Angela Vecchione

Antonio, Giuliana, Domenico, Salvatore, Rosa, sono i nomi di alcuni dei personaggi che animano le pagine di “La Piazza” il primo romanzo di Angela Vecchione da pochi giorni in libreria, edito da Robin Edizioni nella collana Le Giraffe.

Angela Vecchione

Esperta del teatro di Harold Pinter, docente di inglese e spagnolo a Torino, Angela Vecchione ha vissuto anche a Roma, San Francisco, Doha e Milano; fa parte della redazione della rivista exlibris20, fondata da Lea Iandiorio ormai oltre vent’anni fa.

Angela, “La Piazza” di cui parli nel romanzo si trova a Napoli, tu però hai vissuto in tante città diverse, da Roma a San Francisco, da Milano a Doha fino a Torino dove vivi ora. Ripensando alle piazze di questi luoghi ci sono più analogie o differenze? Cosa ha di unico La Piazza?

“Ho vissuto in qualche città e di piazze ne ho viste, è vero. Trovo l’agorà sempre un’espressione dell’identità di un luogo. Ci sono piazze di incontro, di scontro, simbolo di magnificenza e di rivolta. Di espressione di pensiero. Piazza Garibaldi è però unica. Lo è in quanto incarnazione di una città che nel bene e nel male sa essere irripetibile. La piazza che ho vissuto io è quella che tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila era calata ancora in dinamiche tutte sue, prima degli interventi massicci di riqualificazione che hanno portato ad una nuova metropolitana, ad una stazione tutta rinnovata. I personaggi picareschi che la popolavano di giorno e notte dandole delle caratteristiche di universalità, il bene assoluto e il male assoluto, mi sono scorsi davanti agli occhi per anni, tutti i giorni, tutto il giorno. Gli occupanti del vagone che giaceva sul binario morto di cui parlo nel libro c’erano, erano reali. Come erano reali i tossicodipendenti che vivevano ai margini, che compivano piccoli reati per arrivare ad avere i soldi necessari a comprare una dose di eroina. I venditori abusivi, i truffatori stabili, ognuno aveva il suo posto. Nell’illecito molto spesso, ma ognuno occupava una postazione stabile che serviva a definire l’identità di quell’individuo”.

Nel romanzo si intersecano tante storie diverse. I tuoi personaggi nascono da ricordi autobiografici o sono archetipi che si sono presentati alla tua penna. O sono entrambe le cose? 

“Alcuni di loro sono frutto della mia immaginazione per esigenze narrative, altri invece devono la loro connotazione a persone reali, incontrate anni fa. Ad esempio Tonino e Vincenzo, entrambi eroinomani, che nell’accudimento avevano ricreato una specie di famiglia, sono davvero esistiti. Tonino, originario del rione Sanità, si prendeva cura di Vincenzo, paralizzato dalla vita in giù. Trascorrevano le loro giornate vivendo di espedienti, raccoglievano i soldi facendo quella che per loro era la colletta, non elemosina perché quella la chiedevano gli straccioni, puntualizzavano. Per loro quell’atto di chiedere era invece finalizzato all’acquisto di qualcosa, un risultato tangibile che nel loro caso era la droga: lo sforzo richiesto alla collettività con la quale si relazionavano aveva un obiettivo. Anche Rosa, la protagonista, è in qualche modo frutto di un incontro. Aveva vent’anni, era una mia coetanea, e ogni venerdì proprio come il personaggio del romanzo andava a trovare il marito al carcere di Ariano. Io all’epoca lavoravo nella biglietteria dei pullman, una struttura prefabbricata, due metri per due dalla quale vedevo scorrere queste storie. Rosa, la chiamo così anche se il suo nome era diverso, veniva la mattina presto ed era l’unica che facevo entrare. Non si poteva far entrare nessuno in quella piccola agenzia ma io con lei lo facevo lo stesso, c’era un rapporto di fiducia. Si sedeva accanto a me e tra un biglietto e l’altro chiacchieravamo. Lei mi raccontava come aveva abortito al quinto mese di gravidanza per un calcio del marito, come la sua giovinezza era appassita così presto per affiancarsi ad un uomo violento, duro, volgare. Anche lui, come il marito di Rosa nella finzione, era in carcere per rapina a mano armata e concorso in omicidio. Un uomo che qualsiasi donna avrebbe scacciato, ma lei era lì. Puntuale e fedele nel compimento di quell’obbligo irrinunciabile del venerdì perché, sebbene sbagliato, quello era pur sempre suo marito e in nessun modo avrebbe potuto cancellare quello stato di fatto. La sua società non avrebbe perdonato tradimenti di alcun tipo.  In quel periodo pensavo che io e Rosa eravamo figlie della stessa terra, che a me aveva però dato una famiglia perbene, la possibilità di studiare, il riparo e l’amore. Ma se fossi nata qualche chilometro più in là, verso il paese vesuviano che ha dato i natali alla mia vecchia amica, nel suo contesto sociale, mi sarei forse ritrovata al posto suo. Chi può dirlo? Mi piace immaginare che la mia Rosa, il personaggio, calata in una relazione scomoda con un agente dell’antiscippo di cui si innamora, riscatti la Rosa vera, in una specie di universo parallelo nel quale la ragazza di allora avrebbe potuto scegliere una seconda opportunità. Un’altra vita”.

