“Se puoi vedere, guarda. Se puoi guardare, osserva” recita il Libro dei Consigli in esergo al romanzo di José Saramago, “Cecità”. Leggendo la cronaca nei giorni della pandemia del coronavirus, c’è l’ulteriore conferma che lo scrittore portoghese, premio Nobel per la letteratura, abbia osservato con sapienza passato e futuro, umanità e smarrimento: un’epidemia che rende ciechi, sostituendo la vista con luce bianca, episodi di violenza e crudeltà. Libro che è stato educazione sentimentalpolitica per molti, tra questi Carlo Cerciello, regista napoletano e fondatore del teatro L’Elicantropo, che nel 1999 decise di lavorare alla trasposizione teatrale del romanzo, mettendo in scena lo spettacolo “Il contagio”. Un lavoro importante per la scena del teatro sperimentale italiano, che vide José Saramago non solo spettatore di una delle sue rappresentazioni, ma attento curatore dell’adattamento.

L’Elicantropo ha iniziato il suo percorso nel 1996, in che periodo nasceva questo teatro di avanguardia e sperimentazione?

Cerciello – Saramago

«Ricordo che abbiamo deciso di inaugurare l’Elicantropo nel momento di ascesa del berlusconismo, negli anni precedenti al 1996 ci furono grandi manifestazioni contro la riforma delle pensioni organizzate dai lavoratori e dai sindacati a cui partecipai e poco dopo la caduta del governo e le nuove elezioni; per me la vera pestilenza da combattere con il teatro è stata Berlusconi, un elemento che ha sempre accomunato me e Saramago, che è stato un suo critico feroce. Contestazione che ho proseguito, dopo “Il contagio”, con altri spettacoli come “Stanza 101” del 2001, che vinse il Premio Ubu per la ricerca nel 2002.»

Come è cominciato il progetto de “Il contagio” con Saramago?

«All’epoca eravamo degli illustri sconosciuti, ma avevo dei contatti con il consolato portoghese, una vera fortuna che mi permise di superare gli agenti e contattare direttamente Saramago via fax a Lanzarote. Si dimostrò immediatamente disponibile, così con Giuseppe Rocca e Raffaele Boccalone iniziammo questa fitta corrispondenza per l’adattamento teatrale dal romanzo “Cecità”. José non ha mai interferito nelle decisioni tra le varie stesure, ma monitorava tutto il lavoro a distanza, un lavoro lungo e difficile durato un paio d’anni.»

Qual è stato il vostro primo incontro?

Cerciello – Saramago

«Quando iniziammo la riscrittura teatrale, José non aveva ancora vinto il premio Nobel per la letteratura, ma la sua presenza era richiesta ovunque, i suoi incontri erano affollatissimi, perché sapeva parlare con tutti e non solo di politica e letteratura. Trovai l’occasione di conoscerlo al Festivaletturatura di Mantova prima di cominciare l’adattamento. Andai all’appuntamento nel suo albergo, scese e parlammo nella hall. Due ore e mezzo di conversazione, un vero esame di stato: all’apparenza sembrava una persona austera, il tipico professore universitario con il quale escludi di poter avere qualsiasi tipo di legame, ma alla fine di quelle due ore scoprii una persona di grandissima umanità che negli anni della nostra conoscenza mi ha donato sempre insegnamenti preziosi. Anni dopo, incontrandoci per la presentazione di un suo libro a Napoli, mi disse “Non avrei mai potuto pensare che un comunista dopo essere stato vessato tutta la vita da una dittatura, osteggiato dal potere potesse mai vincere un Nobel”, il suo messaggio era chiaro: continuare a lottare nonostante le difficoltà. Questa frase e tutta l’esperienza che abbiamo vissuto insieme ha delineato il lavoro e l’intera produzione dell’Elicantropo.»

Durante quel primo colloquio a Mantova, avevate già la stessa idea sulla messinscena di “Cecità”?

«L’intesa tra di noi ci fu subito, mi disse di non aver voluto cedere ancora i diritti per un film – “Perché non lo fai tu?” mi propose tempo dopo “, gli altri ne faranno una questione di sangue e di sesso, tu invece hai fotografato questa umanità”-  ma di me si fidò: mi riconosceva la comprensione e l’empatia necessaria per riadattare il romanzo e curare l’allestimento. Il problema che si presentava era uno: avendo una visione più pessimista di Saramago e dovendo pensare il testo per uno spazio teatrale, volevo concentrami sulla prima parte del romanzo, quindi dall’inizio dell’epidemia fino alla quarantena dei contagiati nell’ex manicomio, ma Josè fu fermo sulle sue condizioni: “Devi sviluppare la seconda parte, perché dopo la quarantena, la fuga dei contagiati, c’è il recupero del vivere insieme e la guarigione. Ho bisogno che si doni la luce, di lasciare un messaggio positivo: io sono comunista”. Questo fu il nostro accordo e con non poche difficoltà arrivammo alla stesura del copione.»

