Gaetano Morrone, direttore dell’Uoc Epidemiologia e Prevenzione dell’Asl, a tutto campo sull’andamento del contagio in Irpinia e sul caso Astrazeneca.

Da giorni ormai in Irpinia i contagi giornalieri superano quota cento. Siamo al picco di questa terza ondata?

«Mi auguro di si. Nelle due settimane precedenti l’andamento di casi positivi è stato pressocché costante anche alla luce di un aumento di tamponi effettuati. Se il dato della scorsa settimana si confermasse anche in questa, possiamo immaginare di aver raggiunto il picco e prepararci ad una fase di regressione del contagio. Ma è presto per poterlo dire con cognizione di causa. Anche perché abbiamo notato che, rispetto alla prima fase e a quella autunnale, il contagio in ambiente familiare è esteso in maniera seria. A differenza di quanto accadeva lo scorso anno quando, anche nella stessa casa c’era chi superava la fase di quarantena senza contrarre l’infezione, in questi ultimi tempi invece rileviamo che il contagio si estende all’interno delle mura domestiche ad interi nuclei familiari. Non sappiamo ancora se questa maggiore tendenza del virus possa essere dovuta ad un allentamento delle precauzioni all’interno dello stesso nucleo familiare oppure corrisponda ad una maggiore infettività,  ma è un dato che registriamo».

La maggiore contagiosità può essere dovuta alla presenza delle varianti del Covid anche in Irpinia?

«Il sospetto è legittimo, ma non abbiamo elementi che consentano di confermarlo in modo certo. D’altronde il 60% delle infezioni attuali a livello nazionale è dovuto alla variante inglese che ha maggiore capacità infettante rispetto al ceppo originario con cui ci siamo confrontati lo scorso anno. Terminata l’onda lunga degli effetti della zona gialla, purtroppo spesso e volentieri interpretata in modo troppo allegro dalle persone, c’è da attendersi una regressione nel numero dei contagi. Questo è l’augurio che ci facciamo in modo da poter far convergere tutte le energie possibili sulla campagna vaccinale in corso».

Ci sono zone maggiormente colpite e altre meno all’interno della stessa provincia. Perché?

«Ovviamente i centri di maggiore dimensione, dove è più numerosa la presenza di attività economiche, di spostamenti, di concentrazione di servizi registrano il numero più alto di casi. Ma il contagio è diffuso in tutto il territorio provinciale, con alcuni focolai in comuni come Calitri ed altri che hanno avuto uno sviluppo localizzato».

Al netto delle restrizioni, c’è da far ripartire e velocizzare la campagna vaccinale dopo lo stop momentaneo e precauzionale del siero Astrazeneca.

«Assolutamente sì, quella è la speranza di poter venir fuori dall’emergenza pandemica. Purtroppo sui vaccini va fatta chiarezza perché molte notizie vengono fraintese. Il sistema di sorveglianza che ruota intorno ai farmaci in genere e ai vaccini in particolare, viene avvertito come una minaccia. Non è così: proprio per l’attenzione che viene posta alla sicurezza i vaccini tutti, non solo Astrazeneca, vengono sempre accompagnati da un sistema di sorveglianza farmacologica sugli effetti dei vaccini stessi. Lo stop momentaneo rientra in questa sorveglianza».

Ma come si fa a superare la diffidenza che in molti adesso hanno?

«Sarò di parte, mi ritengo un fondamentalista delle vaccinazioni, ma il sistema di controllo e sicurezza è massimo. L’aspetto su cui riflettere è che in una provincia come l’Irpinia, da quando è iniziata la pandemia ad ora, abbiamo avuto 13mila contagi, circa 280 decessi, senza contare quanti sono stati ricoverati, finendo anche in rianimazione, e quanti hanno superato la malattia con esiti ancora persistenti che non si sa se regrediranno del tutto. E’ capitato a persone che conosciamo, molti di noi contano tra le vittime amici, colleghi, parenti. A fronte di quasi sette milioni di dosi somministrate in Italia, l’ipotesi di incidenti tromboembolici intervenuti, su cui ancora non c’è alcuna evidenza scientifica di causa ed effetto, riguarda un numero di episodi assolutamente irrisorio. Lo dico con il massimo rispetto delle vite che si sono interrotte così all’improvviso. Ma la percezione collettiva è più rivolta a quel dato, che agli effetti benefici che la vaccinazione porterà. Tutti pensiamo, ad esempio, al terremoto di Amatrice che in un giorno ha causato circa 300 morti, come ad una tragedia. Da un anno ogni giorno muore in Italia per Covid lo stesso numero di persone, quindi un dramma quotidiano che dobbiamo fermare. Non c’è paragone tra quello che è l’eventuale rischio della vaccinazione rispetto ai benefici concreti che questa porterà».

Sul caso Astrazeneca c’è stata una mancanza di comunicazione adeguata?

«Sì. Purtroppo accanto alla comunicazione ufficiale, tecnica, sanitaria, c’è un tam tam soprattutto sui social dove voci incontrollate, opinioni molto discutibili, assurgono a verità assoluta. Contro questo tipo di disinformazione si deve agire con trasparenza. Oggi ci sono persone che addirittura vorrebbero scegliere quale vaccino contro il Covid effettuare come se uno fosse migliore dell’altro. Non è così. Anche qui occorre fare esempi concreti: per l’antinfluenzale ci sono a disposizione diversi vaccini. Nella scorsa campagna di vaccinazione antinfluenzale ne abbiamo utilizzati cinque diversi. Ognuno dei quali adatto ad una o all’altra categoria di persone. La stessa cosa accade per i vaccini anti Covid, che sono diversi tra di loro ma tutti allo stesso livello di sicurezza».

 

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