Nel nostro viaggio nell’introduzione dell’economia circolare in Irpina è la volta di incontrare Giuseppe Pavarese, 46 anni, avellinese, “Dottore di ricerca in biologia ed ecologia del Mediterraneo” nonché direttore tecnico di un riconosciuto laboratorio ambientale ed enologico che si occupa in particolare  di sistemi analitici e di gestione di sistemi di qualità delle acque, delle risorse degli habitat e agro-alimentari. Il suo impegno professionale è rivolto a ottimizzare i risultati innovativi della ricerca al fine di tutelare e valorizzare i prodotti del settore secondario dei nostri territori.  E’ apprezzato per le sue straordinarie qualità divulgative di naturalista che offrono alle sue esposizioni sempre una forte e accattivante impronta culturale.

La circolarità nella musica è la ridondanza dell’armonia dei suoni, nella cultura religiosa è l’eterno trapasso, nei principi della fisica è l’equilibrio perfetto del tempo e dello spazio, nella filosofia è il perenne  ritorno. Per uno che pensa in modo naturalistico  che cos’è la circolarità?

Semplicemente, la “circolarità” rappresenta l’essenza stessa dei fenomeni naturali ed in particolare di quelli biologici. Non si può pensare al mondo naturale come un carosello di specie. E’ invece indispensabile interpretarlo come una rete di relazioni che risultano ben più importanti degli elementi che esse connettono. Proprio comprendendo questa rete nella sua natura dinamica, capiamo il significato vero del termine ecologia come scienza che descrive le relazioni. La circolarità delle risorse si manifesta nella solidità e nella resilienza di queste relazioni di scambio tra specie animali (noi inclusi), vegetali, microbiche e le peculiari caratteristiche geologiche e meteorologiche offerte da un territorio. Possiamo pensare alla circolarità come a una lancetta che indica quanto bene giri un motore, in cui ogni parte è in equilibrio con le altre ma in modo sempre dinamico. Laddove la circolarità degli scambi venga compromessa, le relazioni si indeboliscono e si perdono alla fine isolando gli organismi e compromettendone il benessere in senso lato. Ovviamente questo vale anche per l’uomo, tra i vari organismi. Appropriarci di concetti di circolarità, condivisione, relazione, è uno dei cardini fondamentali per ogni concreta ed efficace politica “green”. Ogni altro approccio sarebbe semplicemente, passatemi il termine, “contro natura” e pertanto di dubbia efficacia.

Nel giro di qualche decennio i fenomeni di degenerazione dell’utilizzo delle risorse naturali e umane hanno portato l’umanità a prendere coscienza, in qualche modo, della necessità di ripensare il modello di sviluppo dominante fondato sul consumo continuo e sulla conseguente produzione di eccedenze e di scarti. Un meccanismo voluto,  che è andato in direzione opposta a quello naturale del nostro ecosistema, che ha realizzato scientemente  una scelta di campo temporale perché si pensasse all’esistente e non al futuro. Come è potuto accadere che abbia vinto questa idea della cosiddetta linearità e non quella della preservazione?

Direi che mi sta chiedendo come mai il padrone potente riesca a sottrarre risorse a chi ne ha già poche… Personalmente ritengo che la “linearità” non abbia vinto,essendosi dimostrata oggigiorno un modello che non garantisce uno sviluppo equo per tutti. Inoltre, poiché sottrae al sistema molto più di quanto restituisca, l’approccio “lineare” è intrinsecamente destinato a fallire, pur consentendo intanto il drenaggio di enormi risorse nelle disponibilità dirette di pochi. Cosa che appare l’unico obiettivo plausibile di politiche del genere.  Purtroppo però, sono abbastanza sicuro che anche le politiche di “preservazione” abbiano perduto una battaglia importante. Credo questo perché, con poca lungimiranza, si è cercato di “preservare” luoghi, oggetti naturali e risorse, senza capire bene in quali relazioni questi oggetti siano interconnessi, e soprattutto senza tutelare e costruire legami di mutuo scambio tra quei beni ambientali e l’uomo, inteso spesso come popolazioni locali. In questo modo, negli spazi d’azione lasciati vuoti dalla mancanza di relazioni solide, si insinuano facilmente meccanismi di sfruttamento unidirezionale del bene ambientale. I legami dinamici tra tutti gli attori di un territorio costituiscono il vero baluardo alla difesa dei beni ambientali e delle identità locali.

