Paolo-Ricci

«La Fase 2? Va organizzata, deve essere un’occasione di prospettiva per eliminare le troppe diseguaglianze, economiche e sociali, accentuate dalla fase emergenziale. Il dream team di Festa? Le decisioni dovrebbero essere frutto di fiducia e credibilità della comunità. Di sicuro un comune non è una patria a sé, autarchismo ed eccessi di protagonismo fanno male al territorio». La lunga analisi di Paolo Ricci, professore ordinario di Economia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Mentre si contano ancora, in media, 600 vittime al giorno, dal Governo nazionale alla Lombardia alla Campania, si inizia a parlare di Fase 2. E’ d’accordo su tempistica e modalità?

«La fase due è una fase da costruire certamente sulla base di tutte le indicazioni che arriveranno da medici e scienziati, visto che il tema principale è quello della salute pubblica, ma la politica alla fine deve prendersi la responsabilità della decisione in assoluta libertà e coscienza. Non vorrei essere frainteso, ma la prospettiva e l’idea chiara per il Paese deve partorirla la politica perché la Fase 1 sta producendo ricadute in termini di diseguaglianza sociale ed economica».

E’ una critica al Piano anticrisi messo in campo dal Governo, seguito poi da quello della Regione Campania?

«In generale, durante la Fase 1, i comportamenti governativi sul piano economico, sia a livello nazionale che locale, sono stati tutti abbastanza equilibrati. Non ho visto azioni contrarie al buon senso. Queste però vanno a mettersi su una struttura di debito pubblico e di organizzazione della macchina amministrativa che, non da oggi ma da anni, sono in condizioni pessime. La Fase 2 necessita un superamento dell’emergenza che porta ad aiutare un po’ tutti in favore invece di una concentrazione di interventi sulle fasce più deboli e in maggiore difficoltà. E’ chiaro che deve essere una fase ben studiata e questo va fatto ora, altra cosa è capire quando potrà partire. L’importante è che sia ben organizzata, che non segua i desideri di una singola parte ma che abbia la capacità di mettere in piedi un sistema che riduca al massimo i rischi dove si generano veramente.  Bisogna essere attenti nell’analisi dei processi organizzativi: se non conosciamo la realtà, il mondo del lavoro e dell’impresa, faremo errori. Qui non si tratta di allentare le misure, ma di organizzare bene le misure necessarie alla nuova fase. Più ritardiamo la ripartenza, più gli effetti negativi dell’emergenza si riverberano non solo in termini economici, ma anche in termini di diseguaglianze sociali.  Leggere che un quarto degli studenti italiani non ha strumenti adeguati per la didattica a distanza, ad esempio, è assurdo. Lo è ancor di più se la loro limitazione non è dovuta solo alla mancanza di dispositivi personali, ma anche alle infrastrutture tecnologiche, come banda larga e 5G, che non sono diffuse in Italia come noi immaginiamo».

E sulla gestione dell’emergenza sanitaria cosa pensa?

«La mia è una riflessione esclusivamente di carattere socio economico della pandemia, non avrei competenze per un’analisi dell’aspetto sanitario. Ma da comune cittadino posso dire di avere la sensazione che l’emergenza sanitaria non sia stata affrontata adeguatamente. Senza voler arrivare a sentenza, qualche domanda su come sia stata affrontata l’emergenza sanitaria, soprattutto in Lombardia, è il caso di cominciare a porla. Con questo non mi iscrivo alla scuola di chi, in queste ore, sta ingaggiando da Sud una competizione contro la sanità del Nord, perchè ritengo che la questione sia abbastanza complessa. Negli anni la sanità è stata tagliata con l’accetta ovunque. Non si può confrontare l’andamento dei contagi solo relazionandolo al numero di abitanti di una regione, ma andrebbe invece confrontato con i distretti sanitari territoriali, la rete assistenziale, insomma con tutta l’organizzazione del sistema. Peraltro il Sud ha dovuto affrontare il problema in un secondo momento rispetto al Nord, quindi forse è troppo presto per cantare vittoria basti vedere quanto sta accadendo in Francia».

I sindacati, sia a livello nazionale che locale, hanno lanciato l’allarme sulla ripresa produttiva di grandi e piccole imprese chiedendo, in alcuni casi denunciandone le mancanze, garanzie per la salute dei lavoratori. Crede che l’apertura delle fabbriche in tempi di pandemia ci riporti al conflitto, diritto al lavoro- diritto alla salute?

