Un «toscanaccio» trapiantato in Irpinia. Così gli amici più stretti definivano Giovanni Cini che ad Avellino non aveva, non ha e non avrà mai bisogno di presentazioni. Per tutti noto come Giovanni ‘a Misericordia, amante del ciclismo- aveva pedalato anche con Gino Bartali- anima dell’organizzazione del tradizionale circuito ciclistico cittadino dell’estate Lui stesso, intervistato da Titti Festa, diceva “vivo per la bici, in sella mi sento un re”. Cini appartiene all’esercito degli “angeli del terremoto”. Partì da Prato alle 21.30 del 23 novembre 1980 per approdare al casello autostradale di Avellino ed essere dirottato, con i suoi amici di avventura, in una San Mango sul Calore letteralmente sventrata dal sisma. Da allora Giovanni non è più andato via: da volontario è rimasto per 9 mesi a San Mango, per poi ritrovarsi ad Avellino con l’intento di mettere in piedi l’organizzazione della Misericordia e qui si è ritrovato marito e padre, figlio adottivo di una terra che nel tempo ha saputo riconoscergli il giusto tributo. Giovanni Cini è morto esattamente un anno fa, a dieci giorni dal trentanovesimo anniversario del sisma. Oggi, che avrebbe raggiunto il traguardo dei 90 anni, difficile a credersi considerando la disinvoltura con cui andava in bici in lungo e in largo per la città, sarebbe stato certamente uno dei protagonisti della narrazione dei giorni terribili del dopo terremoto in occasione del quarantesimo anniversario. Un’avventura che Cini aveva raccontato in un libro, “Giovanni della Misericordia, 50 anni di volontariato cattolico. Appunti di viaggio”.

Una vita, quella di Giovanni, assolutamente interessante: lui, come racconta il figlio Oscar, era tante persone in uno. Era Giovanni l’assicuratore a Prato, Giovanni il “viveur” in Toscana, Giovanni il volontario con gli scarponi sporchi del fango dell’alluvione del Polesine, che aveva calpestato le macerie del Friuli per poi impolverarsi su quelle dell’Irpinia, dove era già venuto in occasione del terremoto di Ariano Irpino nel ‘62.

E lui stesso amava ricordare di quelle prime cinque persone salvate, insieme ad altri volontari e ai pochi uomini dell’esercito arrivati nelle ore immediatamente successive alla devastazione, come una delle giornate più belle della sua vita. San Mango volle riconoscere quel suo aiuto con un encomio solenne. Ed è in quella roulotte del paesino altirpino che Giovanni decise di cambiare vita, conobbe alcuni preti che gli chiesero di trasferirsi, dopo i nove mesi trascorsi ad aiutare la popolazione in qualità di infermiere, ad Avellino per creare la Misericordia. E così fece, per tre anni abitò nei prefabbricati di via Morelli e Silvati a pochi passi dalla casetta di legno dove poi nacque l’associazione di volontariato.

E Giovanni era uno a cui piaceva raccontare le sue avventure in giro per le tragedie italiane. «Di aneddoti ce ne sarebbero decine e decine. Su tutti ricordo quando raccontava che a San Mango fu incaricato di gestire gli aiuti alimentari che arrivavano un po’ da tutta Italia. Quando arrivavano i carichi di cibo per le persone che non avevano più nulla, lui doveva organizzare la distribuzione. E chiaramente, come in ogni tragedia, c’era qualche sciacallo che magari arrivava da fuori per rubare quei beni e lui diceva che per un periodo dormì con un occhio aperto e uno chiuso, addirittura tenendo una pistola sotto il cuscino. E io magari lo prendevo anche in giro, dicendogli che romanzava troppo i suoi racconti. Ma invece era andata proprio così» ricorda il figlio Oscar. L’Irpinia per lui è stata la seconda casa, «ha passato qui metà della sua vita» prosegue il figlio «qui decise di cambiare totalmente vita. Avevamo un rapporto molto schietto e non si faceva problemi a raccontarmi che, da giovane, a Prato gli piaceva fare anche la bella vita, andare al casinò, spendere i soldi che guadagnava perché da solo, da contadino, era riuscito a costruirsi una posizione sociale. Ma in lui hanno sempre convissuto due anime, quella del viveur e quella del volontario. E quando arrivò nell’Irpinia terremotata si rese conto che la vita reale era diversa da quella che lui faceva a Prato. Evidentemente, pur essendo un veterano delle disgrazie italiane, l’avventura di volontario del sisma dell’80 è stata per lui, che era un fervente cattolico, una sorta di segno del destino. E non è mai più andato via. Gli piaceva fare del bene e posso assicurare che non ha mai fatto beneficenza per eventuali tornaconti. Si convinse che il giusto modo per ricominciare era buttare un seme per costruire anche qui la Misericordia. Per lui quella sede era una seconda casa, anche il mio secondo compleanno fu festeggiato lì». Amava Avellino, e non riusciva a non viverla tutti i giorni. Qui ha costruito la sua vita familiare, ma anche tante amicizie forti divenute un legame indissolubile con il territorio. E Avellino, aggiunge ancora il figlio Oscar, gli ha riconosciuto quell’amore: «era diventato un personaggio, per tutti Giovanni ‘a Misericordia. Una sorta di autorità non istituzionale, conosciuto da tutti per quello che aveva fatto. E di questo lui ne andava fiero».

 

 

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