di Leonardo Festa, docente di storia e filosofia e candidato con la lista Mai Più alle amministrative di Avellino.

All’indomani della settimana di Ferragosto, la discussione in città e sui social è ancora monopolizzata dai commenti sul cartellone estivo. Se da un lato era facile vincere nel confronto con l’anno precedente, dall’altro l’Amministrazione è indubbiamente riuscita in meno di tre settimane ad imbastire un cartellone di ottima qualità, attento alle varie fasce d’età, spalmato su tutta la città, e particolarmente teso a valorizzare i talenti artistici avellinesi, bilanciando la tradizione con l’innovazione: al Palio della Botte e ai laboratori con i giochi antichi a Piazza Kennedy, si è così potuto affiancare lo stupendo concerto di Ghemon e degli Atomic Love Disorder. L’amministrazione ha voluto fare le cose in grande, non badando a spese con le luminarie e i fuochi d’artificio, e su questo non sono mancate polemiche più o meno politiche. Ad ogni modo, la città in questi giorni è particolarmente viva, e questo non può che aiutare il commercio locale, ma non sono mancati spunti di natura polemica, come forse inevitabile che sia.
Dei gusti non si discute, dicevano i latini, eppure sui gusti discutiamo eccome, e questo perché quando diciamo che qualcosa ci piace raccontiamo un po’ di noi stessi. Anche quando ammettiamo che i gusti siano soggettivi, pretendiamo quasi che i nostri siano condivisi dagli altri, e normalmente ci offendiamo se ciò non avviene. Questo perché rispetto alle scelte estetiche si stratificano ragioni di varia natura: la capacità di cogliere aspetti tecnici, la fama e il giudizio di una comunità di riferimento, il richiamo a ricordi d’infanzia o valori, e non ultimo, il significato politico. Quest’ultimo aspetto è determinante quando, come in questo caso, si tratta di una rassegna voluta da una amministrazione, non da un privato, e quindi sarebbe limitativo calibrare il giudizio basandosi solo su numero di persone presenti in città. E non si tratta di voler discutere in base ai parametri di destra o di sinistra, come cantava Gaber riferendosi proprio alle scelte estetiche.
Trovo assolutamente condivisibili le osservazioni di chi, anche tra i banchi dell’opposizione, ha mostrato perplessità rispetto alla spesa dei fuochi per ragioni di carattere ambientale. Allo stesso modo, appare intollerabile l’atteggiamento di chi derubrica la spesa delle luminarie a scelta cafona e provinciale. È un errore tremendo associare un gusto ad una categoria: dato che amo allo stesso tempo Mozart e Tony Tammaro, ciò significa che sono affetto da bipolarità estetica? Più complesso è il discorso sull’aggettivo “provinciale”. Paradossalmente, nella nostra provincia accade che l’Irpinia sia d’estate un laboratorio di sperimentazioni molto più che il capoluogo. È indiscutibile il lavoro sulla tradizione e sul rapporto tra comunità e territorio portato avanti dallo Sponz Fest. Sabato sono andato all’Ariano Folk Fest e ho avuto il piacere di conoscere ragazzi spagnoli e austriaci venuti appositamente per l’evento. Saranno stati meno dei tredicimila tedeschi che secondo alcuni arrivano ad Avellino, ma almeno erano in carne ed ossa davanti a me. Indiscutibili sono la raffinatezza, la coerenza e il ritorno di immagine della proposta che ho ritrovato all’Esca Jazz. Nei giorni estivi, sembra quasi che la città sia provincia dell’Irpinia, e questo perché in questi paesi le amministrazioni hanno fatto una scelta precisa: quella di puntare sul modello del festival culturale. Non è necessario conoscere la recente ricerca “Investire in cultura” presentata ad Umbria Jazz e realizzata da Rsm-Makno per capire le ripercussioni positive e lungimiranti di queste scelte.
Rispetto alla provincia, va fatta una riflessione anche sul legame con le tradizioni: se si andava a Flumeri nei giorni precedenti alla tirata del carro, si trovavano squadre di ragazzi impegnati nella costruzione di pannelli di paglia. Molti di essi, pianificano le loro vacanze in funzione di questa tradizione. Il fatto stesso che ad Avellino per anni le luminarie non ci siano state, fa già capire come il legame con le tradizioni in città sia diverso.
E qui veniamo al punto politico: compito della politica è realizzare una pedagogia reciproca tra cittadini e amministratori della città, e questo, inevitabilmente, passa anche attraverso una rassegna estiva o natalizia. La scelta non è quella di difendere i gusti popolari contro quelli di nicchia, ma di servirsi di queste occasioni per creare comunità. La scommessa da vincere è magari quella di rendere popolare ciò che viene percepito di élite, utilizzando occasioni ludiche per affermare e creare valore. Guadando oltre l’Irpinia, penso ai modelli di Modena, che ha scelto di puntare su un grande evento, il festival della filosofia, per regalare suggestioni ad un pubblico assolutamente eterogeneo, o a Giffoni, che oggi significa per tutti il festival del cinema per ragazzi. Non bisogna dimenticare che gli eventi pubblici definiscono un parametro fondamentale nella valutazione della qualità della vita di una città, ed attualmente Avellino figura al centesimo posto nella classifica de Il Sole 24 Ore sull’organizzazione del tempo libero.
Siamo fortunati: non ci mancano le risorse. Sono avellinesi Felice Caputo, l’ideatore del Bella Storia Festival, Marina Siniscalchi, ideatrice di un Festival di letteratura per bambini, così come della nostra città sono Luca Caserta e Raffele Pulzone di FITZ, il cui curriculum parla da solo. I tempi sono maturi per provare ad alzare l’asticella. E l’elenco degli esempi potrebbe continuare ancora. Puntare su nuovi modelli non significa rinnegare la tradizione o sminuire il senso di identità, anzi, magari addirittura rafforzarle entrambe. Soprattutto, però, significa rischiare. Del resto, è proprio sulla capacità di costruire una visione chiara e moderna che va misurato il lavoro di una amministrazione.

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