E’ diventato il simbolo della lotta al Covid in Irpinia: prima da medico in trincea, poi da paziente dei suoi stessi colleghi, Carmine Sanseverino ha conosciuto «il mostro» davvero da vicino e, a distanza di sei mesi dal contagio avvenuto in corsia che lo ha costretto ad essere intubato per settimane, è ancora alle prese con le conseguenze del virus. Il dirigente di Medicina d’Urgenza dell’azienda ospedaliera “San Giuseppe Moscati” analizza la seconda fase del virus che vede l’Irpinia e tutta la Campania ripiombare nell’incubo di un possibile nuovo lockdown alla luce di contagi in crescita quotidiana ormai da giugno.

Da medico si aspettava questo aumento esponenziale di positivi?

«Credo di si. Assistiamo ad un aumento dei contagi che era prevedibile con la necessaria ripresa delle attività economiche e produttive. Con l’inizio dell’autunno e dunque l’abbassarsi delle temperature, l’apertura delle scuole e tutto quello che questo comporta in termini di spostamenti e di attività collaterali, l’incremento di positivi era preventivabile».

Crede che bisognerebbe tornare a chiudere tutto per bloccare la circolazione del virus?

«Molti pensano che bisogna ritornare ad un lockdown rigido, chiudendo tutto a partire dalle scuole. Io non sono di questo avviso, penso che le attività devono continuare, chiaramente adottando le opportune precauzioni che però devono essere rispettate da tutti. Non è possibile ancora oggi vedere che molti non indossano correttamente le mascherine, sono comportamenti pericolosi per chi li adotta ma soprattutto per chi vive intorno a loro, soprattutto per gli anziani. Ormai si è capito che il Covid nei giovani decorre quasi sempre in maniera asintomatica, ma può essere trasmesso e determinare grossi problemi nella popolazione più adulta esattamente come a marzo e aprile. Stiamo infatti assistendo, seppur lentamente, ad un aumento dei ricoveri e alla riattivazione dei reparti Covid. E aumentano, per fortuna sempre molto lentamente, anche i ricoveri nei reparti d’urgenza e nelle terapie intensive».

Molti sostengono che, essendo la maggior parte degli attuali positivi asintomatici, il virus sia diventato meno aggressivo. E’ così?

«Non c’è una carica virale più bassa, il virus è sempre lo stesso. Quello che è cambiato è che le persone più delicate, anziani o soggetti con patologie, fanno maggiore attenzione e si proteggono meglio quindi la malattia si diffonde maggiormente tra i giovani che, dall’alto dell’esuberanza tipica dell’età che ognuno di noi ha avuto mostrando intolleranza verso regole e imposizioni, hanno mostrato meno cautela. Ma bisogna capire che il pericolo vero è quello di essere tramite inconsapevole del contagio in casa, quindi a danno di nonni e genitori».

 

E’ di ieri la notizia che tre suoi colleghi sono risultati positivi. Che effetto le fa?

«Adesso rispetto ad aprile, quando mi sono ammalato io, ci sono armi in più. Si è capito quali sono i farmaci attivi da somministrare nei primi giorni della malattia, non del contagio visto che ancora non è chiaro perché in alcuni insorge senza sintomi, in altri con una lieve febbre, in altri ancora con una polmonite curabile con ossigeno ed altri ancora, come accaduto a me, invece costringe all’intubazione. Non si è ancora capito quali siano le condizioni che determinano il differente comportamento del virus. Spero che i miei colleghi facciano parte del primo gruppo, solo uno dei tre ha una sintomatologia e mi auguro che la malattia decorra in maniera benevola anche per lui. Purtroppo tutti gli operatori sanitari sono a rischio, certo ora ci sono tutti i dispositivi di protezione individuale da indossare, ma basta un attimo, una piccola distrazione per entrare in contatto con il virus e beccarselo. L’attenzione, soprattutto per chi lavora in ospedale, deve essere sempre altissima».

Lei ora come sta?

«Sto facendo ancora riabilitazione perché non ho ancora recuperato tutte le funzioni, ci si è messa anche una frattura costale che mi ha costretto a rallentare la fisioterapia. Chiaramente sto molto meglio di quando sono uscito dai quattro mesi passati tra ospedale e riabilitazione, ora proseguo la fisioterapia presso il Centro Australia. Ma sono ancora alle prese con i problemi causati dal Covid».

Lei è diventato il simbolo della lotta al virus in Irpinia. Nelle settimane più dure tutta la provincia ha fatto il tifo per Lei, che messaggio si sente di dare in questa fase?

«Non potevo avere idea di quante persone stessero lottando con me. Gli amici, ma anche semplici conoscenti e tantissime persone che neanche avevo mai incontrato in vita mia. Sono rimasto davvero meravigliato quando mi hanno svegliato dal coma, hanno iniziato a farmi respirare spontaneamente e mi hanno raccontato di quello che stava accadendo fuori. Non finirò mai di ringraziare per l’affetto ricevuto. Il messaggio è ripetitivo ma sempre attuale: fare tanta attenzione, indossare correttamente le mascherine, soprattutto chi è maggiormente a contatto con il pubblico, areare gli ambienti che è importante e bisogna farlo anche con l’arrivo della stagione invernale. Andremo incontro probabilmente a chiusure parziali, ma non bisogna farsi prendere dal panico se in una classe scolastica o in un ristorante si registra un contagio. Bisognerà chiudere il luogo interessato, sanificarlo, controllare tutte le persone entrate in contatto con il contagio e metterle in quarantena. Ma la vita deve continuare, non possiamo farci condizionare dalla presenza del mostro e per farlo dobbiamo difenderci».

E in quelle settimane non aveva idea neanche che esistessero i negazionisti del virus?

«Personaggi incommentabili, ai limiti della scienza e della razionalità umana. Resto allibito nel leggere certe dichiarazioni, idee senza né capo né coda degne dei terrapiattisti. E non comprendo come certi movimenti riescano a riscuotere anche una fetta di consenso. Non vanno chiaramente ascoltati. Le loro teorie strampalate non hanno alcun fondamento, la realtà purtroppo è l’esatto opposto di quella che loro vanno raccontando».

 

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