L’espediente letterario del ritrovamento di documenti antichi su cui costruire una storia è pratica piuttosto diffusa nella storia letteraria di tutti i tempi e di tutti i paesi.

Manzoni, a tal proposito, viene immediatamente in mente, anche in forza dello studio dei Promessi Sposi impostoci per legge dai programmi scolastici.

In tempi recenti” Il nome della Rosa “ di Umberto Eco, una vicenda di grande fascino nel cui svolgersi, avvincente ed inquietante, fa da “convitato di pietra” un misterioso volume, un vero cataclisma per gli equilibri filosofico-teologici, da tener lontano da occhi “indiscreti”.
Così nel “Quinto Evangelio” di Mario Pomilio.

Più raro il contesto in cui una storia prende corpo in seguito al ritrovamento di documenti autentici.

E’ quanto è accaduto ad Adelia Battista, attivissima protagonista della vita letteraria, segnatamente in area napoletana, riconosciuta “specialista” di Annamaria Ortese, la grande scrittrice vincitrice di un premio Strega, un premio Viareggio un Premio Saint Vincent, una personalità letterariamente poderosa.

La nuova fatica letteraria della scrittrice irpina è stata pubblicata in piena emergenza pandemica ( l’attività letteraria ed editoriale non si è fermata….) da una antica e prestigiosa Casa Editrice.

Si tratta di un interessante quanto avvincente volume ( Nina, vico storto Concordia 10 – Libreria Dante e Descartes – Napoli) dovuto alla inarrestabile ricerca letteraria di Adelia Battista che , dal ritrovamento di un “fondo” di fascicoli del Tribunale dei Minori di Napoli, salvati dall’umidità dei sotterranei dell’Albergo dei Poveri, da’ vita al romanzo.

L’Autrice, per un gioco, diremmo provvidenziale, del destino si trovava nelle stanze austere del Grande Archivio di Napoli e si lasciò conquistare da una di queste storie, storie autentiche e dolorose.

La storicità dei fatti è testimoniata dalla relazione, datata 15 luglio 1955 da due solerti agenti, che Battista riporta integralmente.

Sul “fascicolo” che si ritrova tra le mani costruisce i contorni di una serie di vicende umane ma anche il sustrato sociologico di una città e della sua storia in un periodo difficile e controverso per il nostro Paese e per Napoli in particolare.

Lo fa con grande garbo, con eleganza si direbbe : la storia di famiglie difficili, con padri e mariti violenti, il provvidenziale intreccio con le tante figure positive che pure fanno capolino nella bella storia, possono diventare materiale esplosivo in mani poco attente a trattare fatti e figure con elegante distacco seppur con una partecipazione emotiva che non deve mai debordare.

Del resto quei documenti “parlavano, veicolavano emozioni straordinarie” , come scrive nella robusta postfazione la psicologa Lia Sellitto.

Facile cadere nelle atmosfere da “sceneggiata” (isso , essa e o malamente….).
La storia che Adelia Battista costruisce sulla scarna successione di notizie “ d’ufficio” è trattata , invece, con straordinaria eleganza.

Che emerge nel pudore di chi è in grado di raccontare senza ritrovarsi sopra le righe, nell’abilità di delineare con tratto sicuro l’identità interiore dei personaggi, nell’arte di narrare in uno stile accattivante, quello stile che fa scrivere con travolgente entusiasmo a Chandra Candiani “…letto tutto d’un fiato Nina, bello, mai una sbavatura….Grazie ad Adelia Battista”.

Grande centralità per il personaggio della nonna (mamma per forza di cose) che Adelia Battista tratta da scrittrice consumata riuscendo a farcela amare mentre riscopriamo un mondo di valori che non è intelligente riferire, come stancamente si dice, “ai tempi che furono”.

Viviamo in un tempo e in un assetto sociale ricco di figure edificanti e di intrepida consistenza come la lavandaia Rosa che si carica della croce, quando comprende di essere una nonna “promossa” dalle durezze della vita al ruolo di mamma.

Un peso che le cade addosso ma anche, giova sottolinearlo, parafrasando Francesco Maria Piave, una “croce” che diventa “delizia”, quando, nonostante il conseguente moltiplicarsi del lavoro, assapora la gioia di guidare i destini di due adolescenti vissute in un Orfanotrofio della città.

Battista tratta Napoli e i napoletani con l’attenzione costante di rifuggire dai luoghi comuni (poche le espressioni riportate in lingua…napoletana), come tratta passaggi che in altre mani sarebbero potuti risultare “scabrosi” con elegante leggerezza, seppur consentendo al lettore la piena intelligibilità di un contesto cupo e inquietante.

E’ il mondo della Napoli popolare che ha “impegnato” tante figure della produzione letteraria in area napoletana.

Viene alla mente “Mese Mariano” di Salvatore Di Giacomo, poi felicemente messo in musica da Umberto Giordano, ma anche Mastriani e certi lavori della Serao.

A parte il fine poeta napoletano, intrepido Bibliotecario della Lucchesi Palli, con Mastriani e la Serao siamo , del resto, nel mondo del “romanzo d’appendice”.

Anche qui il pretesto di fatti autentici, presi di peso dalla cronaca ma storie francamente appesantite dalla denuncia sociale che si materializza in lunghi attacchi ai vizi, alle ingiustizie sociali, i silenzi della politica.

Il secondo ottocento italiano, che tanti tesori ha lasciato alla nostra storia letteraria ci lascia tanta “letteratura populista”.

Qui il “materiale autentico” che muove l’autrice attinge gli stessi esiti
attraverso una tessitura condotta con grande perizia e col valore aggiunto del giusto coinvolgimento emotivo.

Segno dei tempi, segno di un evidente spessore letterario.
Mentre campeggia tra le righe la lezione di Annamaria Ortese, il grande amore di Adelia Battista, della quale ricordiamo la grande capacità di rappresentazione nel mondo popolare delle genti del sud, addolcita e impreziosita dalla sua caratteristica, inconfondibile, vena visionaria…..

*Antonio Polidoro direttore della Biblioteca Diocesana di Avellino

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