La visione del mondo vincente è antropocentrica, per cui capovolge il paradigma della relazione tra uomo, esseri viventi e natura. Per tentare di riscrivere questo parametro come dobbiamo imparare a leggere e a tradurre il nostro habitat naturale e perché è importante che questo avvenga?

Dobbiamo pensare e pensarci in modo “circolare”, come è il mondo naturale, ma stando attenti a non fare solo girotondi per strada. E’ necessario dedicare studio e attenzione ai fenomeni naturali che ci circondano, per capire in che modo interagiamo con essi. Così potremmo introiettare una visione della realtà basata sulle reti di relazioni, che continuamente si scambiano risorse e delle quali noi siamo un nodo. Ognuno di noi è parte di un sistema sempre in cambiamento e in questo, il nostro futuro dipende dal futuro di tutto il sistema di relazioni di cui abbiamo bisogno. Questo è pregnante, sia su scala umanistica che al livello più tecnico degli interventi progettuali e gestionali necessari. Solo così, la nostra stessa percezione dell’ambiente verrebbe modificata, suggerendo scelte di vita e di gestione ecologica naturalmente efficaci. I più recalcitranti all’idea potrebbero mantenere un approccio antropocentrico, a patto però di ammettere che ogni scelta che deturpa “la natura”, in realtà deturpa soltanto noi stessi e che ogni momento di fruizione dei beni ambientali deve corrispondere ad una restituzione immediata di risorse all’ambiente stesso. In questa direzione, bisogna sottolineare che l’approccio alla preservazione delle risorse naturali è sicuramente un primo modo di tutelare l’ambiente, ma se ci si ferma al bene in sé, senza capirne il ruolo in un contesto sistemico, si finisce col limitarne le relazioni entro confini artificiosi. E si alzano muri mentali tra l’uomo e la natura:due entità che in realtà non andrebbero distinte nella nostra percezione. E come abbiamo visto, questo atteggiamento, pur meritevole nei fini e nell’etica che lo sostiene, può tradursi spesso in un impoverimento del valore intrinseco del bene ambientale, la cui tutela diviene così più difficile.

Oggi sembra che sia in atto una catarsi di falsa coscienza collettiva ambientalista per redimerci da quello che è stato realizzato fino ad oggi in termini di sostenibilità. Tutti si dicono ecologisti,  il “New deal” dell’Unione Europea è “Green”, il nostro Paese ha da poco istituito un Ministero che si occupa addirittura della transizione ambientale. Stando così le cose non dovremmo più temere sulla direzione di marcia verso un futuro verde ma in tutto questo unanimismo qualcosa non torna se poi i boschi continuano a essere bruciati, i territori del Sud a sbriciolarsi, i rifiuti a essere prodotti sempre più in quantità industriali, i fiumi a essere inquinati, le città ad avere indici intollerabili di polveri sottili. Come si ragiona di fronte a questa incontestabile contraddizione che non ci porta a una reale circolarità del sistema ?

E’ assolutamente auspicabile, secondo me, che gli enti governativi nazionali ed internazionali si facciano carico di un rilancio fattivo di politiche di valorizzazione dei beni ambientali. E il mio approccio naturalistico mi rende un ottimista del medio periodo, nonostante il panorama preoccupante che le ha richiamato. Ma per trovare il bandolo e cercare di districare questa matassa ingarbugliata, devo di nuovo chiamare in causa le relazioni: è infatti indispensabile una pianificazione coordinata degli interventi, tra i territori e gli enti governativi. E’ indispensabile un clima che permetta la creazione di canali di comunicazione solidi e di scambi frequenti tra le parti, cercando di innescare quella circolarità virtuosa di cui l’ambiente è nostro maestro. La natura stessa delle risorse ambientali del nostro Paese è così variegata da richiedere soprattutto interventi mirati e diversificati. Ed è, a mio avviso, una fortuna più che un onere. Qualunque sia il nome che vogliamo dare a questo cambiamento, esso deve sostanziarsi prima di tutto in linee di indirizzo univoche generali di respiro europeo, e contestualmente in specifiche declinazioni locali nelle forme di progetti con obiettivi ben precisi. E’ una ricetta che si comincia a bisbigliare ormai, ma realistici progetti lungimiranti non mi sembra siano ancora stati proposti.

