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  • Lunedì 10 Dicembre 2018 - Aggiornato alle 02:45

Di padre in figlio: viaggio nella storia della Scandone

I primi 70 anni della Scandone nelle interviste ed i racconti dei piĂą importanti esponenti della societĂ  cestistica avellinese raccolti dai giornalisti Generoso Picone, Giovambattista la Rosa e Giuseppe Matarazzo

Di padre in figlio: viaggio nella storia della Scandone

“Senza la conoscenza del proprio passato non ci sarà mai alcun futuro. Senza il ricordo dei tabelloni grezzi di Via De Conciliis non si potrà vivere il presente degli sfavillanti palazzetti d’Europa. Senza il filo della memoria che si rinforza nessun progetto per l’avvenire potrà avere senso.”

GiĂ  nelle ultime righe dell’introduzione si può comprendere quello che è l’intento del libro “Di padre in figlio”, edito da Terebinto edizioni e scritto a sei mani dai giornalisti Generoso Picone, Giovanbattista La Rosa e Giuseppe Matarazzo. Un testo che non punta ad essere semplice almanacco bensì un racconto, fedele ma intimo, reale ma scritto con passione. Il libro ripercorre i primi 70 anni della storia della Scandone, ricalcando le imprese di cui la societĂ  irpina è stata capace in questo lasso di tempo, sottolineando i piĂą importanti traguardi non dimenticando mai i piĂą piccoli sacrifici dei vari protagonisti di questa storia. E lo fa utilizzando come tramite le testimonianze di chi ha partecipato in prima persona alla creazione e allo “sviluppo di questa comunità”, come la definisce Picone che, in occasione della presentazione tenutasi a Palazzo Caracciolo alla presenza delle piĂą importanti personalitĂ  della pallacanestro avellinese, Ciro Melillo, Menotti Sanfilippo, l’attuale direttore sportivo della Sidigas Avellino Nicola Alberani, del consigliere provinciale Gianluca Festa (anche autore dei primi punti irpini in serie A, come da lui stesso ricordato) e del delegato provinciale del Coni Giuseppe Saviano, rende immediatamente palese l’intenzione di raccontare l’importanza rivestita dal club nella societĂ  avellinese. Lo storico direttore de Il Mattino ha battuto con forza su questo punto, mettendo in rilievo la particolaritĂ  del legame tra la pallacanestro e la cittĂ  e la straordinarietĂ  della longevitĂ  del club. “Questa è una storia che va avanti da settanta anni e poche cose in questa provincia durano così a lungo. C’erano poche fonti scritte e quello che contava per noi, piĂą del mero dato statistico, erano le storie che ci sono dietro l’organizzazione della squadra, i sacrifici dei singoli. La conversazione iniziale rende l’idea di quello che volevamo. Adesso siamo in Serie A «ma siamo ancora qui con le scarpe che avevamo», per citare Rocco Scotellaro. Questa societĂ  è importante ed ha una sua consistenza strutturale, è’ un bene costruito e radicato. Mi auguro possa crescere ancora riuscendo nell’impresa di pianificare un sogno”. 

LE FOTO DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO "DI PADRE IN FIGLIO"

Presentazione del libro "Di padre in figlio"

Il libro è un racconto che parte con una bellissima intervista a Ciro Melillo e Menotti Sanfilippo e che si conclude in intime conversazioni con molte altre personalità del basket avellinese, come i coach Matteo Boniciolli e Stefano Sacripanti, passando per giocatori iconici come Yegor Mescheriakov (“una persona umile che ricorda tutto della sua esperienza qui ad Avellino. Il giocatore che ho avuto più piacere ad intervistare” dice di lui Giovambattista La Rosa) e Devin Smith.

