«La speranza fiorisce al cielo di Parigi» (Edith Piaf).

«L’azzurro, quel pastello, questo per me è il cielo di Parigi.» Un cielo che Gaia Guarino porta sempre negli occhi, trasferendolo sulle tavole, lavoro dopo lavoro e che dona ai suoi personaggi la sinuosità e la leggerezza delle camminate nei parchi dei film di Jacques Rivette, la vivacità di “Zazie nel metrò” e l’umorismo di “Ciao, Pussycat”. Grafico e illustratrice, dopo anni di collaborazione con la casa editrice francese “Edition Courtes et Longues”, in Italia è appena uscito – insieme alle realizzazioni di autori del calibro di Nicoletta Costa, Beatrice Alemagna e Fabio Visintin – per il libro collettivo “100 Gianni Rodari” (edito da Einaidi), un suo omaggio allo scrittore vincitore del prestigioso Premio Hans Christian Andersen nel 1970.

Gaia Guarino

Com’è cominciato il tuo interesse per il mondo dell’illustrazione?

«Ho iniziato il mio percorso con la Scuola Internazionale di Comix a Roma, mentre proseguivo gli studi di lingue e letterature straniere. Subito dopo, mi sono trasferita a Napoli e ho continuato ad approfondire la formazione presso l’Accademia di Belle Arti. In questa prima fase – lavorando nel mondo della grafica e concentrandomi sullo studio del fumetto – il mio interesse era riservato al disegno in bianco e nero, ma nell’ultimo anno di corso, c’è stata una vera e propria rivelazione: un corso sul colore e da lì niente è stato come prima. Per più di dieci anni mi sono concentrata e ho sviluppato le tecniche sull’acquarello per poi passare al digitale. Ho iniziato a inviare i miei lavori, ero piena di “le faremo sapere”, le case editrici tacevano, così ho tentato con la fiera del libro per ragazzi di Montreuil, vicino Parigi.»

E da lì inizia la tua collaborazione con la casa editrice “Edition Courtes et Longues”.

«Sì, tre albi dal titolo “Louise de New York, la detective”, “Louise de New York l’actrichanteuse” e “Louise de New York : Un été de chiens” scritti da Jean Poderos –  vincendo “Le Prix Sorcières” 2013 in Francia come migliore opera prima per l’editoria per ragazzi – e “Marcelle Potoffeu”, scritto da Yann Walker.»

Occupandoti esclusivamente dell’illustrazione, come sviluppi la tua narrazione dal testo?

«Dallo storyboard focalizzo un’immagine, cercando di concentrarmi sui dettagli e allo stesso tempo di mantenere la continuità dell’azione. Come nel cinema, mi piace cambiare l’inquadratura pagina dopo pagina.»

Hai lavorato anche con l’animazione di video musicali, sei grafico e illustratrice. Quale pensi che sia la definizione che ti metta a fuoco meglio?

«Sicuramente non mi definirei un’artista, per me una parola troppo ingombrante, preferisco essere illustratrice a tutto tondo, non solo per l’editoria per ragazzi: il mio lavoro è a servizio della comunicazione, per rendere universale un messaggio rispetto alle parole. L’artista ha sicuramente più margine di libertà e scelta, mentre l’illustrazione segue delle direttive e dei codici, ma è proprio in quello spazio dove posso sviluppare il mio stile e la mia visione, in questa sfida che mi piace avventurarmi.»

In questa carriera avventurosa chi sono stati i punti di riferimento e ispirazione?

«Durante un corso di specializzazione in provincia di Treviso, a Sarmede, ho avuto la possibilità di incontrare Štěpán Zavřel, un artista cecoslovacco che da anni viveva in Italia. Il suo stile onirico, pieno di dettagli, ha sicuramente influenzato il mio tratto, così come le animazioni di Emanuele Luzzati in cui risaltano il pastello e il movimento nonostante la bidimensionalità; eppure la mia principale fonte di ispirazione resta Parigi, il gusto retrò e anche il cinema degli anni sessanta, penso soprattutto al cinema di Billy Wilder. Cerco sempre di ricreare le ambientazioni e la luce di film come “Irma la Dolce”, ma anche scene che appartengono più agli anni settanta, come in “Tutto accadde un venerdì”. In “Louise de New York l’actrichanteuse” per la tavola di un provino di ballo, ho ricreato il set di “Flashdance”, mi piace giocare con il senso dell’umorismo e l’ironia, una dote rara che per me è sempre indice di grande intelligenza nelle persone e nei lettori.»

Libro Gaia Guarino

Per il libro “100 Gianni Rodari”, edito da Einaudi e di prossima uscita, hai illustrato la filastrocca “La speranza”. Come mai questa scelta?

«Voleva essere principalmente un augurio da fare a me stessa: la speranza di continuare a fare questo mestiere quanto più a lungo possibile. Capita spesso di sentirsi in bilico tra un libro e il successivo, non c’è nessuna garanzia per il futuro. Il tema della speranza in questo momento della vita era quello che sentivo a me più vicino. La tavola è piena di simboli e rimandi a questo argomento: l’utilizzo della luce verde, gli orologi che riportano all’idea del tempo e soprattutto ho inserito un salvagente, un oggetto che vuole essere un segno e un auspicio per chi attraversa il Mediterraneo cercando una vita migliore.»

Essendoti occupata di illustrazione sia in Francia che in Italia, che differenza pensi ci sia tra questi due mondi?

«Ad eccezione del libro edito da Il Gambero Rosso – pensato come guida per avvicinare i più giovani all’alimentazione sana, “Impara con Giorgione” –  ho lavorato troppo poco in Italia per poter avere un quadro completo, più nitido sulle criticità e le differenze. Quello che posso dire è che soprattutto tramite associazioni come “La Puglia racconta”, si valorizza l’importanza della condivisione e del confronto tra disegnatori. In occasione di festival e workshop, non c’è rivalità, competizione, al contrario prevale la consapevolezza dell’unicità della propria creazione. Vorrei che ci fossero più possibilità di raffronto al sud, così come accade in città come Bologna e che il mondo dell’illustrazione sia riconosciuta in Italia – così come la pittura – degna di essere esposta con delle mostre, un privilegio che non sia riservato solo ai grandi nomi.»

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