Il viaggio in haiku della scrittrice Valentina Mariani approda ad Avellino. “Gocce di Notte“, edito da QuDu Libri, Bologna 2017 sarà presentato domani, sabato 22 settembre alle ore 19,30, al Carcere Borbonico nell’ambito del Festival Manocrea. Una vera e propria sfida letteraria quella affrontata da Mariani che si racconta in una lunga intervista.

Otto anni fa il suo viaggio in Giappone e il primo approccio con la poesia haiku. Quanti “souvenir” culturali della visita nel Paese del Sol Levante si ritrovano in “Gocce di notte”?

«Credo che ci siano dei passaggi inconsci e di memoria, non poetici né visivi. Quel viaggio è stato per me strabiliante, per la fortissima potenza evocativa di visioni, forme, stili e costumi del tutto differenti da quelli occidentali. Ma riferimenti diretti non ve ne sono, sia perché gli anni di mezzo rispetto al libro sono abbastanza, sia perché questi haiku sono in un certo senso occidentali: i luoghi e gli eventi che raccontano sono europei. Di certo, se non fossi andata in Giappone, non mi sarei avvicinata ulteriormente alla cultura nipponica e probabilmente non mi sarei trovata ad immaginare ciò che Roland Barthes definì il “divenire essenziale del frammento”, lo haiku. La memoria agisce in me dalle retrovie, metabolizzata dal presente, assume altri toni e colori che però la riportano sempre a galla. Nulla scompare, tutto si interseca e trasforma».

L’haiku è un componimento assolutamente particolare, per brevità e per contenuti. Al netto delle influenze che ha avuto nella poesia italiana, è il caso di Sanguineti o Saba, è un campo forse ancora poco esplorato in Italia. Come nasce questa sua passione?

«Quella per lo haiku è una “passione ragionata”, ovvero mediata. Dopo un anno dall’uscita del libro, vedo in maniera più distinta che ho scelto una modalità espressiva tesa a mettere ordine, o forse meglio dire serenità, all’interno del mio anarchico e complesso nucleo emotivo. In altre parole, ho sentito una forte esigenza di rallentare, ascoltare la natura, ricercare l’essenza piccola della vita nelle cose, trovare un luogo di tranquillità. La necessità di semplicità è stata la spinta più importante. Inoltre, le molteplici possibilità interpretative dello haiku me lo hanno fatto molto amare: una poesia di tre versi per sole diciassette sillabe è un flash, un fotogramma, un’intuizione, una sfida. Anche di creazione. Perché è aperto, può, cioè, continuare».

Lei definisce il libro come “un viaggio ideale attraverso stagioni reali e simboliche, fisiche ed emotive”. Quanto c’è di autobiografico in “Gocce di Notte”?

«Lo haiku tenderebbe a spossessare l’Io, per dare centralità all’Essenza della natura, e non a se stessi, esercizio che compio spesso, ma non sempre, anche per scelta, nei miei haiku. Lo haiku tipicamente orientale, espressione anche della filosofia zen, tende al vuoto, a quel nulla che tutto ricomprende, a un non-spazio dove non esiste l’individualità. Noi occidentali, di contro, mettiamo l’Io al centro di ogni riflessione e considerazione. E questo, allargando la riflessione, spesso diventa individualismo e va a discapito del bene comune. Lo haiku, o almeno i miei componimenti, hanno più livelli di lettura. Sono tutti riferibili a ciò che i miei occhi hanno visto e a ciò che il mio cuore ha vissuto, ma lo sono in una maniera indiretta: descrivono, suggeriscono ricomposizioni, riconducono ad altri ambiti possibili o reali. Credo che questo sia un altro aspetto importante per il quale mi sono cimentata con tale forma espressiva: la convinzione del riparo della mia intimità che veniva fuori, sì, in qualche modo, ma come metafora narrativa (latu senso)».

Che ruolo gioca l’interlocutore/lettore nella sua scrittura?