“La Piazza” è anche un metaforico palcoscenico, tu hai studiato il teatro di Harold Pinter, c’è qualche spunto teatrale nella tua scrittura? 

“Pinter mi ha insegnato a lavorare bene sui dialoghi, a non banalizzarli. Anche se qui siamo molto lontani dal suo teatro, dal no sense che negli anni Cinquanta dettava le regole con le quali venivano concepiti i drammi teatrali inglesi di quella corrente definita teatro dell’assurdo. Beckett docet. Scene surreali nelle quali angoscia e solitudine emergevano proprio attraverso la difficoltà di comunicare. La piazza non gode di quelle caratteristiche, quello che viene qui rappresentato è la coralità di un dramma sociale, ma di quelle atmosfere prende in prestito l’imprevedibilità nei dialoghi, le interazioni nelle quali si sottintende un altro livello di lettura e di intenzione. Studiare per anni le commedie di Pinter, decidendo di scriverci una tesi di laurea per soffermarmi proprio sul ruolo della donna nel suo teatro, mi ha influenzata a più livelli, sia nel linguaggio che nella parte assunta dalla donna sul palcoscenico della vita. Dai personaggi in generale. Ho cercato di fare mia una sua lezione fondamentale quando si concepisce una storia: dei personaggi non si può sapere tutto prima, non puoi muoverli come fossero marionette. Né nel linguaggio, né nelle azioni. Li metti in scena e poi loro si muovono autonomamente. Devi rispettarli, far fare loro le proprie scelte, che non sempre coincidono con le tue. Per me è stato così”.

Si può definire “La Piazza” anche un utero urbanistico, con le sue pause e le sue vie di fuga, cos’è per te e per i tuoi personaggi il riscatto o la sconfitta? Il riscatto nasce dalla permanenza o dalla fuga verso il cambiamento? La sconfitta è invece frutto del lasciarsi cambiare dall’ambiente senza avere il coraggio di sfidare la realtà e cambiare?

“L’utero urbanistico è una definizione che mi piace molto. I miei personaggi sono figli della strada, di storie disgraziate che non si chiudono in condanne eterne, né in permanenti redenzioni. Il buono e il cattivo sono presenti in tutti, l’assoluto non trova spazio nelle loro sfaccettature, come non lo trova in nessuno di noi. Ogni storia necessita di un cambiamento, se un personaggio non avverte questa sensazione di trovarsi in un territorio scomodo non si innesca in lui la miccia che determina l’azione, l’urgenza di fare delle scelte. Si muovono tutti, nel bene e nel male. Anche i personaggi che sembrano immobili e ancorati alle loro fisionomie caratteriali, alla fine si rendono conto di essere cresciuti, mutati, trasformati. La sconfitta è quella di subire sempre gli eventi, senza tentare di affrancarsi dalla roulette russa della nascita. Quella che non puoi scegliere”.

L’importanza della figura femminile nel tuo romanzo è notevole, a tuo avviso quale funzione hanno nell’economia del mondo? Chi è Rosa, che donna è?

“Rosa è l’universo femminile. È moglie, mamma, amante, amica, sorella, figlia. Subisce le scelte di un mondo tutto al maschile per anni, un mondo che protegge le donne e le tiene sottochiave; che le umilia e le tratta come oggetti. Appartenenze. Rosa sceglierà di non appartenere e il suo coraggio si manifesta in tutti i modi nei quali ciò possa avvenire. Ma non c’è solo Rosa, c’è sua madre che vive attraverso i ricordi dei suoi figli, e che quello spirito di ribellione forse non lo ha avuto fino in fondo. C’è Giuliana, sorella minore di Rosa, personaggio verso il quale nutro un profondo rispetto. Se un’aurea di candore aleggia in questa storia non può che essere attribuita a lei. Giuliana fedele, salvifica, il porto sicuro e la terra di approdo dei naufragi emotivi della maggiore Rosa. Giuliana che vive una storia d’amore con una donna perché per lei solo le donne sono in grado di dare conforto e nutrimento. E poi c’è donna Assunta, la suocera di Rosa, la roccia dei quartieri, donna dall’espressione monolitica da cui tanto ha ereditato suo figlio. Nella sua durezza e nelle sue scelte apparentemente così contraddittorie si scoprirà un vissuto emotivo doloroso, che non può essere messo da parte”.