«Non posso entrare nel dettaglio di singole situazioni che non conosco ed eventualmente denunciate dai sindacati, certamente con cognizione di causa. Ma va chiarito un concetto: oggi un imprenditore che dovesse mettere in rischio la salute dei lavoratori, farebbe un danno a se stesso. L’articolo 41 della Costituzione che conferisce la libertà di impresa, se un imprenditore vuole esercitare in pieno questo diritto ha tutto l’interesse a tutelare la salute dei suoi dipendenti. E’ evidente che se in una piccola o media impresa irpina nasce un focolaio, a rischiare è anche l’imprenditore che solitamente lavora insieme ai suoi dipendenti.  Lungi da me criticare o giudicare l’azione dei sindacati, ma bisogna provare ad immaginare uno stato dell’arte diverso:  Un’impresa che non fa lavorare le persone in piena sicurezza in tempi di Covid 19, rischia di andare in blocco.  Dobbiamo far crescere la fiducia nel nostro Paese altrimenti, per citare Alessandro Barbano, rimaniamo schiacciati dal dirittismo.  La grande impresa oggi è più a rischio delle pmi: il medio o piccolo imprenditore, se degno di questo nome, lavora a contatto quotidiano con i suoi operai che per lui diventano comunità da tutelare per i propri interessi. E’ una fase emergenziale, siamo tutti un po’ in trincea quindi dovremmo limitare l’azione del sospetto, della polemica, intervenire lì dove le cose non vanno bene ma coltivare in generale le ragioni di un bene comune».

Si fa un gran parlare di task force per la ripartenza. Ad Avellino il sindaco Festa ha proposto un dream team di esperti. Cosa ne pensa?

«Il tema credo sia sempre la credibilità. Quando un amministratore locale necessita di un consiglio e chiede contributi ad altri, siamo in genere sempre favorevoli perché immaginiamo che un’attività amministrativa non debba essere chiusa. Premetto che seguo poco le vicende avellinesi perché non riesco a non distrarmi ma, al netto della retorica del nome dream team, e della sicura preparazione dei professionisti individuati, alla domanda non posso che rispondere con un altro quesito:  si è instaurato un clima di fiducia e credibilità nella comunità avellinese? Commentare solo l’azione di per sé non serve, le scelte sono credibili o sono sempre discutibili sotto il profilo dell’autenticità? E’ una questione concreta perché la storia ci insegna che molte di queste iniziative già adottate in precedenza, non hanno prodotto ciò che si immaginava. E poi manca la collaborazione interistituzionale e questo è un dato preoccupante».

Spieghi meglio.

«Avellino sta vivendo un momento di crisi rispetto ai rapporti interistituzionali. Questa costruzione sempre autarchica e sempre autonoma, condizione che non riguarda solo il nostro sindaco, ma anche altri come ad esempio il Governatore della Lombardia Fontana e, in una prima fase lo stesso De Luca che oggi mette in campo un piano che si avvale di quello apripista del Governo e delle norme Ue cambiate che gli permettono di riprogrammare 900 milioni.  Una cosa è essere protagonisti del proprio territorio ed essere pronti e preparati, altra cosa è voler sempre dimostrare di potercela fare da soli. Un comune non è una patria a sé, gli eccessi di autarchismo e protagonismo non fanno progredire un territorio.  Non vorrei che al distanziamento sociale a cui tutti siamo costretti e che ci stanno portando ad una sfiducia sempre più crescente, alcuni sindaci e non solo vogliano anche l’isolamento politico».

Guardando all’ultimo saggio a cui ha contribuito, “Bilancio in Valore. Come si misura un’ora di gioia?”, il post pandemia potrebbe essere l’occasione per il ripensamento del rapporto tra Pubblica Amministrazione e cittadini?

«Per come questa crisi è nata è difficile fare previsioni su come si modificheranno i rapporti sociali ed economie. Tra le linee su cui dovremmo lavorare c’è l’agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile, argomento di cui non ho sentito parlare in una città come Avellino.  Forse tornare a dove eravamo con la consapevolezza che il mondo è cambiato, ci aiuterebbe. L’emergenza che stiamo vivendo è una severa lezione severa sul rapporto tra persone. Il tema non sono solo le morti a cui assistiamo ogni giorno, ma le conseguenze di queste morti e cioè il distanziamento sociale, la limitazione delle libertà, l’esaltazione del digitale.  Le preoccupazioni economiche dovrebbero cedere il passo a quelle sociali ma in un clima di fiducia. Le altre comunità rispondono meglio all’emergenza perché sono più coese al loro interno nell’affrontarla. Bisogna lavorare a modelli futuri sostenibili, ad un’economia civile che sia compatibile con una società civile come indicato dall’Onu. Il New Green Deal di Conte, avviato prima della pandemia, resta un’intuizione da seguire ma ci vuole anche un’azione conseguente per poter uscire bene anche da questa emergenza. Se chi ci traghetta in Europa lo comprende bene perchè, come Avellino non è una patria a sé come dice anche Controvento, non lo sono neanche altri luoghi del mondo. Ecco perchè ritengo che la fase due dovrebbe, almeno in parte, essere concordata con gli altri paesi europei altrimenti al distanziamento sociale seguirà quello dei popoli. Il ruolo degli Stati è quello di ridurre distanze economiche e sociali: se così la fase 2 può essere una prospettiva positiva».

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