A cura di Leonardo Festa, docente di Storia e Filosofia.

“Parole dalla Quarantena”, appena uscito per Diogene Edizioni, è un testo che nasce dalla necessità di esorcizzare, attraverso la scrittura, il lungo periodo di clausura che abbiamo vissuto. Si tratta quindi di un instant book: ci sarà tempo e modo per storicizzare e interpretare l’esperienza collettiva globale che abbiamo vissuto in questi mesi, ma solo in questo momento possiamo provare a fotografare gli effetti provocati in ognuno di noi. Come per il Boezio della Consolatio, il pensiero giunge in soccorso per superare i limiti della segregazione e la scrittura diventa terapia per descrivere e comprendere un disagio inedito.
Annunziata ci fa entrare con questo libro nel suo rifugio anti-covid: nella sua nuova quotidianità, a fare compagnia sono l’amorevole moglie Rosa, il gatto dei vicini che viene a far visita dal balcone, e poi i libri, soprattutto le letture filosofiche (L’Etica nicomachea di Aristotele, Concetti fondamentali della Metafisica di Heidegger, Il gioco del silenzio di Sini), i gialli, e i classici (su tutti, L’uomo senza qualità di Musil).

Si tratta, per ammissione stessa dell’autore, di letture importanti del passato, ma che si avverte la necessità di ripensare in un momento di sospensione incerto, che segna uno spartiacque evidente tra un prima e un poi.

La quarantena si definisce quindi non tanto come occasione, ma quanto come condizione per una operazione ermeneutica ambiziosa, in cui a esser messa in discussione è innanzitutto la capacità stessa delle parole di trattenere pensieri. Afferma infatti Annunziata: «Il luogo in cui accade il pensiero è altro dalle parole: incomunicabile, fluido, ardente. Continuo a ritenere che un luogo simile non possa esistere. O meglio: sono le parole stesse a porre un dove immunizzato dal loro potere, un elemento inattaccabile dal significato linguistico. Nel momento stesso in cui dico o scrivo: c’è un elemento che è più incomunicabile, più fluido, più ardente delle parole, immediatamente lo trascino nel linguaggio, non foss’altro che per indicarlo e individuarlo mi servo delle parole»

Il lockdown ha definito nuove abitudini, nuove paure, e anche un nuovo linguaggio. Il discorso pubblico si è caricato di riferimenti e metafore del contesto bellico, scelta questa non esente però da rischi, perché, come ricorda Ricoeur, le metafore servono per descrivere una nuova realtà, ma al tempo stesso finiscono anche per crearne una nuova. Serve allora superare la retorica del nemico immaginando «un linguaggio della polis che assuma su di sé il rischio che stiamo vivendo. Un linguaggio parsimonioso che miri a sottrarre piuttosto che aggiungere parole inutili».

Una società presa in ostaggio da un virus mostra un lato inedito del mondo globalizzato: il progresso non è affatto un processo inarrestabile. Secondo Annunziata, «nell’orizzonte dischiuso dal mondo di ieri, un orizzonte che la tecnica aveva dilatato a dismisura, il virus non era previsto. Il che sta a significare: nel mondo di ieri a mancare era la possibilità della sua distruzione». Il covid ha sospeso la condizione prima del villaggio globale: la possibilità di muoversi. Del resto, «è ciò che sta fermo, immobile, impassibile da sempre ci spaventa. Fuggiamo la vista del cadavere perché è senza vita. Ed è senza vita perché non si muove».

È anche lo statuto epistemologico della scienza ad esser messo in discussione. Quella degli scienziati è infondo una comunità esattamente come tutte le altre. Il virus restituisce al metodo scientifico il suo statuto di pratica umana, e quindi fallibile. Non scopre soluzioni nascoste, ma costruisce ipotesi e previsioni che vanno di volta in volta verificate. Per questo, il cosiddetto progresso scientifico non è altro che la costante rimozione di ostacoli.

Levy in “Il virus che rende folli”, afferma che a monopolizzare l’opinione pubblica di questi mesi siano state alcune posizioni: l’idea di una lezione provvidenziale o punitiva della pandemia; l’apprezzamento del ritiro nelle proprie case, un confinamento prima noioso, poi dorato e protettivo; la messa in secondo piano, la neutralizzazione, di tutti gli altri problemi del mondo.

Viene per questo naturale chiedersi cosa ricorderemo di questa quarantena e se e come cambieremo. Probabilmente, secondo Annunziata, non ne usciremo più buoni, ma sicuramente con dei ricordi più forti, e con la consapevolezza delle debolezze che per tanto, troppo tempo abbiamo negato di avere. Ricorderemo di giorni in cui si aveva sempre qualcosa da fare ben sapendo che non si stava facendo niente. «Forse» – afferma l’autore – «ciascuno di noi si sarà ritagliato uno spazio per riflettere su quello che stava accadendo. Ma questo non è un segno di progresso della specie. È l’immediata reazione di fronte alla possibilità dell’estinzione. E dunque non ritorneremo né buoni né cattivi. E per un motivo banale: non abbiamo un posto dove ritornare».

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