Durante il lockdown e ora in fase di seconda ondata, le piazze si sono svuotate e sono state sostituite dai loro surrogati digitali, i social e le videochiamate, quali pensi che saranno gli strascichi di questo cambiamento? Torneremo indietro a combattere la solitudine e il disagio con il contatto umano?

“Credo che alla fine di questo periodo ci sarà una voglia incontenibile di tornare a stare insieme, abbracciarci, tenderci le mani. Sicuramente le generazioni degli adolescenti che forse più di tutti stanno vivendo questo tempo inedito pagandone lo scotto in termini di socialità si porteranno dietro straniamento e, nei casi più gravi, inadeguatezza. Bisognerà lavorarci. Ma a mio avviso quando la situazione potrà davvero dirsi risolta, e ci vorrà ancora molto, ci sarà una generale euforia che coinvolgerà tutti. Io confido molto nelle potenzialità degli esseri umani, nella loro capacità di attingere a risorse che neanche sanno di avere fino a quando non si sperimentano difficoltà nuove. I ragazzi sono quelli che all’inizio sono stati più ligi nell’osservanza delle regole, del distanziamento. Ora, come era prevedibile, sono piuttosto stanchi nel subire queste decisioni di ulteriore sacrificio, ripetuto contenimento. Hanno voglia di tornare a scuola, rivedersi, riaffollare le loro piazze. Credo che siamo naturalmente portati per stare insieme e, anche se questa fisicità è ultimamente declinata in una dimensione meno reale, non smetteremo di cercarci”.

Quando torni ad Avellino, qual è la tua piazza e perché? Come vedi la città adesso?

“Inizio dall’ultima domanda. Come vedo la città. In onestà noto un certo decadimento, e questo mi addolora. Senza polemica e senza prendere posizioni politiche, ho notato ultimamente che risorse economiche sono state utilizzate per regalare ai cittadini dei palliativi soporiferi (come improbabili luminarie e false ricostruzioni storiche) pensate per chetare gli animi. Polvere negli occhi abbastanza effimera. Viviamo in una realtà di eterne opere incompiute, penso al tunnel, all’autostazione. Finanche sul mercato, verace incarnazione dello spirito avellinese, è calato un triste sipario. Noto negli ultimi anni più sporcizia, disordine, ai miei figli salta subito all’occhio l’inevitabile cumulo di monnezza in ogni dove quando torniamo giù, e noi non viviamo in Svizzera, ma “solo” a Torino. Da un lato c’è questo. Dall’altro iniziative private lodevoli, voglia di riscatto appunto. Penso all’associazione Ebbridilibri, capitanata dall’eroica Marina Siniscalchi che ha portato i suoi Incantautori in Città lo scorso anno e lo avrebbe fatto anche quest’anno se non fossimo stati chiusi dalla pandemia. Ma si sta lavorando attivamente alla nuova edizione e a tutti gli eventi che l’anticiperanno. Penso alle rassegne cinematografiche dello Zia Lidia Social Club, che grazie all’instancabile Michela Mancuso hanno regalato in passato proiezioni in grado di coinvolgere un pubblico adulto, giovane e giovanissimo. Ci sono tante menti attive e piazze di incontro da far rivivere. E qui chiudo con la tua prima domanda. Le piazze avellinesi si sono ridisegnate rispetto a quando ero una ragazzina, i pullman non transitano più, nel caso di piazza Libertà non è più possibile utilizzarla (per fortuna) come rotonda per instancabili giri nelle pigre serate di provincia. Come il tribunale, piazza Macello, quando si passava alla ricerca dell’amore di turno, in orde di comitive chiassose e allegre. Eravamo stormi di ragazzi sui nostri motorini, sugli scooter. Molto è cambiato da allora, da quella dimensione storica, l’ultima, che poneva ancora al centro delle relazioni umane la fisicità. L’attenzione era diretta agli occhi e non ad una fonte luminosa artificiale. Ma anche se la fisionomia di una città si trasforma ridisegnando il suo spazio urbano, anche se i tempi cambiano e le generazioni mutano la loro epidermide sentimentale, è possibile costruire ricordi, esperienze e vissuti emotivi su altre strade. E in altre piazze”.

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