“L’Italia ha un patrimonio immenso e potremmo fare cose immense.” Se fosse una canzone, canterebbe il testo di Guccini “Ho ancora la forza”, perché Moni Ovadia sceglie ancora le parole per gioco, per il gusto di potersi sfogare: osserva il mondo, macina progetti futuri ad oltranza, non perde occasione per prendere parola e schierarsi. Attore, musicista, scrittore, nato in Bulgaria da una famiglia di ebrei sefarditi, è l’artista italiano che con grande impegno si è dedicato al recupero e alla rielaborazione della cultura yiddish dell’Europa orientale. In occasione della 42esima edizione della rassegna teatrale di Sant’Andrea di Conza, il 19 agosto presso il Teatro Episcopio sarà di scena insieme a Dario Vergassola con lo spettacolo Un ebreo, un ligure e l’Ebraismo.

Con Dario Vergassola porta in scena un vero e proprio dibattito, pensa che il teatro sia rimasto l’ultimo spazio di confronto nella società contemporanea?

Allo stato delle cose il teatro garantisce una libertà che è sempre più rara altrove, per esempio nel cinema: ci sono costi troppo alti e dove c’è una produzione costosa, sono i pochi che dispongono dei mezzi necessari a decidere quanta libertà debba essere sacrificata; ma il teatro ha bisogno dell’essenziale, come dimostra Dario Fo, un allievo supremo della semplicità. Penso che la definizione migliore sia di Gigi Proietti in un sonetto, proprio nell’incipit: Viva er teatro, dove tutto è finto, ma niente c’è de farzo. Attraverso la pietas della finzione abbiamo la possibilità di dire tutto, anche le cose più atroci e come attraverso lo scudo di Perseo, senza esserne pietrificati. Dario Vergassola e io siamo due attori profondamente diversi, con studi e culture differenti, ma abbiamo deciso di confrontarci sul tema dell’Ebraismo, senza un testo predefinito e con una scenografia a dir poco scarna: due sedie, perché è con poco che possiamo raccontare scene, visioni. Con Un ebreo, un ligure e l’Ebraismo, diamo l’opportunità al pubblico di scoprire un mondo complesso, formarsi un’opinione, divertendoci prima di tutto.

L’umorismo, come ricorda Devorah Baum, è un caposaldo dell’identità ebraica.

Moni Ovadia
Moni Ovadia

La comicità mette in risalto le contraddizioni permanenti della società, come dimostra Slavoj Zizek nel suo 107 storielle. Nel mondo ebraico tutta l’identità si basa sul paradosso, lo stesso dialogo talmudico: non c’è dogma nell’Ebraismo, neanche l’esistenza di dio; come testimonia una storiella, gli ebrei possono mettere in discussione tutto, tranne che la discussione stessa: dei rabbini mettono al voto l’esistenza di dio e la maggioranza vota per la sua infondatezza. Al tramonto, uno di loro ricorda di recitare le preghiere dei vespri, così gli altri chiedono “Ma cosa c’è da pregare, abbiamo appena stabilito che dio non esiste.” e l’altro risponde “E con questo che vuoi dire? Che non sono più ebreo?” Anche l’ebraico non ha stabilità, fisse sono solo le sue consonanti, ma non ha vocali nello scritto, sono libere, segnate con punti e linee, e cambiando la loro posizione, cambia il significato della parola stessa. A dispetto della lingua, gli ebrei sono immobilizzati e caduti nella trappola del nazionalismo, il sionismo. Questa idolatria della terra che non comprendo affatto, perché come ebreo devo portare rispetto solo al testo sacro, alla Torah; con tutto quello che stanno soffrendo i palestinesi, credo che gli errori in futuro saranno pagati a caro prezzo dagli stessi israeliani.

A differenza di quello che pensava Hannah Arendt, quindi, l’ebreo non è più un paria, non vuole più vivere ai margini della società?

