«Enorme ritardo nella programmazione della Fase 2. Dal Governo per ora solo annunci: il Decreto liquidità è fermo agli spot. De Luca? Il suo linguaggio non è rispettoso di tutta la popolazione. In generale c’è troppa campagna elettorale nell’emergenza». Il professore Piero Mastroberardino, ordinario di Economia all’Università di Foggia e a capo dell’omonima storica azienda vitivinicola irpina, analizza le misure di sostegno all’impresa messe in campo da Governo e Regione con un focus sul settore vitivinicolo.

 Il Governo prepara la Fase 2. Cosa ne pensa?

«Penso che ci sia un enorme ritardo nella programmazione. Perché di fronte ad un’emergenza inedita di carattere mondiale che blocca totalmente la socio economia di tutte le nazioni, il decisore politico avrebbe dovuto mettere sul tavolo, parallelamente alla gestione dell’emergenza sanitaria, la pianificazione della fase 2 con larghissimo anticipo. Non si può arrivare all’ipotesi di riapertura nella più totale incertezza».

Però, per dirla con Conte, il Governo ha messo in campo la “potenza di fuoco” del Decreto Liquidità per sostenere l’economia.

«Le misure a sostegno della popolazione, sia in senso privato che per quanto riguarda le imprese, al momento sono totalmente inefficienti. Tutto ciò che è stato messo in campo resta allo stato degli annunci. La cassa integrazione non è ancora arrivata nei conti dei lavoratori ed è un dramma considerando che il blocco è iniziato alla fine della prima decade di marzo. Né si può far leva sull’eventuale disponibilità di un imprenditore ad anticiparla visto che allo stesso non sono stati sospesi i versamenti fiscali, visto che solo in pochi hanno potuto godere di differimenti reali. Sul versante liquidità si è parlato di somme messe a disposizione delle imprese, altro annuncio vuoto perché le aziende devono andare in banca e dovrebbero trovare l’assistenza di una garanzia pubblica attraverso la Sace spa (controllata di Cassa Depositi e Prestiti ndr). Il presidente dell’Associazione Bancaria Italiana Patuelli ha immediatamente dichiarato che le procedure non potevano essere  fatte nei tempi annunciati dal Governo perché per fare le istruttorie sulle aziende non era sufficiente. Dall’altro la Sace si affrettata a dire all’Abi che non era ancora pronta con le istruttorie  per concedere garanzie. Quindi allo stato attuale se un imprenditore ha bisogno di liquidità deve andare in banca e utilizzare gli strumenti di sempre avendo però azzerato i propri incassi, bloccato i ricavi e dunque ridotto enormemente la propria capacità di rimborso, per cui la banca chiederà garanzie di tipo privato come ipoteche, fideiussioni o incrementare notevolmente il costo dell’operazione finanziaria per contenere il rischio dell’esposizione. L’altra misura del Decreto liquidità è quella di sostengo all’export nel momento in cui i mercati sono chiusi, immaginare che possa essere una cosa credibile e seria è impossibile. Ogni provvedimento annunciato purtroppo non produce ancora effetti».

Chi è che rischia di più in questo momento?

«Certamente quello della micro imprenditorialità è in questo momento l’anello più debole della catena. Parliamo del piccolo ristoratore, del barbiere, del negozio di estetica. Costoro, che in un clima di incertezza totale resteranno chiusi probabilmente per tre mesi, stanno continuando a pagare il fitto dei locali pur non avendo incassato nulla. L’eventuale riapertura è prospettata a ranghi ridotti quindi i ricavi saranno pari ad un terzo a fronte di un’esposizione debitoria accresciuta. Come possono andare a chiedere soldi in banca? Come possono mantenere i loro dipendenti? Tutto questo si ribalta sulle famiglie: la spesa alimentare bisogna pur farla. Anche chi ha investito in un’obbligazione se oggi volesse disinvestirla ne recupererebbe solo la metà. Un altro dramma, un altro bagno di sangue. Quella socioeconomica è una catena complessa, e invece è stata affrontata con troppa superficialità».

