La tappa odierna ci porta fisicamente a Paternopoli, ma idealmente potrebbe condurci in tanti paesi della nostra provincia perché l’Architetto Alessandro Di Blasi ne conosce bene le pietre, i colori, le prospettive, avendoli osservati nel profondo attraverso il  suo poliedrico impegno di artista, designer, fotografo, autore,  associato da tempo a una passione per il senso e il perseguimento  della “bellezza” che  ha pochi eguali in questa terra. Per tali ragioni questa sarà un’intervista particolare, dove le parole si combineranno con le immagini per renderla più immediata e suggestiva   agli occhi dei  nostri lettori.

Di Blasi, noi ci siamo conosciuti circa trent’anni fa quando lei era già un prolifico  assistente del Prof. Attilio  Belli, titolare della cattedra di Urbanistica della Facoltà di Architettura della “Federico II”. L’occasione fu la realizzazione della lungimirante intuizione del compianto professor Sandor Luongo che propose una innovativa politica di pianificazione di programmazione intercomunale nella Valle del Sabato. Erano gli anni successivi al dopo terremoto e a quelli della cosiddetta economia della catastrofe durante i quali non si realizzò in Irpinia un intervento di grande  tutela e valorizzazione del territorio. Cosa significò per lei e per il gruppo della prestigiosa Facoltà partenopea quell’esperienza in un mondo così profondamente diverso da quello che stiamo vivendo oggi?

Con grande piacere, ricordo quella esperienza unica e coinvolgente, dettata dai sogni di un grande irpino che è stato l’amico Sandor. Un percorso progettuale di grande portata per la valle del Sabato che aveva l’intendo di coinvolgere le popolazioni rispetto a tutti gli aspetti della programmazione, dello sviluppo e della salvaguardia del territorio. Una  indagine diffusa e capillare, finalizzata alla redazione del Piano Intercomunale. Si era nel post terremoto, i paesi erano in una fase di avvio della ricostruzione, con una visione/progettazione rivolta più alla demolizione diffusa che non al recupero dell’esistente. Infatti, per sensibilizzare le coscienze sulle presenze archeologiche, architettoniche e ambientali, furono realizzate, diverse iniziative, mostre, incontri e convegni: “La valle del Sabato-Lettura di un territorio” con la partecipazione di  tutti gli artisti della valle, “ Dal paesaggio al dettaglio: Itinerario fotografico della valle del Sabato”, L’archeologia industriale della Valle del Sabato, queste ultime due pubblicate parzialmente negli annali del Centro Guido Dorso (annale 1985-86), a cura del sottoscritto. Dal punto di vista ambientale, centrale fu l’indagine sul fiume Sabato, con l’iniziativa “Salviamo il Sabato”, con un manifesto denuncia e raccolta firme a cura del costituendo comitato Pro fiumi Irpini. Si realizzò anche un giornale “Partecipazione” che divenne cassa di risonanza di tutte queste ed altre iniziative. Una stagione si può definire eccezionale e speriamo ripetibile.

 

 

 

 

 

 

Lei ha conosciuto in modo diffuso la nostra provincia e ne ha delineato i tratti peculiari e salienti attraverso i suoi molteplici interessi culturali e professionali.  Tradizioni popolari, riti ancestrali, angoli di paesaggio,  manufatti storici sono lì a ricordarci una preziosa  identità civile. Eppure, al di là della solita letteratura evocativa,  in queste realtà impera ancora l’effimero e lo spontaneismo creativo e non si riesce a mettere a sistema una memoria di un territorio. Da cosa può dipendere, secondo il suo personale convincimento, maturato sul campo e attraverso  l’esperienza diretta,  questo impedimento ? E’ un problema di eredità culturale, di classi dirigenti,  o di distrazione di massa?

Racconto da sempre il mio territorio ho cominciato all’età di quindici anni, fotografando il mio paese Paternopoli, per poi allargare a macchia d’olio l’indagine su tutta l’Irpinia. Nel contempo ho elaborato la mia ricerca grafica/pittorica, realizzando eventi, mostre, illustrazioni di libri, con sempre sullo sfondo i colori e i  paesaggi d’Irpinia. Il nostro territorio purtroppo, ha avuto una classe dirigente, disinteressata e distratta, che non ha mai creduto nella riscoperta, valorizzazione e fruizione del nostro patrimonio e della sua storia. Ad esempio le città sepolte: Abella, Abellinum, Aeclanum, Romulea, Compsa, Aequum Tuticum e luoghi evocativi come la valle d’Ansanto, Malvizza, Madonna delle Grazie, Fioccaglie, Carife, ancora aspettano di essere dissepolte, restaurate e valorizzate.

Un territorio il nostro, spesso raccontato, con superficialità, senza conoscerlo e cosa ancora più grave, che in molti si sono sentiti proprietari indiscussi di un pezzo di esso o di un personaggio storico di rilievo. Una delle cose da promuovere e allestire sono i centri di documentazione, in cui archiviare/digitalizzare tutto quello che è stato prodotto nel tempo sul territorio, e per il territorio: immagini, filmati, studi, ricerche, e anche con il recupero di archivi privati e pubblici,  per creare gli spazi della memoria e permettere la conoscenza e la fruizione del nostro territorio nel suo complesso.