Con il sionismo gli ebrei israeliani sono entrati nel salotto dei vincitori, anche in questo c’è del paradosso; come l’amicizia tra Orban e Netanyahu, dando prova che può coesistere il sionismo con l’antisemitismo. Israele è sì uno stato di vincitori, ma armati fino ai denti, ricostruendo il ghetto, lo spazio ostile da cui il nostro popolo si era liberato; in realtà il pericolo non è fuori ma dentro: sono gli israeliani nella loro chiusura il nemico peggiore, non ricordando che gli ebrei in tutta la loro storia sono stati 3200 anni in esilio: senza l’esilio, senza lo straniero, e senza essere stranieri noi stessi, non c’è identità ebraica. E’ la Bibbia stessa a ricordare: ricordati che fosti straniero in terra d’Egitto. La nostra identità non contempla chiuderci in una terra e farla diventare un bunker.

La sua attenzione alle tradizioni differenti si riflette anche in ambito musicale con il progetto Ensemble Havadià.

Siamo sempre stati attenti alla contaminazione, negli ultimi anni mi sono dedicato alla ricerca e allo studio della musica siciliana insieme a Mario Incudine – nel 2015 ha firmato con me la regia per Le supplici di Eschilo al teatro greco di Siracusa- tenendo presente la lezione di Roberto De Simone. Di fronte all’universalità della canzone napoletana o alle incredibili variazioni e derivazioni della musica contemporanea dal jazz o dal blues, come si fa ancora a credere nel concetto di nazionalità?

In teatro i suoi esordi come attore sono stati con Tadeusz Kantor e Franco Parenti, subito dopo si è dedicato lei stesso alla stesura dei testi e alla regia, come mai questa decisione?

In realtà il mio teatro è la diretta conseguenza della lezione di Kantor, come se stessi continuando a girarci intorno da anni. Il suo più grande insegnamento è stata la necessità di citare sempre i maestri, con umiltà. Così per quanto possa allontanarmi e dedicarmi a progetti differenti, torno sempre al mio maestro: per Kantor lo spazio teatrale è una creazione artistica assoluta, non un luogo di rappresentazione; venendo egli stesso dal mondo dell’arte, la sua compagnia era composta da pittori e grafici. In un’intervista dichiarava: non gioco con il testo teatrale, ma ci gioco insieme; con le installazioni e l’arte pittorica il testo diventa il mio compagno di giochi e lo libero da chi ha fatto del teatro una pura ripetizione. Parlando del suo lavoro, spesso ripeteva: Moni, io gioco, faccio il teatro della morte, ma loro fanno la morte del teatro.

A proposito di gioco e morte, e del cinema che giocando la combatte, è stato diretto da Mario Monicelli e Nanni Moretti, ma in poche occasioni si è dedicato a questo tipo di produzione artistica: c’è una mancanza di interesse da parte sua o una mancanza di occasioni?

Pur conoscendo bene il cinema italiano, non ho vissuto la sua grande stagione, penso a De Sica, Rossellini, Petri, purtroppo non mi è capitato. In compenso è un’arte che amo profondamente, soprattutto la produzione di avanguardia sovietica. L’ultimo autore ad avermi rapito è stato Emir Kusturica e in particolare Underground. Quando ho avuto l’occasione di incontrarlo gli ho confessato “Il tuo film ha un grande difetto”, Kusturica provava a contrastarmi con “In realtà ne ha molti” e io continuavo “Sì, ma il peggiore di tutti è che l’hai fatto tu e non io.” Ho provato una sincera e buona invidia per quel film, anche perché essendo nato in Bulgaria, ho ammirato come sia riuscito a raccontare un’epopea di fallimenti e di guerra. Come ho apprezzato Schindler’s List di Steven Spielberg e la sua abilità nel risolvere le avversità per produrre il film. Per il nuovo cinema italiano, il discorso è diverso: per quanto gli ultimi due decenni abbiano segnato una crisi profonda di creatività e impegno, per la prossima generazione, non è detta l’ultima parola: vedo coraggio nei giovani registi, quello che mi preoccupa è la mancanza di profondità e di cultura. Tocca ripartire, anche in questo caso, dall’educazione e dalla centralità della scuola.

 

 

 

 

 

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