“La morte sta nei dettagli, come la vita”; perché se la ricerca di un particolare può rivelare, da patologo, il motivo di un decesso, allo stesso modo il singolo episodio di una biografia, un gesto all’apparenza insignificante come il rifiuto di un atto di pura formalità, può marcare la condotta di una vita intera. È nello scarto tra adesione per conformismo e riflessione sui principi di un gesto, nella personale lotta quotidiana per l’affermazione delle proprie idee che sta la singolarità del romanzo di Claudio Fava, “Il giuramento” (add editore).

1931. Mentre “tutta l’Italia – che – ha famiglia” – come ricorderà Vittorio De Sica nel suo “Il giardino dei Finzi Contini” – si piega alla repressione verbale e alle condanne a morte degli antifascisti, tramite un regio decreto viene introdotta la clausola di fedeltà al duce, un atto di adesione al regime per i professori universitari. Una pura formalità, come viene percepita dalla maggior parte degli atenei, ma che di fatto sancisce una rigida gerarchia di sottomissione e obbedienza per l’autonomia di ricerca e soprattutto, l’abbandono del primato del criterio scientifico: il dubbio. Dei milleduecento docenti soltanto dodici ordinari rifiutano di prestare giuramento, condannandosi all’allontanamento dalla cattedra, spesso al carcere e in qualche caso alla morte in galera, come per Mario Carrara, medico legale a cui è ispirato il personaggio del professore.

È proprio da questo carattere panottico, che sorveglia, analizza ma non punisce, che muove e tesse il suo romanzo Claudio Fava: il cardine è la speculazione dialettica del professore, non tanto sulla decisione da prendere in merito al giuramento, ma sulla costruzione dei motivi del suo dissenso; una scelta che non vuole colorarsi di disobbedienza civile per ragioni di ordine politico o ideologico, quanto un’omissione di obbedienza e una riconferma di giuramento a se stesso dei principi e dell’ordine che hanno determinato la sua vita: solo il rifiuto di verità preconfezionate e il dubbio portano alla libertà. Interrogando le persone cui ruota intorno l’instancabile routine quotidiana, dagli studenti al collega confidente e amico fino alla vigile perpetua Tilde, Fava costruisce una scena dopo l’altra, uno scontro dopo l’altro come se fosse la sceneggiatura di un film – una regia che chiamerebbe a sé il primo Daniele Luchetti e come protagonista avrebbe Silvio Orlando – con la tragicità dell’ineluttabilità che ricorda la scrittura dell’Antigone di Anouhil. Mentre la trama si stringe intorno a un finale già scritto, “Il giuramento” non manca di descrivere l’Italia che corre verso la frenesia di questo atto di fedeltà: l’eccitazione di scongiurare e dimenticare presto il tabù della prima guerra mondiale, una gioventù istruita e scanzonata che non rifiuta, nonostante qualche riserva, di posare il bisturi della lezione accademica per mettere nella fondina il pugnale al raduno fascista – “Ci si veste in maschera una volta l’anno, Baldini. Non ogni sabato.” – e la violenza senza appello su chi manifesta di essere contrario.

“Il giuramento” è un romanzo breve che restituisce perfettamente il ritratto del suo protagonista – un professore che tributa la coralità dei dodici che si opposero: un’opera di poche parole ma poste nel momento esatto, con rapidità di pensiero ed accettazione che non vuole avere la fierezza degli eroi, ma la banalità degli uomini giusti. Un monito anche all’Italia partigiana 2.0, uno scarto tra la ridondanza delle dichiarazioni di intenti e la consapevolezza di poter fare la differenza, ogni giorno.

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