Ci vuole coraggio e una buona dose di fermezza per affrontare l’adattamento di un classico come “Miseria e nobiltà”: scongiurare il già visto, custodire l’elemento comico, emanciparsi dal vincolo del sacrale senza minare l’identità del testo, foggiare la messinscena di organicità e visione; tutti elementi che non sono mancati al teatro di Luciano Melchionna, soprattutto in termini di audacia. A prescindere dal piacere o meno, essere d’accordo o no sull’impresa, occorre riconoscere che qualsiasi regia abbia affrontato, conserva il tratto distintivo della sua voce. Un elemento che segna la netta distinzione tra l’andare ancora a vedere teatro oppure assistere alla ripetizione di scuola di una pietra miliare da repertorio: praticamente restare a casa e scegliere un dvd.

È proprio grazie ad una voce che non corre il rischio di essere reticente che “Miseria e nobiltà” indaga in profondità le miserie nel tempo presente: indigenza ben lontana dall’essere semplicemente quella materiale, ma povertà umana, piena di volgarità, egoismi e falsa nobiltà, in cui ogni personaggio, sapientemente tratteggiato, incarna il suo personale arrivismo, libero da qualsiasi condizionamento esterno. Una trappola per topi come suggerisce la scenografia del primo atto – che ricorda “Scannasurice” di Enzo Moscato con la regia di Carlo Cerciello – in cui i poveri si azzannano e rincorrono come i “Brutti, sporchi e cattivi” di Ettore Scola. Una realtà, come discorrono Felice Sciocciammocca e Pasquale, in cui la fame ha ceduto il posto alla miseria di curiosità per lo studio, il teatro stesso, in cui la “povera gente che sbarca in un paese straniero, invece di essere accolta e compresa viene schifata come si schifano solo i poveri”.

Ed è nella seconda parte – con un semplice cambio/colpo di scena – che la vera miseria della nobiltà e la sua farsa vengono portate all’attenzione degli spettatori scatenando, in un susseguirsi veloce di scambi di battute, la comicità di cui il testo di Scarpetta custodisce il tratto di distinzione. Luciano Melchionna è abile nel ribaltare i registri, tinteggiare i personaggi con punte di umorismo surreale: un esempio su tutti, è il personaggio di Eugenio, interpretato da un bravo Raffaele Ausiello tra dandysmo e mal celata repulsione per i non appartenenti al suo rango. Una capacità di orchestrazione che disegna in maniera indelebile ogni singolo interprete, dai caratteri principali fino ai ruoli secondari – con un particolare plauso all’incontenibile intensità di Veronica D’Elia nel ruolo di Peppeniello – e restituisce forza vitale e nuove possibilità di lettura a un testo troppe volte schiacciato dalla semplice messinscena da compito per casa, regalando a Scarpetta un nuovo secolo e forse anche ai suoi figli illegittimi.

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