 

Nei decenni post sismici per realizzare in modo efficiente il processo di ricostruzione i comuni e le altre strutture della Pubblica Amministrazione periferica furono interessati da un forte potenziamento del personale tecnico che dovette guardare più ai regolamenti edilizi che alla pianificazione urbana, maggiormente alle visioni  deivolumi piuttosto che al suono degli spazi.  Oggi ci si chiede, alla luce della conclusione di quella stagione amministrativa e in virtù dell’evoluzione di una cultura  votata alla difesa e alla valorizzazione sostenibile del territorio, se non sia il caso di ripensare quel modello e quel profilo edilizio del governo locale e “sostituire” l’Ufficio Tecnico Comunale con Centri  di Pianificazione territoriali che si occupino di riarmonizzare il paesaggio con  la vivibilità, valorizzando in un ruolo completamento nuovo le stesse figure professionali di cui anche lei è espressione?

L’evento catastrofico del terremoto del 1980, ha segnato una ferita profonda sia nel territorio e sia nelle coscienze, cancellando in modo irreversibile, non solo il tessuto urbano, ma anche un modo di vivere. All’indomani del terremoto, superato l’emergenza, si passò alla redazione dei Piani di Recupero, questi, con tutte le difficoltà, le carenze legislative, seguirono, in quasi tutti i comuni, soprattutto in quelli meno danneggiati la politica di  recupero  dei fabbricati con la previsione di interventi di ripristino e consolidamento. Dopo  questa prima  fase,  le amministrazioni sollecitate dai privati e dagli interessi economici delle imprese costruttrici, dai ritardi e dalle difficoltà di procedere ad una ricostruzione veloce, cambiarono i piani di recupero in piani di ricostruzione. Il risultato di tutto ciò è visibile nei nostri centri; furono  abbandonate le tipologie sia costruttive che formali e i materiali in uso, stravolgendo completamente i centri storici. Dopo questa esperienza, durata circa trentacinque anni, sicuramente c’è stata una crescita culturale/tecnica  dei progettisti, impegnati nella ricostruzione, ma sicuramente è mancata la ricerca della qualità progettuale e quindi della bellezza.                       

 

 

 

 

 

 

Il filo conduttore tematico di questo nostro percorso è quello della cosiddetta transizione ecologica, un’espressione che francamente io trovo alquanto fuorviante perché è come se tutto ciò che si realizza nel contenitore del Recovery Fund o della Next Generation è qualcosa a cui si può apporre sistematicamente il brevetto di sostenibilità ambientale. C’è molto di speculativo sotto questa operazione di marketing epocale ma soprattutto di falsa coscienza in quanto quello che non si mette in discussione è il sistema che ha creato degenerazioni e contraddizioni all’ecosistema antropologico del Pianeta, che non è fondato solo sulla tecnica della linearità e dello scarto ma anche sul principio del diritto allo sfruttamento dell’Uomo e delle risorse naturali. Pertanto prendo anch’io a prestito la famosa frase de “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij “La bellezza cambierà il mondo” e le chiedo come davvero la forza di questo concetto, che non è solo di esteriorità, può introdurre reali processi di discontinuità se non di rottura rispetto a quanto ci ha consegnato l’inarrestabile progresso degli spiriti liberi in questo libero Mercato, che è diventata la cosiddetta globalizzazione?
E’ auspicabile che vengano raggiunti gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 fissati dalla Commissione Europea al 2030, per cui bisognerà avere il 70% circa di fonti rinnovabili sulla rete elettrica. In Irpinia siamo in netto ritardo, i parchi eolici, ubicati, senza uno studio vero di impatto ambientale, hanno invaso parti di territorio, deturpandolo. Enel contempo non è stato riproposto nessuno studio/progetto sull’energia idroelettrica, anzi qualche centrale, come quella di San Mango sul Calore e in abbandono da oltre cinquanta anni. Nel settore agricolo, servono investimenti per la transizione verso un modello agro ecologico, per ridurre l’uso di pesticidi e prevedere un ulteriore aumento della superficie dedicata all’agricoltura biologica. Sarebbe auspicabile che le aree destinate alla produzione vitivinicola DOCG Aglianico Taurasi, Greco di Tufo e Fiano di Avellino, e quelle con produzioni di pregio, in cinque anni diventassero completamente a conduzione ecologica. Altri aspetti, come la mobilità a emissioni zero, la moratoria trivelle e la tutale della biodiversità, li potremmo affrontare in una prossima chiacchierata. La transizione ecologica è un processo necessario che non potrà prescindere da una  giustizia economica e sociale e di vera inclusione. Il costo di questa trasformazione non può ricadere sulle spalle della cittadinanza, ma dovrà essere a carico di chi, anteponendo i propri profitti alla salute delle persone e del Pianeta, ci ha condotto alla crisi climatica e ambientale.

Concludo questo piacevole e interessante incontro ricorrendo a una strofa della struggente canzone “Starry, starry, night”  scritta da  Don Mc Leannel 1971 e dedicata a Vincent Van Gogh nella quale dice “ … colora la tua tavolozza di blu e grigio , con occhi che conoscono l’oscurità della mia anima,  Ombre sulle colline, Disegna gli alberi e i narcisi, cattura la brezza e il gelo dell’inverno… ” . In essa si legge non tanto l’esaltazione del grande interprete della pittura impressionista ma il disappunto per l’incomprensione della società verso la banalità del bene.  Secondo lei, che è stato un animo libero dell’espressionismo artistico irpino, che seppur nel silenzio e senza fregi altisonanti ha varcato i musei delle maggiori capitali europee, di New York e di altri luoghi simboli dell’iconografia artistica del pensiero sociale internazionale, non crede che più della bellezza oggi per cambiare lo stato di cose presenti non serva una buona dose di coraggiosa  follia come quella del grande genio olandese?

Sicuramente, ognuno di noi dovrebbe rincorrere i propri sogni, io ho cominciato con una scatola di colori che mi regalò mia nonna e non ho mai più smesso, a volte bisogna  avere tanta sana follia,  per superare le ostilità tipiche di un piccolo territorio come il nostro.

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