Il lavoro svolto dai tre autori è volto a raccontare una storia di difficile narrazione, date le poche fonti documentari. Il risultato è, senza dubbio, influenzato dalle testimonianze raccolte ed è, quindi, viziato da alcune imprecisioni frutto di vuoti mnemonici di chi ha raccontato la propria storia. Queste piccole imprecisioni, tuttavia, non distorcono la realtà dei fatti e neanche dispiacciono agli autori che hanno, anzi, messo l’accento proprio su questo punto, evidenziando l’importanza della soggettività in questo libro, come fa Giuseppe Matarazzo parlando dei luoghi che hanno caratterizzato la vita del club. “Oggi identifichiamo il Pala del Mauro come la casa della Scandone, perché è il luogo dove si svolgono tutte le attività legate alla società. Tuttavia ci sono almeno cinque luoghi legati alla storia della Scandone e data la mancanza di documenti, tutti i primi 30 anni sono frutto delle testimonianze orali di chi ha vissuto quel periodo. Tutta la prima parte della storia della squadra è legata alla soggettività, diventata poi esperienza collettiva”. Una collettività che viene individuata come il legame principale tra la Scandone e i suoi tifosi, che vorrebbero, un giorno, vedere di nuovo protagonisti in canotta biancoverde un irpino, aspetto sollevato da Giovambattista la Rosa. “Alla Scandone è legata larga parte della mia vita. La generazione dell’81 con la quale ho giocato rappresenta tutt’oggi una larga parte delle mie amicizie. Mi auguro un giorno di poter vedere un avellinese essere protagonista con questa maglia o su questa panchina, il mio pensiero va, ad esempio a Marco Ramondino, che al momento è libero e che rappresenta un’eccellenza tra gli allenatori prodotti in città”

Lungo tutto l’arco narrativo si avverte l’esigenza di non voler dimenticare mai il senso di appartenenza ad Avellino della Scandone, una esigenza che viene richiamata con forza da Menotti Sanfilippo e rappresentata da un’istituzione della pallacanestro avellinese come Ciro Melillo, protagonisti della prima parte del libro e intervenuti durante la presentazione: “Ricordo ancora quando il custode lasciava aperto il cancello dell’istituto Amabile per permettere ai bambini di andare a giocare. E’ iniziato tutto da lì. Eravamo tutti autodidatti. Ci sono state personalità intorno a questa squadra che ne hanno caratterizzato la storia, non posso dimenticare di certo la generosità di tanti amministratori e l’impegno delle personalità più importanti, come Di Nunno. La Scandone per me non è una favola, ma una grande realtà.”

“Sicuramente oggi dobbiamo avere una visione diversa rispetto alla nostra epoca” dice invece Sanfilippo “ma sono altrettanto sicuro che si possa coniugare l’aspetto del rispetto con lo stare al passo coi tempi e con l’innovazione. La Serie A ha bisogno di importanti figure professionali, come Alberani, ma anche questi professionisti devono entrare nell’avellinesità della nostra comunità”.

Un aspetto che sembra aver toccato anche Alberani stesso, che sottolinea la necessità di calarsi nella realtà irpina per poter comprendere i sacrifici che hanno reso possibili i successi passati e che rendono oggi la Scandone una società ai vertici del basket italiano: “Ho letto questo libro e mi è piaciuto, mi ha aiutato a connettermi ancora meglio con la piazza. Nel libro ci sono un paio di tirate d’orecchi per tutti, dal primo giocatore all’ultimo dei tifosi: i primi dovrebbero leggerlo per comprendere cosa significa giocare per questa squadra, i secondi per ricordare che lo spirito di combattimento che ha portato avanti questa società negli anni difficili non deve mai venir meno. Sono avellinese di adozione e ho capito che questa terra è dura, tutti sono protagonisti di piccole conquiste giornaliere. Il dialogo tra Menotti e Ciro Melillo è educativo circa lo spirito di questa società che ha appena fatto 70 anni e a cui ne auguro altri 70”.

Ultima modifica ilMartedì, 23 Ottobre 2018 13:13

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