Leonardo Festa

di Leonardo Festa, docente di Storia e Filosofia

C’è un dettaglio dell’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 5 gennaio che non è affatto passato inosservato: una tra le conseguenze più immediate della sommossa golpista, è stata la chiusura dei profili social dell’ormai ex Presidente. Per intenderci, Trump poteva andare in televisione o rilasciare interviste, ma non comunicare ai suoi 88 milioni di seguaci su Twitter. Il più atipico dei colpi di Stato, capace di superare nella forma la fervida immaginazione di Woody Allen in “Bananas”, ma nella sostanza costato la vita a ben cinque persone, verrà ricordato anche per aver creato un precedente sulla questione relativa alla gestione delle piattaforme social e sul loro ruolo nel dibattito democratico. Proprio nel Paese principe della democrazia ed esperto in esportazione della stessa, è emerso come il gigante abbia i piedi d’argilla, dimostrando come la democrazia, come tutte le costruzioni umane, abbia costantemente bisogno di essere tutelata e rafforzata. Tuttavia, per farlo, occorre capire da chi o da cosa.

Vale la pena ricordare che appena nel novembre 2019, nel dibattito per le Presidenziali in America si discuteva proprio del ruolo dei social nella campagna elettorale: Elizabeth Warren aveva infatti attaccato ferocemente la decisione di Facebook di non fare fact checking degli annunci politici e di utilizzare il microtargeting. Mentre montava la polemica, Twitter decideva di non accettare più la pubblicazione di annunci a pagamento di carattere politico. Emergeva così un paradosso: il tentativo di tutelare la libertà di espressione nell’era della democrazia social rischia di minare il diritto all’informazione; al contrario, non consentire l’uso politico di una piattaforma social, toglie la parola indiscriminatamente sia a chi vuol fare informazione, sia a chi fa propaganda con fake news.

L’assalto a Capitol Hill segna un prima e un poi nel dibattito sul ruolo dei social nelle democrazie moderne: per troppo tempo abbiamo pensato a queste piattaforme come dei Provider, quando sarebbe più corretto immaginarli come degli Editor con responsabilità sociale. Non è più possibile pensare che virtuale sia l’opposto di reale. “Verba volant, scripta manent”, insegnano i latini. Ma cos’è quello che si scrive sui social? Qui anche chi finge può creare una verità, nella misura in cui ciò che si afferma rafforza la bolla mediatica dei propri follower.

C’è però una seconda prospettiva che in questa faccenda va considerata: stupisce infatti la reazione di molti utenti della rete, che hanno risposto alla presa di posizione migrando sulla piattaforma Parler, chiusa poi nei giorni a seguire. Nell’epoca della Post-verità, quindi, quelli che chiamiamo social rischiano paradossalmente di renderci sempre meno disposti al confronto sociale: la ricerca di conferme è più urgente della conferma delle informazioni.  Non stupisce quindi che lo scontro più profondo non sembra essere quello tra visioni politiche diverse, ma tra nazional-populisti e sostenitori dello Stato di Diritto, tra chi promuove l’opinione al rango di scienza, e chi difende la scienza dall’opinione.

Chissà se Mark Zuckerberg e Jack Dorsey, mentre progettavano le loro piattaforme, potevano prevedere il peso politico che un giorno avrebbero assunto le loro scelte aziendali. Ad ogni modo, quel giorno è arrivato. Poco conta chiedersi se occorreva agire prima o diversamente, le misure adottate con Trump hanno creato un precedente, un conto è chiedere ad una piattaforma social di rimuovere contenuti penalmente rilevanti, altro conto è se i vertici delle Big Tech decidono arbitrariamente cosa sia legale e cosa no, e giustamente ora ci si interroga su come si agirà con altri casi purtroppo analoghi a quello di Trump.

I social svolgono la funzione di un servizio pubblico ma sono in mani private. C’è bisogno di un sistema di regole chiaro e coerente, per assumere decisioni che non riguardano certo solo la Silicon Valley. Bisogna tutelare la sicurezza pubblica e l’integrità democratica sul web. Nella consapevolezza che non possano essere le Big Tech a sostituirsi ai parlamenti, occorre un ripensamento della questione della privacy, sui sistemi di tracciamento dei dati personali e sulle cosiddette camere di eco che rafforzano la polarizzazione online. Ma a chi spetta regolare queste piattaforme? L’Europa, con il Digital Service Act e il Digital Market Act rivendica un ruolo guida e punta ad arginare il rischio del rafforzamento di una nuova oligarchia digitale, ma la strada per una regolamentazione efficace è ancora in salita.

 

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