Dissesto sì, dissesto no. A quattro giorni dalla missiva con cui la Corte dei Conti ha chiesto al Comune di Avellino di inviare entro un mese delucidazioni in merito alla doppia deliberazione con cui l’ente ha approvato il piano di riequilibrio pluriennale e chiesto l’accesso al fondo di rotazione per complessivi 16 milioni di euro (leggi qui), a Palazzo di Città la questione è già diventata materia di scontro politico con l’opposizione che si prepara a dare battaglia in consiglio comunale, e la maggioranza, sindaco in primis, che difende il proprio operato ed è certa di poter chiarire quanto prima la vicenda e sbloccare così l’erogazione dei primi 8 milioni quale anticipo del 50% del fondo di rotazione (clicca qui).

Ma, cosa rischia realmente il Comune sulla scorta dei quesiti posti dalla Sezione regionale di controllo della Campania? C’è  o non c’è scampo al default di Piazza del Popolo?

Da un lato a parlare chiaro c’è il Testo unico degli enti locali che, al comma 7 dell’articolo 243 quater prevede, in caso di mancata adozione del piano di riequilibrio entro il termine perentorio dei 90 giorni dalla delibera di ricorso alla procedura di riequilibrio, l’automatismo della procedura di dichiarazione del dissesto finanziario dell’ente. Ed è proprio questo il caso d Avellino dove, la Corte dei Conti su segnalazione della Direzione centrale della Finanza Locale del Ministero dell’Interno, ha evidenziato l’anomalia di aver ricevuto tre delibere. Le prime due, rispettivamente di aprile e maggio, con cui il commissario prefettizio Giuseppe Priolo disponeva prima l’avvio del ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale e la contestuale richiesta di accesso al Fondo di rotazione, poi, entro il termine perentorio dei 90 giorni, il ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario e la contestuale richiesta di accesso al Fondo di rotazione, la terza di agosto con cui il consiglio comunale eletto ha proceduto ad approvare il riequilibrio ma fuori tempo massimo. Una circostanza che, secondo il Testo unico per gli enti locali, non lascia spazio all’immaginazione: in casi come questo è previsto l’intervento del Prefetto che assegna al consiglio comunale un termine massimo di venti giorni per deliberare il dissesto e, questa è la conseguenza politica, terminare anticipatamente il mandato elettivo.

Ma c’è un precedente, anche abbastanza recente che riguarda il Comune di Buonabitacolo e che potrebbe essere di aiuto per Avellino. Ad aprile l’ente salernitano aveva visto il suo piano di rientro bocciato dalla sezione regionale di controllo per la Campania della Corte dei Conti proprio per l’intempestiva presentazione del piano di riequilibrio. Una decisione contro cui il Comune di Buonabitacolo, che proprio come nel caso di Avellino si era ritrovato a cambiare amministrazione durante l’istruttoria del predissesto, ha fatto ricorso  alle Sezioni riunite della Corte dei Conti in speciale composizione. Nella sentenza della seduta di luglio, depositata il 6 dicembre, la Camera di Consiglio presieduta dal magistrato Mario Pischedda, ha di fatto dato ragione all’ente sollevando la questione di legittimità costituzionale rispetto all’automatismo della dichiarazione di dissesto previsto dal Tuel. “Le sezioni riunite- si legge nella sentenza- hanno ritenuto che l’automatismo dell’applicazione della procedura di dissesto in caso di tardiva presentazione del piano di riequilibrio violi numerosi principi costituzionali se non circoscritto ai casi di accertamento della tardività entro i termini ordinatori del controllo, o se non compensato da un corrispondente ampliamento dei tempi di deliberazione del Piano in caso di elezioni intervenute durante la pendenza del termine perentorio di 90 giorni previsto dal Tuel”. Tra i profili di incostituzionalità evidenziati c’è il contrasto tra l’automatismo del dissesto e il principio di “equilibrio e sana gestione finanziaria del bilancio” e la violazione del bene “bilancio”, costituzionalmente tutelato, anche quando nella pendenza del termine dei 90 giorni per l’adozione del piano vi sia un mutamento della compagine amministrativa alla guida dell’ente. Inoltre, lo stesso Tuel, prevede per le nuove amministrazioni la possibilità di rimodulare il Piano, adottato dalla precedente amministrazione e non ancora esaminato dalla Sezione di controllo, entro 60 giorni dalla sottoscrizione della relazione di inizio mandato. Mentre nulla si dice riguardo l’eventuale predisposizione stessa del Piano, quindi ai nuovi amministratori non viene garantito un margine temporale sufficiente per elaborare le misure ritenute idonee a superare lo stato di squilibrio, adottando provvedimenti compatibili con il loro programma politico e gli impegni assunti con il mandato elettorale. Per il Collegio questa rappresenta “una sostanziale mancanza di tutela del bene bilancio, e la violazione del principio di pareggio di bilancio, cui l’intera procedura di riequilibrio tende, rendendo irrealizzabile il risanamento dell’ente. In altre parole, non è dato ai nuovi amministratori il margine temporale sufficiente al corretto esercizio del potere programmatorio del risanamento di condizioni finanziarie “ereditate” dalle gestioni passate. Non può essere, cioè, richiesto di rispondere al corpo elettorale di una eventualmente non corretta valutazione delle misure di risanamento dell’Ente nel momento in cui il Legislatore non prevede un termine congruo per la loro predisposizione”.

 

 

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