Scarpe da ginnastica, passeggiate in collina complete di ipod e lunghi after fino al mattino. La musica dei Golfers – duo di musica elettronica formato da Claudio Lasala e Massimiliano Meo –  è il ritratto perfetto degli elder millennials, come avrebbe sentenziato Iliza Shlesinger: lingua che saltella sulle labiali con disinvoltura dai beat ai drop, testa e orecchie a Berlino mentre i piedi calpestano l’Irpinia e il cuore batte a ritmo di Moderat con linee armoniche pop, dagli Anti Anti ai Flying Lotus. Tutto senza sforzi e pesantezze eccessivi, anzi: la musica è l’evasione leggera consentita, adatta sia per la solitudine contemplativa della natura che per quella delle tre del mattino dopo aver chiesto l’ultimo vodka tonic. Basta cercare il filtro Instagram giusto. E il loro primo album, Atypical, segue la giusta traiettoria e moto perpetuo di una pallina da golf con il putter sul green: scivola che è un piacere. Ne parliamo con Massimiliano Meo, anima e voce del gruppo.

Golfers, i golfisti. Vi definite anche “nipoti di Tiger Woods”.

«È semplicemente un gioco di parole. Come riferimento al nome del progetto – dice ridendo – ci piace pensare a noi stessi come dei fuoriclasse, un’eccezione come il golfista americano; poi non lo siamo, non ancora. Per il momento è solo una battuta.»

Estetica minimal, sonorità elettroniche. Il vostro è un recupero nonché un tributo alla cultura anni novanta?

«Degli anni novanta c’è molto, ma musicalmente non sono gli unici riferimenti. Sono derivazioni lontane nel tempo, le influenze techno sono più recenti. Il nostro suono sviluppa e concentra il new soul, il synth pop e il math rock.»

Atypical è il vostro album, appena uscito. In cosa si differenzia dal precedente EP South(2017)?

«Southè un lavoro molto diverso, in principio non doveva essere nemmeno un EP, non era nato con quella idea. Atypicalha un tratto sicuramente più pop, un’anima in cui ci riconosciamo di più, senza tralasciare l’interesse per i suoni che avevamo sperimentato in precedenza. Il disco si divide in due parti: la prima che comprende pezzi cantati e la seconda che può richiamare l’ambient di South

Come è nato il duo?

«Conosco Claudio da molto tempo e da quasi una decina d’anni suoniamo insieme; iniziammo a collaborare perché Oscar Cini, membro dei Lies, e io cercavamo un chitarrista per un gruppo post rock. Da quel momento abbiamo scoperto nuova musica insieme, ci siamo confrontati e da sempre c’è stata una buona una sinergia tra di noi. Anche per questo motivo Golfersnasce con estrema naturalezza: siamo cresciuti con la stessa gamma di esperienze, sperimentando nuovi strumenti da quelli di partenza per entrambi, è stato il risultato di chiudersi in studio per giorni e suonare, registrare, mandare tutto all’aria e poi ricominciare.»

Anche la vostra immagine, tra la grafica del disco e l’esecuzione del vivo, ha un peso notevole.

«L’arte figurativa e la parte estetica sono molto importanti anche nei nostri live; vogliamo che il nostro concerto che non si riduca semplicemente all’immagine di due ragazzi dietro una consolle. Curiamo proiezioni, luci. Anche il video “Good reason”, realizzato presso la Fondazione Made in Cloister (ex-Chiostro della Chiesa di S. Caterina a Formiello di Napoli), rende l’idea del nostro stile e del nostro approccio all’arte, sia contemporanea che passata.  Il nostro staff/agenzia di comunicazione conosceva i responsabili, e non appena è arrivata la proposta abbiamo accettato volentieri di girare il video, anche perché l’ex – Chiostro è un posto che ci è sempre piaciuto molto.»

Non amate circoscrivere e definire Golfers in un unico genere musicale, ma qual è il vostro rapporto con la scena elettronica in Italia?

«In realtà la scena elettronica nel nostro paese è molto eterogenea, difficile intercettare dei progetti a noi paralleli: è estremamente raro; quindi la maggior parte delle volte, sia inseriti in contesti che non ci appartengono completamente. Facciamo parte di una scena che funziona molto meglio all’estero.»

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