L’Irpinia è nel pieno di questa contraddizione sospesa tra un passato che non ha dato i risultati sperati e un futuro che non sembra, almeno al momento, assicurarne di migliori . Eppure la nostra provincia è una terra vocata per sua genesi e conformazione alla “naturalezza”  che dovrebbe essere maggiormente predisposta a sperimentare innovazioni in direzione di uno sviluppo ecosostenibile, soprattutto nel ricco e pregiato settore primario. Come potrebbero essere introdotti, a suo avviso, elementi di reale discontinuità in questo senso e quale dovrebbe essere il ruolo degli attori protagonisti del territorio: istituzioni territoriali, soggetti economici, forze associative e comunità locali?

La mia opinione è che sia indispensabile adottare un approccio attivo alla conservazione, mirato alla conoscenza e alla gestione sensata; ed esteso, in modi diversi e specifici, a tutte le parti del sistema. Per questo, serve costruire una classe civile che possa primariamente provare orgoglio per le risorse del suo territorio, senza eccessi ecologisti, ma attraverso una formazione basata su consapevolezze culturali e scientifiche da alimentare, estendere ulteriormente, ed anche vendere in un contesto di turismo rispettoso. Personalmente sogno un’Irpinia fra trent’anni popolata di gente comune che guardi alle nostre montagne con orgoglio e riconoscenza, immaginando con emozione l’acqua correre dentro di esse in milioni di rivoli sotterranei, tra caverne e fenditure della roccia, per prorompere in superficie e consentire la sopravvivenza nostra e di gran parte delle popolazioni del meridione. Mi rendo conto che è una visione estrema, ma questa interdipendenza tra noi e le nostre complesse montagne corre letteralmente sotto i nostri piedi. Ed è una realtà oggi ignorata dai più. Solo un esempio tra mille delle risorse su cui costruire un bagaglio di conoscenze condivise da tutta la popolazione di un dato territorio, con cui innescare meccanismi produttivi, che aprano la via alla realizzazione personale e collettiva.

Raggiungere la consapevolezza di poterci riuscire significa dotarci di una percezione spontanea più vicina alle vere relazioni che ci interallacciano all’ambiente di cui siamo parte. Allora, il resto, le politiche, sarebbero solo conseguenze ovvie di questo sentire comune. Come si intenda puntare a simili obiettivi nel trend “green” mondiale sembraperò tutto ancora da decidere. Tutte le parti ufficialmente e privatamente coinvolte in questo trend di cambiamento, pur mantenendo specifiche competenze, potrebbero coordinarsi su un progetto di ampio respiro mirato alla consapevolezza naturalistica. Immaginare di formare i nostri giovani alla conoscenza della natura significherebbe promuovere programmi di integrazione didattica, basati su esperienze in campo per gli allievi di tutte le scuole. Potrebbe essere un buon punto di partenza. Perché è proprio di una nuova cultura che stiamo parlando. E lo strumento migliore alla nostra portata è l’eco internazionale del pregio delle nostre produzioni locali. In questo modo le esigenze plurali di identità e di appartenenza riuscirebbero facilmente a soffocare l’emergere di approcci “troppo lineari” alla gestione del bene ecologico, e la battaglia sarebbe vinta. Ovviamente, questa battaglia si vince a scuola. Invece le politiche di gestione ecologica basate su studio, tutela e promozione delle relazioni intrinseche di un ecosistema, includendo in esso soprattutto le popolazioni umane con le loro dinamiche, sono sempre vincenti.

