di Leonardo Festa, docente di Storia e Filosofia

Oggi alle ore 18:00 in diretta dalla Pagina Facebook PD Irpinia, si terrà un webinar sul futuro della scuola. L’incontro, moderato da Antonio De Feo, prevede la partecipazione di Camilla Sgambato, Responsabile nazionale PD Scuola, e gli interventi di Antonella Meninno, Matteo Galasso, Adriana Guerriero, Michele Vignola, Roberta Santaniello e del sottoscritto Leonardo Festa.

L’obiettivo dell’incontro è immaginare i punti strategici da cui ripartire per immaginare la scuola del futuro, sgombrando il campo dalle inutili polarizzazioni che in questi mesi hanno monopolizzato l’attenzione sui mezzi di comunicazione. Non sempre il mondo della politica ha aiutato a fare chiarezza sulle problematiche che la scuola sta vivendo, e rammarica constatare che anche la Ministra Azzolina abbia contribuito a generare confusione, sostenendo in interviste le proteste di studenti contro un governo di cui però lei è parte. Anche non scegliere è una scelta: stupisce però il vittimismo autoconsolatorio con cui punta ad autoassolversi, criticando le Regioni alle quali ha deciso di affidare la scelta. Il punto della questione non è chiedersi se è meglio una didattica in presenza o a distanza, o rimarcare un inutile e drammatico scontro tra progressisti illuministi e luddisti romantici, ma interrogarsi su come realizzare al meglio la didattica a distanza quando le condizioni la impongono.

Questa crisi ha fatto emergere tutto ciò che finora avevamo messo sotto al tappeto. Il primo problema da affrontare, soprattutto nelle aree interne, è il divario digitale. Nel periodo 2018-2019 il 38% delle famiglie italiane (1/3) non aveva un computer in casa. Nel sud, il 41,6% delle famiglie non possedeva un computer e solo il 14% aveva un pc o un tablet per ogni componente. Più di un quarto degli italiani – il 41,9% dei minori – vivono in condizioni di sovraffollamento abitativo. Inoltre, nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi) l’Italia è al ventiquattresimo posto su ventotto paesi europei. Questi sono dati su cui occorre fare una riflessione.

Manca una piattaforma unica: ogni scuola sta usando autonomamente diverse piattaforme stabilendo contatti con privati, ma per evidenti ragioni sarebbe più opportuno gestire tutto su una piattaforma unica del Miur. Manca un quadro epistemologico di riferimento, anche perché il paradosso della dad è che si è prima usata e poi pensata. Ad oggi, tuttavia, mancano linee guida adeguate, una riflessione sulle metodologie didattiche e le tecniche di apprendimento. Bisogna immaginare strumenti compensativi per tutti coloro che hanno bisogni educativi speciali e per gli studenti che necessitano del sostegno.

È importante che passi chiaramente un messaggio: la tecnologia non è un fine, ma un mezzo. Tuttavia è un mezzo che al contempo crea e modifica i contenuti, non ti consente di fare le stesse cose in modo diverso, ma modifica invece i gesti, le possibilità e le opportunità. La scuola dell’inclusione rimarca la necessità di una adeguata alfabetizzazione digitale e mediatica, e non sono mancati finora gli sforzi in questa direzione: pensiamo alle linee guida per l’apprendimento dell’educazione civica, alle competenze chiave suggerite dall’UE, alla creazione della figura dell’animatore digitale con la Buona scuola, al Piano Nazionale Scuola Digitale. Tuttavia manca una adeguata consapevolezza delle sfide e delle responsabilità della cittadinanza digitale.

Le immagini delle scuole chiuse a marzo ci hanno fatto capire ancora meglio quanto la scuola sia una delle infrastrutture fondamentali del nostro Paese. La scuola non è solo un luogo di trasmissione di conoscenze, ma soprattutto di crescita, acquisizione di competenze di cittadinanza e di senso critico, e nessuno ama tenerla chiusa. I momenti di crisi rappresentano sempre anche dei forti acceleratori di processi sociali, e inevitabilmente generano cambiamenti. Il Recovery Fund rappresenta uno strumento di rilancio importantissimo, ma solo se vincolato agli obiettivi strategici giusti. Occorre aumentare gli investimenti sull’istruzione dall’attuale 3,8% del PIL e potenziare il corpo docente, troppo condizionato da un precariato che impatta negativamente in modo enorme sulla continuità didattica. Secondo l’Ocse, abbiamo gli insegnanti più anziani del mondo: il 59 per cento ha più di cinquant’anni, inoltre, secondo uno studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la spesa per studente (scuola primaria e secondaria) è di 8.966 dollari all’anno, rispetto agli 11.028 del Regno Unito e agli 11.502 della Svezia.

Bisogna attuare piani per ridurre le diseguaglianze e la povertà educativa, potenziare nidi, il tempo pieno, l’educazione agli adulti. Abbiamo bisogno di interventi di edilizia scolastica e soprattutto di una copertura di rete adeguata, più ancora di banchi con le rotelle. Va posta al centro la questione del benessere, intensificando il dialogo con l’ordine nazionale degli psicologici per affrontare i risvolti psicologici negativi dovuti alla limitazione della socialità, e potenziando lo sport, trascurato da tanti studenti in quest’anno, a causa della chiusura delle strutture e dal fallimento di tante piccole società dilettantistiche.

Proprio alla luce dei settori prioritari di Next Generation EU, ripensiamo l’organizzazione degli istituti e l’offerta formativa in modo che l’orientamento sia a sostegno delle competenze necessarie del mondo del domani, e non funzionale alla guerra di iscrizioni tra gli istituti, che paradossalmente vivono problematiche speculari. Non dimentichiamoci, infatti, che se nelle città si è spesso in sofferenza per via delle classi pollaio, nelle aree interne le scuole rischiano la chiusura per mancanza di iscritti.

La didattica a distanza, entrata ufficialmente nel mondo della scuola con le leggi 13 e 41 del 2020 non è solo una parentesi, ma una sfida. La scuola del domani è chiamata ad un rapporto meno ostile con le Tecnologie per l’apprendimento. Chi immagina che la distanza abbia rotto il legame con i propri alunni, probabilmente aveva già difficoltà in precedenza che non voleva ammettere. Le parti sociali sono chiamate a partecipare attivamente ad un dibattito che non è puramente volontaristico o tecnico, ma, ricordiamolo, radicalmente politico.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore, inserisci il tuo nome qui