Quali furono le maggiori difficoltà?

«Inizialmente ero scoraggiato, mi dissi ma come si fa ad ottenere quei dialoghi. Nel cinema è tutto più semplice, l’immagine si sostituisce alla parola, in teatro il gioco si complica, anche perché la lingua di Saramago rispetta la tradizione orale contadina, un continuo fiume di parole con poche virgole; inoltre cercavamo di ricostruire le battute dei vari personaggi rispettando la classe sociale di provenienza, differenziando il lessico. Un’altra criticità era lo spazio. Ricordo che dopo la replica per Benevento Città Spettacolo, Franco Quadri mi chiese incuriosito: “Ma come avete fatto ad allestirlo all’Elicantropo?” Conosceva bene il teatro – perché aveva già visto il nostro “Quartett” –  e anche la sua capienza e il suo spazio. Cercai di ricreare l’ambientazione iniziale della quarantena, un luogo murato, dove lo spettatore doveva percepire, entrando, l’idea dell’asfissia, l’idea di non poter fuggire. Misi gli spettatori nelle stesse condizioni di alcuni personaggi, come ancora vedenti ma in quarantena, isolati. Tutto lo spettacolo ero un percorso, seguendo i protagonisti, per ritrovare la luce. Quegli anni sono stati un tempo irripetibile. Dal punto di vista teatrale è stata uno dei pochi se non unica esperienza naturalistica, successivamente mi sono distanziato da questo tipo di messinscena, ma in quel momento c’era da resistuire la crudeltà e gli avvenimenti che si susseguivano, la perdita di umanità. Con Luca Panizzolo, un amico che lavorava con i non vedenti, studiammo come riprodurre i movimenti, come sviluppare l’udito e il tatto per sostituire la vista, insomma, tutti i particolari in modo tale che mai si potesse avvertire la falsità.»

Tutto curato al dettaglio anche in vista della presenza di Saramago a Napoli.

«La prima edizione andò in scena grazie al comune di Napoli, mi presentai all’appuntamento con l’assessore D’Agostino dicendo “Tanto lo so che mi dite no, ho completa sfiducia nella politica”, invece dimostrandomi la sua disponibilità, sorrise e mi rispose “Adesso le faccio tornare la fiducia nella politica, ma dobbiamo portare Saramago a Napoli”. Così debuttammo e ad ottobre ci preparammo per la seconda edizione con qualche cambio nel cast – la prima messinscena aveva come interpreti Raffaele Esposito, Peppe Celentano, Gabriella Cirino e Marianna Esposito – alla presenza di José. Una volta finito lo spettacolo, ci abbracciamo piangendo e mi disse “Io ho solo scritto un romanzo, tu gli hai dato la vita”. Per me quel momento fu di una gioia immensa, anche una grande liberazione: un conto è portare in scena uno spettacolo, un conto è rappresentarlo davanti al suo scrittore e quello scrittore. Fu uno di quei momenti in cui pensai “Mo’ pozze pure murì” anche se in questi giorni, confesso, spero proprio di no.»

La violenza dell’essere umano, la perdita di senso e solidarietà sono soltanto alcuni dei temi che affronta Saramago nel romanzo, fin troppo vicini ai giorni che stiamo vivendo.

«La decisione su chi far vivere o morire, il panico che tira fuori il peggio di ognuno di noi, ma ancor di più l’aspetto della quarantena, questo isolamento da cui non sai come e quando uscirai. Il coronavirus ha svelato l’egoismo della nostra quotidianità e quanto la vita umana valga nulla rispetto all’economia: il lavoro nelle fabbriche prosegue, il campionato di calcio non si sospende. L’economia condiziona la vita al punto tale di aver portato la sanità pubblica allo scatafascio. Noi non potevamo prevederlo, dicono, ma questo era il vostro obiettivo. Finito tutto questo, spero che cambi qualcosa, che si sveli la vera cecità umana in nome del profitto. Purtroppo io sono un pessimista: questo sistema nel quale viviamo è un ingranaggio talmente tanto accettato da tutti, che io sento dire con disinvoltura “Cosa importa se la malattia si espande? Tanto muoiono solo i vecchi”. Veramente posso pensare che è questa l’umanità che mi circonda? Noi siamo ridotti così, siamo isolati nei nostri egoismi, altro che nei nostri appartamenti; se questo periodo non è stata una lezione, l’umanità non ha speranza. Spero che ci torni la vista, se fossi Saramago lo direi come comunista ottimista, ma non lo sono, perché i nostri simili non sono simili a me.»

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