La polemica e la replica, il pianto greco e la beffa, le difese e gli abbracci, e volemose bene. In meno di ventiquattro ore sembra si sia esaurito tutto l’iter social della discussione su Morgan e Irpinia Mood – Food Festival per la gestione del concerto in Corso Vittorio Emanuele. Molto, troppo rumore per nulla, perché al netto delle “accuse e scuse”, dei commenti al vetriolo e della noia, quello che resta è la mediocrità di un’esibizione imbarazzante. Televisione pura, avrebbe sentenziato Kevin Kline di In & Out, e probabilmente la risposta di Morgan all’invettiva si sarebbe limitata, come quella di Tom Selleck, ad un estasiato: grazie. Così più che di setlist e omaggi a grandi artisti del passato, occorreparlare di zapping e dei vari format per programma che Marco Castoldi ha alternato nelle due ore sul palco: il dramma dello sfratto in cui il compositore spazia tra l’esaltazione del suo genio – “A chi mi critica rispondo: sono sul palco da più di trent’anni”- e le lacrime da Barbara D’Urso – “La vita è una merda, come dice Leopardi” – , il francescanesimo e la falsa umiltà del “musicista contadino”, lanciandosi in voli pindarici tra frutti e canzoni, alberi e album degni di Linea Verde, per finire con delle tristi repliche di Benny Hill in cui il tecnico del palco e l’artista rincorrono fogli con testi di canzoni a colpi di scotch e folate di vento. E intorno è tutto un passaggio di pizze fritte, piatti di pasta e panini con hamburger; – “Feste di piazza, le carte colorate, gli sguardi sempre ben disposti a dolci ed aranciate” canterebbe Bennato – la gente mangia e beve tranquilla, non appare infastidita neanche dalle canzoni che, ogni tanto, interrompono il monologo da status di facebook del fondatore dei Bluvertigo. Peccato, perché nonostante tutto, tra le persone accorse al richiamo del nome, ce ne sono anche alcune disposte solo ad ascoltare il concerto; esibizione che si apre con la chitarra imbracciata per le lontanissime Cieli Neri e Iodio. La voce è rauca, le stecche numerose, gli accordi imprecisi. E’colpa del plettro, è colpa del vento, poi è la volta della miopia; di fronte ai frequenti vuoti dei testi, invece, è il turno di “ho una pessima memoria”- ci saranno altre occasioni per approfondire il concetto di responsabilità- e tutto questo non ha la minima importanza: il pubblico non solo “applaude nervosamente per mascherare un po’di delusione”, ma scatta foto, gira le proprie dirette facebook – del resto quale altro motivo c’è per andare a un concerto? – e canta a squarciagola Your Song di Elton John, Imagine di John Lennon, Bohemian Rhapsody dei Queen e Space Oddity di David Bowie, mentre Morgan sfoggia un gramelot, quasi da scuola di Gigi Proietti, in una dimensione surreale a metà tra karaoke e falò sulla spiaggia. Nel finale si trova il tempo per omaggiare Carosone, Modugno e Umberto Bindi, creando un’ulteriore occasione non richiesta per mettere in collegamento il genio e l’isolamento di quest’ultimo con la sventura e la povertà di chi sta sul palco. L’ultima forma di complicità con gli spettatori sarebbe stata offrire la visione dell’estratto conto. Sarà per la prossima volta.

“Restano sparse disordinatamente i vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente.”

La folla si disperde, ognuno per sé. Resta lo sconforto che non ci sia più un limite, un confine netto tra la vita in diretta e la vicenda personale, l’intrattenimento e la cronaca, la spettacolarizzazione e lo spettacolo, ma tutto mischiato, in una lingua universale dai social network ai giornali, dai bar al parlamento, dal pubblico al privato che urla sempre più forte: guardami, sono qui.

1 commento

  1. non è in sé, in modo perentorio.
    l’artista vale, eccome; ha estro, ingegno, non è un brocco, ma questo modo di comportarsi è giustificato solo da una condizione psicologica non lucida. punto.
    poi, c’è la miccia.

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