E’ della stessa opinione anche rispetto al Piano di interventi della Regione Campania?

«Non vedo provvedimenti sostanziali sul piano dell’efficacia. Anche qui vedo operazioni un po’ di facciata.  Questo è un momento in cui va sfruttata la leva del debito a mani basse, senza retro pensieri perché questo è il momento nel quale una popolazione o sopravvive o corriamo il rischio di tensioni sociali. Assistiamo ad un continuo conflitto tra Stato e Regioni, Campania compresa, una vera e propria gara della visibilità tra il Premier Conte e i Governatori. Conte ha accentrato su di sé  tutti i riflettori innescando un processo di rincorsa da parte dei presidenti di Regione. Insomma nonostante il momento drammatico, c’è tanta campagna elettorale da parte di tutti. De Luca ha il vantaggio che la Campania sta tenendo bene, i numeri del contagio danno una discreta tranquillità rispetto ad altre regioni. Il punto però è che di fronte alla limitazione delle libertà personali basilari di un Paese democratico come è l’Italia, la comunicazione di De Luca sa di soverchieria.  Comprendo che c’è un target di persone che forse comprende solo il linguaggio del lanciafiamme, ma un Governatore non può parlare così a tutta la popolazione che, come sta accadendo in Irpinia, sta rispettando le regole, sta accettando di rinunciare alle sue libertà nonostante non gli venga data alcuna prospettiva di certezza.  Le persone vanno rispettate anche nella comunicazione che si usa».

E sulla gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni irpine?

«Quello che è accaduto nei rapporti tra Stato e Regioni, in scala si è ripetuto tra Regioni e enti locali. Ognuno prova a riprendersi la scena. Noto molta agitazione in generale ed in particolare chiaramente nello scenario politico. Chi è sereno, in un momento come questo, non si agita, tiene i toni bassi e lavora pancia a terra. Penso anche a chi fa donazioni e gesti di solidarietà accompagnati da annunci stampa. In generale è tutto il processo comunicativo che dovrebbe cambiare, essere più snello, essenziale e rispettoso di tutti. In primis chiaramente è un discorso che riguarda la scena politica. Da lì partono i messaggi più roboanti che, solitamente, restano quelli più improduttivi».

Lei è a capo della storica azienda vitivinicola di famiglia. Siamo di fronte all’annata nera del vino?

«Il momento è sicuramente drammatico. Abbiamo una numerica di aziende importante, tantissime forse troppe. Ho sentito tanti piccoli produttori che sono fortemente preoccupati. Hanno avuto il miraggio o raccolto il messaggio che fare impresa del vino in Irpinia, sarebbe stato uno scenario agevole, poi hanno capito che non è affatto così. Già se ne erano accorti quando si sono misurati con i mercati dove hanno trovato vini provenienti da tutto il mondo, spesso con costi di produzione molto più bassi dei nostri, ed ora con l’emergenza Covid intere famiglie impegnate in piccole aziende si ritrovano a fare i conti con la difficoltà di andare a fare la spesa. Questo è solo il primo dramma del settore. La filiera vino patisce il danno della chiusura di tutte le attività di ristorazione, quindi delle principali occasioni di vendita. C’è poi l’elemento aggiuntivo: la vigna non è l’azienda metalmeccanica che si può chiudere, altrimenti in autunno non ci sarà il raccolto. Continuare a lavorare la vigna significa continuare a produrre i costi di gestione mentre in cantina restano i vini del 2019 che hanno bisogno di cure altrimenti li butti via. Tutti i costi di produzione sia agricola sia della trasformazione in vino, in questo momento continuano a correre con fatturati praticamente azzerati con il blocco della ristorazione e dei mercati internazionali. Parliamo di meccanismi perversi, e ho l’impressione che chi decide sulle sorti di una popolazione intera non si renda conto della realtà quotidiana delle cose. C’è stato un dramma dato dall’emergenza sanitaria, ma ce n’è un altro che ancora non si è prodotto ma che emergerà con tutta la sua virulenza».

 

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