Questo percorso alla scoperta dell’economia circolare in Irpinia è  promosso dalla testata “Il Ciriaco” con il “patrocinio”  del G.A.L. “Partenio” il quale sta sperimentando un progetto pilota che mira a introdurre tale innovazione sistemica nell’ areale del “Greco di Tufo” attraverso il coinvolgimento del tessuto produttivo vitivinicolo. Un’operazione culturale prima che istituzionale questa perché ci si orienti per la costruzione di una rete di azioni ottimali, che costituisca, cioè, quella necessaria massa critica per fare realmente “territorio”. L’innovazione, non solo in termini di tecnica e di ricerca ma anche di approccio mentale,  che ruolo potrebbe  giocare come leva di cambiamento in queste realtà storicamente votate alla conservazione?

Il settore vitivinicolo in Irpinia è il principale palcoscenico del cambiamento auspicato. Possiede potenzialità di innovazione enormi ed un inestimabile tesoro di competenze umane, che lo rendono il contesto ideale per la costituzione di reti di relazioni dinamiche. Inoltre, non ultimo, fornisce un prodotto che il mercato estero premia con aumenti di fatturato consistenti in un trend ormai consolidato, che per fortuna non sembra influenzato drammaticamente dalle restrizioni imposte nell’ultimo anno, come avviene per molti altri settori. Da dieci anni almeno, il mio lavoro mi mette in contatto con questa realtà nelle sue diverse espressioni. Tanti vini, tante personalità umane, tanta variabilità nel territorio, ma tutti soli. Ognuno a combattere la “propria battaglia”, i produttori lamentano spesso di una mancanza di promozione dei loro prodotti che sia coordinata tra i vari attori. Più di tutto emerge, soprattutto nelle nuove generazioni, la volontà di distinguersi, che a mio avviso è espressione della solitudine dell’imprenditore. Questa energia è enorme: per l’Aglianico ad esempio, ognuno ricerca la migliore espressione con cui raccontare il proprio legame con la terra, la vite e le proprie origini. Sono storie sempre affascinanti e spesso avvincenti, che sono parte integrante del valore aggiunto dei nostri prodotti. Dovremmo raccontarlo. E prima ancora raccontarcelo. Ma ci vuole un direttore d’orchestra per permettere ad ogni voce di raccontare il suo pezzo di storia. Solo così l’Irpinia può esprimersi con la potenza di una sinfonia, attraendo interessi, tutele, investitori. Oggigiorno questo racconto collettivo di “chi siamo e in cosa crediamo” non può fare a meno delle reti di telecomunicazione. E le applicazioni sono praticamente infinite. Da quelle tecniche, per conoscere analiticamente le caratteristiche dei nostri processi produttivi, soprattutto in ambito agricolo, a quelle che ci permettono di condividere le esperienze soggettive di fruizione di un certo territorio, si tratta di una enorme mole di dati che è già disponibile e continua ad incrementare. Il problema è, come ben sappiamo, leggere e usare opportunamente questi dati. Ma anche in questo caso la tecnologia offre possibilità di analisi che permettono scelte gestionali rapide, efficaci ed economicamente vantaggiose. Di nuovo emerge la necessità di costruire e moltiplicare un modello di sviluppo relazionale: in quest’ottica l’approccio del GAL “Partenio” è perfettamente adatto alla missione. Perché di una missione si tratta. E come in una missione, solo quando si coinvolgono le persone nel loro stile di vita e nel loro sentire collettivo, si potrà dire di avercela fatta. Quindi massima attenzione alle loro esigenze: una relazione solida deve basarsi su un vantaggio reciproco, altrimenti è “lineare”… Il punto centrale rimane condividere le esperienze. E’ così che si genera attrazione. Ed è facile in fondo: è nostro istinto atavico quello di raccontare ciò che abbiamo visto e ciò che ci è stato raccontato. I social vivono di questo e di null’altro. Di nuovo dobbiamo far leva sulle risorse naturali: questa volta riferendoci però a quelle dentro di noi. La ringrazio per questa opportunità e le lascio qualche ultima parola per esemplificare una circolarità virtuosa: Curiosità, conoscenza, uso consapevole, condivisione, miglioramento dei processi, novità, curiosità.

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