«Nel mondo del calcio sarebbe stato Cesare Maldini: un secondo silenzioso di Nereo Rocco e Enzo Bearzot; in campo un difensore, un marcatore senza mai commettere fallo, perché non gli sono mai appartenute le azioni scorrette. Questo rispetto lo declinava in libreria in grammatica ottocentesca perfetta e capacità di analisi al netto di qualsiasi adesione ideologica». Sono istantanee di straordinaria vita quotidiana le parole di Marco Ciriello – scrittore e giornalista – per tracciare il ritratto di Antonio Petrozziello, libraio, titolo che non l’ha mai legato alla semplice mansione di vendita; al contrario è stato sinonimo di confidente e guida, narratore onnisciente e silente di una città, ma soprattutto di curiosità e coerenza. «Era un uomo di sinistra in ogni momento della quotidianità: non amava l’ostentazione, soprattutto dei simboli – non ne aveva bisogno – preferendo sempre nell’azione la praticità, un lascito importante del mondo contadino. È con questa concretezza e spirito di avventura da pirata che si metteva in caccia per un libro introvabile, come per un tesoro perduto.»

Come vi siete conosciuti?

«Verso i diciassette anni ho scoperto la libreria per il corso principale, e da principio il nostro rapporto è stato una relazione silenziosa fatta di liste depositate in negozio con i libri che cercavo, sorrisi di compiacimento di Tonino per la scelta, e poi la gioia del ritrovamento, il momento del “riscatto” quando ritornavo per liberare i libri in ostaggio. Negli anni, superando la mutua discrezione e interrompendo la sequenza di sorrisi, ho scoperto una persona mite, di una delicatezza assoluta, con grande apertura e idee eversive, senza scadere nella rabbia della generazione a cui apparteneva. Sarebbe piaciuto a Carlo Levi, perché apparteneva al mondo di chi le cose le deve fare a prescindere. Un Frankenstein dei libri che ha amato, dai romanzi inglesi dell’ottocento fino ai russi, di cui apprezzava il rigore e metodo e ovviamente immaginazione. La parabola della sua vita potrebbe essere trascritta nel passaggio in posposizione al sovietismo da Pasternak a Palach, e magari concludersi come Kundera, andando via, cambiando lingua e città. Pur occupando un posto di rilievo non ha mai lasciato emergere la parte “luigina” – perché era assente, volendo stare ancora alle definizioni di Levi – od ostentato cultura e letture. Era un personaggio fuori dal tempo, e come un Joseph Roth alla fine dell’Impero asburgico, ha assistito al tramonto di un mondo senza poterlo impedire ma sapendo che doveva avvenire. Era una delle poche persone con cui amavo discutere perché conosceva gli scrittori dell’est Europa, non solo i celebri, ma soprattutto gli autori perduti. La dimostrazione è una delle serate organizzate in libreria con la lettura di Daniil Charms o la sua conoscenza dettagliata di Velimir Chlebnikov dovuta a Ripellino.»

La crisi della libreria e l’inizio della staffetta di solidarietà di “Avrei preferenza di no”, come è nata questa iniziativa?

«Ho dovuto convincere Tonino a dare il via al ciclo di letture, in un certo senso si vergognava: la richiesta di solidarietà sarebbe stata implicitamente l’ammissione di una sconfitta, un atto completamente estraneo alla sua discrezione. La prima sera, dedicata a “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville, c’è stata una grande partecipazione: operai e metalmeccanici, sindacalisti e studenti, ma anche professionisti e impiegati. Questo contributo è durato per qualche mese e anche chi non poteva essere presente per l’incontro del martedì sera, passava comunque in settimana. C’è stata anche molta solidarietà silenziosa di una parte della città, che ha aiutato senza voler apparire, una parte sana e bella che ha deciso di restare nell’ombra ma ha saputo fare la differenza. Per me “Avrei preferenza di no” è stato un grande atto politico, uno sforzo enorme come gesto di amicizia, anche se alcuni hanno ironizzato chiamandomi il “Veltroni della domenica”. Dopo la partenza, qualcuno l’abbiamo perso per strada, ma è la normale quotidianità di problemi per il lavoro, casa, famiglia, e qualcosa si è interrotto. Doveva esserci più costanza.»

Cosa ha rappresentato per te la chiusura definitiva?

