di mettere in risalto le intersezioni tra il cinema e il diritto e approfondire la dimensione umanistica di questa scienza sociale, alla fine tutto rischia di risolversi in un eccitato presenzialismo televisivo: «Mia moglie mi ha detto: peccato, ad averlo saputo prima che c’era Alessandro Preziosi tra i relatori, questa volta sarei venuta anch’io».

Sabato pomeriggio. Nonostante l’appuntamento sfavorevole per l’inizio del fine settimana, la sala blu dell’ex Carcere Borbonico registra una buona presenza nella platea; per vincere l’astensione gioca un ruolo fondamentale l’amo lanciato per l’intervento dell’attore e “mancato avvocato” avellinese, che in serata sarà di scena al Teatro “Carlo Gesualdo” con lo spettacolo “Vincent van Gogh”. Partono le dirette facebook, i curiosi si affacciano, a bassa voce si discute della cena tra poche ore, eppure nel pubblico c’è anche chi commenta l’ultimo di John Grisham o ricorda con gioia le lezioni universitarie di Prisco, un professor Keating della facoltà di legge, che spiega con chiarezza e salta dalle citazioni dei brocardi latini alle pagine di Kostoris senza sforzi. È l’intuizione dell’analogia, la comprensione della ratio legis e la capacità critica di valutare imperfezioni e punti di forza della norma a fare la completezza del giurista: «Per arrivare a questa comprensione, come ribadisce Gianrico Carofiglio ne “La misura del tempo”, il sapere tecnico non basta; un giurista deve dedicare una cospicua parte del proprio tempo a cose che con il diritto, all’apparenza non c’entrano nulla: leggere buoni romanzi, vedere buon cinema, anche buona televisione. In poche parole, come sintetizza Francesco Carnelutti: un giurista che conosce solo il diritto non conosce nemmeno il diritto». Guardando in sala le reazioni dei presenti all’eco dei nomi più importanti che, tra tradizione culturale e giuridica, hanno portato l’Irpinia alla ribalta nazionale e mondiale – Sergio Leone, Ettore Scola, Gaetano Vardaro e Camillo Marino – si ha la consapevolezza che la realtà sia poco lontana dall’aforisma dell’accademico udinese.

Eppure di intersezioni e punti di contatto tra cinema e scienza giuridica, la storia repubblicana ne può vantare diversi. «I padri della Costituzione – ricorda l’avvocato Adele Sessa – hanno dimostrato grande sensibilità tramite l’adozione dell’art.9 ad eleggere al rango costituzionale la tutela dell’arte. Erano gli anni del neorealismo e di film come “Umberto D.” e “Roma città aperta”». Purtroppo la verità sta sempre nello scarto tra carattere programmatico e applicazione, così viene un po’da sorridere ripensando alla censura che opera Andreotti negli stessi anni – ben documentata da Tatti Sanguineti nei due documentari “Il cinema visto da vicino” e “La politica del cinema” – proprio contro il neorealismo al grido “i panni sporchi si lavano in famiglia”; cosa fondamentale che il politico democristiano aveva intuito è la potenza del cinema stesso: denunciare istanze, tematiche sociali e prevedere con lucidità, rappresentando in chiave procedurale o d’inchiesta, anche l’evoluzione delle branche del diritto. «Penso a “Rapporto Pelican” per la materia ambientale – continua Adele Sessa –, negli anni novanta non avremo mai potuto ipotizzare una produzione legislativa così estesa per difendere il clima; così “Il socio” di Sidney Pollack affronta la questione ampiamente dibattuta in questi anni sul segreto professionale». Una possibilità di narrazione, indagine e soluzione della realtà, che la produzione italiana contemporanea – troppo occupata nei suoi piccoli drammi borghesi, innamoramenti e rimpatriate di classe – sembra aver messo da parte con molta facilità, dimenticando di aver contribuito alla creazione di film come “Detenuto in attesa di giudizio” di Nanni Loy o “Sacco e Vanzetti”di Giuliano Montaldo.

«Anche il nostro diritto non è impeccabile – interviene Alessandro Preziosi -, è diventato troppo possibilista, piace pensare che sia di natura obiettiva, ma dipende sempre dalla soggettiva di chi dirige, come nel cinema; il cittadino ha l’impressione di affidarsi a un sistema fin troppo precario per essere giudicato anche quando non ha commesso nessun reato». Un’incertezza di costume che condiziona e nasce, in un circuito di “legittimazione del male”, dalla serialità delle produzioni televisive come “Gomorra” e “Suburra”. Una visione morale del cinema, occorrerà obiettare che il cinema può ragionare e restituire l’immagine, può contestare e mostrare la realtà, ma non ha mai legittimato niente e nessuno.

Anche dopo aver deciso di abbandonare la professione di avvocato e proseguito con la carriera attoriale, il doppio binario diritto/recitazione che ha concorso alla formazione di Preziosi non si è interrotto: «Il mio primo spettacolo teatrale è stata l’“Orestea”, trilogia costituita dalle tragedie “Agamennone”, “Le Coefore”, “Le Eumenidi”, rappresentazione che verte sulla speculazione intorno alla certezza del diritto, ma il dialogo su temi simili è proseguito anche con “Re Lear” e “Amleto”, insomma, in un modo o nell’altro il senso del diritto mi ha perseguitato».

 

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