Si interroga Bertolt Brecht in Tebe dalle sette porte, ragionando sulla narrazione della storia del mondo: “Il giovane Alessandro conquistò l’India. Da solo? Cesare sconfisse i Galli. Non aveva con sé nemmeno un cuoco?”. Così come il drammaturgo tedesco indaga su chi cucinò la cena della vittoria, Francesco Brusco nel suo saggio pubblicato da Arcana, Faber nella bottega di De André, infrange il concetto individualistico di autore per andare alla ricerca dell’opera collettiva nella musica del cantautore genovese. Perché questo lavoro non vuole essere un libro su Fabrizio De André, ma un viaggio dedicato ai margini, ai confini che le fiction Rai preferiscono tralasciare: l’importanza del gruppo – la “bottega”- e la dimensione artigianale della popular music e della produzione in studio. Allargando l’obiettivo che inquadra e restituisce solo il singolo, l’autore, principe solitario o poeta maledetto, si mette a fuoco finalmente il romanzo collettivo, dai maestri di violino da infanzia annoiata ai collaboratori dei tour come Mark Harris e Pier Michelatti.

Come in un’analisi al negativo, Brusco ama sovvertire il preconcetto con una ricca argomentazione di testimonianze e opinioni per ricostruire un nuovo profilo, “per sgretolare la fallace maschera affibbiata a Fabrizio dai fondamentalisti del cantautorato, quella frangia di pubblico, critica e industria aggrappata con le unghie ai totem dell’individualità e dell’autenticità”: così come la stesura definitiva del testo, in molti casi, non è antecedente alla composizione musicale, ma si arricchisce dei contributi degli artisti in studio, anche la produzione del disco non segue una traiettoria solitaria senza linea di tangenza con altri percorsi, arrivando a essere paragonata dal musicologo Fabbri alla progettualità collaborativa dei gruppi progressive. “Non si scrive mai da soli” ripete l’autore in numerosi passaggi – ricordando il monito dello psicologo Maurice Halbwachs, “Non si è mai soli, la nostra mente può passeggiare per Londra in compagnia di Dickens e di Churchill” – proprio perché il percorso artistico nella sua evoluzione necessita sempre di nuovi studi, confronti umani o intellettuali e sodalizi.

Faber nella bottega di De André sottolinea le trasformazioni – sia dal punto di vista vocale che strumentale – registrate nell’arco della carriera: grazie alle collaborazioni con De Gregori e Ivano Fossati, De André sperimenta nuovi timbri e tonalità, incuriosendo anche il pubblico internazionale, scevro dall’immediata comprensione dei testi; beneficiando dell’esperienza compositiva di Nicola Piovani e della curiosità di Mauro Pagani per le tradizioni musicali del Mediterraneo, arriverà nel periodo della maturità – l’acme della varietà compositiva – allo studio per empatia del repertorio di Caetano Veloso, personaggio-simbolo della collettività espressiva con il Tropicalismo.
Nonostante il testo sia presentato come un “non” libro su Fabrizio De André, al termine della lettura, il saggio di Francesco Brusco consegna un ritratto non convenzionale dell’artista: lontano dagli acquarelli oleografici della prima serata e senza nessuna ispezione nella vita privata, l’universo professionale – grazie alle voci di amici e colleghi – ridisegna il profilo del cantautore con un sapiente cambio di prospettiva.

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