«Avellino è una città senza punti di aggregazione, una città dove manca una piazza: un posto di raccoglimento per pensieri, idee e incontri, un posto che non ti dà ansia. La libreria Petrozziello rappresentava questo spazio, un posto tranquillo dove poterti incontrare. La chiusura è stata come la fine del tempo del liceo: un tempo nuovo in cui perdi una parte di te e ne fai nostalgia, la mitizzi. Il giorno in cui si è abbassata la saracinesca è stato come assistere alla scena finale de “Il posto dell’anima” di Riccardo Milani, l’ultima apparizione dell’orso che si avvia all’estinzione, perché vittima dell’inesorabile cambiamento. La libreria Petrozziello apparteneva a un mondo che stava per essere cancellato, dove trovavano spazio gli editori indipendenti e i tempi della vita editoriale di un libro erano più dilatati. L’atto conclusivo di questo passaggio è coinciso con l’uscita di “In questa luce” di Daniele Del Giudice, un autore che ho amato molto e di cui ho seguito il percorso proprio in libreria. In qualsiasi posto mi trovassi per lavoro, ad ogni sua pubblicazione, sapevo che tornando in città avrei trovato il libro da Tonino ad aspettarmi. Qualche tempo dopo la chiusura, fui io a portare l’ultimo Del Giudice al libraio. Le cose erano cambiate, lo sapevamo entrambi e provammo a riderne.»

Cosa pensava Petrozziello della città?

«Tonino conosceva bene i concetti dell’urbanistica, aveva letto Bernardo Secchi, Italo Insolera e Luigi Piccinato, perché quando li compravo per studiare architettura, lui poi mi faceva domande su cose tecniche; proprio per questo comprendeva i problemi della città, la sua mancanza di quiete e buona gestione soprattutto negli ultimi anni. Al tempo stesso non era astioso, sapeva giocare, riuscendo sempre a trovare una cosa bella o uno spunto di sarcasmo anche nella situazione peggiore. Aveva stima di Di Nunno, perché uno degli ultimi politici di una generazione che amava parlare e ragionare lentamente, dando il giusto peso e misura alle parole. Proprio in uno dei nostri ultimi incontri, per la presentazione di un libro su Michele D’Ambrosio, discutemmo della mediocrità della classe dirigente attuale e di quanto mancasse il tratto distintivo di severa ironia che distingueva il deputato del PCI.»

In questi giorni, dopo la scomparsa, si sta discutendo di riprendere il progetto di una libreria pubblica che porti il nome del libraio, tu cosa ne pensi?

«Credo fermamente nell’azione e nella risposta tempestiva: si poteva fare di più prima, quando la chiamata alla solidarietà c’è stata. Solo con le nostre forze e un numero limitato di persone, abbiamo provato a fare la differenza. Se non siamo riusciti a tenere la saracinesca aperta della libreria, quando il bene comune da custodire era proprio Tonino Petrozziello, la sua professionalità, cultura e coraggio, adesso questa dimostrazione di forza non avrebbe lo stesso valore: dovevamo garantire che un teatro restasse aperto proprio perché avevamo un grande attore che sapeva tenere il palco. Adesso è troppo tardi. Ho apprezzato molto i proprietari della libreria Guida che dopo la chiusura, nonostante fosse un ex concorrente, gli offrirono la gestione del punto vendita al Caffè letterario; così come mi piacerebbe vedere un premio che porti il suo nome per la critica cinematografica durante il Laceno d’oro, accanto al Giacomo D’Onofrio e Camillo Marino. Del resto Tonino era una persona che godeva tantissimo del successo degli altri, una cosa molto poco meridionale.»

Cosa resta?

«Restano le persone che ho incontrato in questa resistenza. Resta l’immagine ideale di Tonino che ho proiettato in una delle librerie più belle di Buenos Aires o in una biblioteca di Berlino. Resta la sua conoscenza del Sudafrica o di qualunque posto del mondo dovessi andare: aveva sempre una cartina, un indirizzo, una persona da contattare, perché nonostante il forte legame a questa città e la natura stanziale, aveva conoscenza del mondo da uomo dell’ottocento, grazie a libri e mappe geografiche. Con il passare del tempo, la città imparerà a calcolare l’assenza, il vuoto che ha lasciato, perché come Muscetta era un caparbio, un uomo che non ha mai rinunciato al sogno: una caratteristica degli irpini che scelgono di restare tra i libri è l’accettazione di essere minoranza, una lateralità che fa sempre la differenza. Resta l’epica di Noodles in “C’era una volta in America” e la capacità di chi, nonostante tutto, è rimasto fedele al valore dell’amicizia. Restano i suoi alfabeti differenti, perché sapeva parlare con tutti: con me era Sergio Leone, i calembour e le imitazioni di Guzzanti, con Francesco Saverio Festa la filosofia e l’essere avellinese, con Gabriele Matarazzo il basket e la goliardia. Quella libreria adesso è piena di fantasmi, ma è stato un collettore di mondi lontanissimi, vite diverse e Tonino, da esperto di trame, ha saputo tenere insieme questo intreccio. Un artigianato della parola da libraio ed editore, la scelta e la composizione di immagini come Georges Méliès in “Hugo Cabret”. Un costruttore di nodi e sistemi, un posto dove c’è sempre vento.  Restano i sorrisi nel trovare libri assurdi, il piacere di essere sempre utile agli altri, di poter dare il consiglio giusto, il libro che poteva donare nuove prospettive. Resta il dettaglio della doppia maglia che portava in inverno, come se dovesse ripararsi sempre da qualcosa, come da un freddo improvviso.»

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