«Una parte attiva. Come accennavo prima, lo haiku è una via di libera ricerca ed espressione per il lettore che diviene così possibile attore e non solo mero fruitore di una suggestione che può essere ampliata, completata, rovesciata, rivisitata, re-interpretata. Trovo questo aspetto di spazio da inventare, da parte del lettore, – sotto forma di immagini, pensieri, parole – molto bello: democratico ed artistico al contempo».

Cosa può comunicare un componimento tanto breve, soprattutto in un’epoca in cui la brevità di pensiero prima che di scrittura, è ormai assurta a strategia per moltiplicare consensi e dunque potere?

«È una domanda raffinata e delicata. La nostra epoca, a mio avviso, più che fatta di brevità, è fatta di tentativi di riempire tutti gli spazi, è fatta di overload informativi ma poco formativi e generalisti; è fatta di “mordi e fuggi” che non è esattamente il “carpe diem” di oraziana memoria. Lo haiku, da questo punto di vista, può essere una risorsa interessante: è il vuoto che scava – come un scultore fa con lo scalpello: togliere per dare senso, crea spazio ed espande il tempo possibile. Potrebbe essere un buon esercizio di ricerca di ciò che, proprio in quanto semplice e breve, diventa essenziale e prezioso. È difficile pensare di mettere in atto un lavoro del genere, ma non impossibile, ad iniziare dalle scuole, dove sarebbe bello fare confrontare i bambini con la natura, le stagioni, la riflessione, il silenzio, la cura per l’ambiente e gli animali. In Giappone lo haiku è detto “Poesia della pace” e fin da piccoli, a scuola, ai bimbi vengono insegnati lo stile e il valore simbolico degli haiku. Per finire, ci tengo a dire che c’è sempre un messaggio “politico” in ciò che dico: anche se negli haiku può essere recondito, esso esiste, e si rifà alla pace, all’accoglienza, all’apertura, al rispetto per la natura e per gli altri».

Attualmente vive a Bologna ma è nata e, ancora molto legata, ad Avellino. Guardando oggi alla sua città natia, se dovesse descriverla con un haiku cosa scriverebbe?
«Legatissima ad Avellino, che ha forgiato la mia essenza, insieme all’Alta Irpinia dei miei genitori. Oggi Avellino arranca e talora cede, nonostante il carattere coraggioso e orgoglioso del suo popolo, nonostante la sua indole malinconica e la sua sensibilità, nonostante la sua forte propensione artistica visionaria. Non celebro i miei conterranei in maniera campanilistica e aprioristica, ma ne conosco tanti, di ogni età ed estrazione, e sono convinta che le sofferenze patite – basti pensare ai terremoti -, le difficoltà socio-politiche e culturali – i pochi investimenti, la mala politica, la difficoltà di trovare lavoro, nonché i tratti geomorfologici e quelli climatici abbiano contribuito a creare una malinconica, talora ironica e spiazzante, febbrile creatività. Una reazione al contrasto insopportabile tra la bellezza dei paesaggi, la consapevolezza delle potenzialità proprie e del territorio, e l’immobilismo politico e gli scempi socio-culturali che si succedono senza soste. Per venire alla sua domanda, se Avellino fosse un haiku, potrebbe essere il seguente: obliqua pioggia da monti magici in giù canti interrotti».

* Valentina Mariani nasce ad Avellino. Dopo aver conseguito la maturità linguistica, ha proseguito i suoi studi presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, ateneo statale italiano specializzato nello studio e nella ricerca delle realtà linguistico-culturali dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa e delle Americhe. Lì si è laureata in Scienze Politiche con una tesi in filosofia politica. Attualmente vive a Bologna. E’ esperta di cooperazione internazionale, consulente filosofica e cofondatrice dell’Associazione “Zia Lidia Social Club”, cineforum itinerante autofinanziato che vuole essere una finestra aperta sulla realtà culturale irpina, nazionale ed internazionale. Svolge attività sindacale con la CGIL dove opera anche come formatrice.
È giornalista pubblicista e collabora come redattrice con “Il Pickwick”, rivista di culture, critica e narrazioni“.

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