Dopo gli imprenditori nel campo dell’estetica e della pasticceria, abbiamo deciso di dare spazio a chi verrà presumibilmente messo in coda nell’ordine di riapertura delle attività: i bar, fulcro della movida avellinese.

Per tutti gli imprenditori è un momento duro, ma la possibilità di arrivare alla famosa fase 2 lascia qualche speranza a molti. Non a chi ha un’attività come quella del Tilt però, e infatti Felice Caputo ci tiene a precisare come lo shock che tutti nel mondo dell’imprenditoria hanno subito, per la sua attività, e quelle come la sua, continuerà anche durante la fase di riapertura. E il credito d’imposta sul fitto non può certo bastare per evitare la crisi di liquidità.

 “Noi avevamo già chiuso poco prima del decreto che poi ha obbligato tutti a fare lo stesso, precisamente il 6 Marzo. Avevamo aperto giovedì 5 senza eventi, giusto per confrontarci tra di noi. C’è un aspetto di rispetto virtuoso verso una scelta del genere, che è dovuta. C’è però anche un aspetto imprenditoriale da considerare: noi facciamo impresa culturale, e già la definizione fa comprendere che c’è una parte emotiva che ci lega alle persone, ma anche una che ha a che fare con gli impatti economici e sociali. Il lavoro che generiamo non è solo quello legato alla nostra attività in senso stretto, ma ha a che fare anche con tutte le figure che girano intorno al nostro mondo, come la security, il beverage e molti di loro hanno contratti a chiamata o con le cooperative. Sono loro quelli che stanno soffrendo di più in questo momento ed è giusto che un primo pensiero vada a loro.

Per il resto posso dire che gli aiuti fino ad ora sono stati quantomeno scarsi, a partire dalle decisioni prese sull’affitto: il 60% risparmiato sul credito d’imposta dall’anno successivo è assolutamente insufficiente in questo momento. Quello che andremo a risparmiare lo vedremo a fine anno, ed in questo momento la sofferenza vera è sulla liquidità. Noi stiamo facendo le nostre valutazioni ma la crisi di liquidità non si risolve indebitandosi ulteriormente. Noi abbiamo aperto il secondo locale dopo la brutta esperienza con il primo, per il quale siamo ancora in causa e che ci ha comportato una grossa perdita. Abbiamo fatto nuovi investimenti e quindi altri debiti ancora in essere perché la nostra è una realtà onerosa che cerca sempre di offrire l’ingresso gratuito per raccogliere ricordi e attimi di bellezza quanto più trasversali possibili. Per noi in un momento del genere, nel quale abbiamo 3 ragazzi in cassa integrazione e abbiamo una parte fissa delle bollette che continua ad arrivare, indebitarci ulteriormente, anche a tasso zero, significherebbe solo rimandare il problema più in là. Si tratterebbe praticamente di fare un’ulteriore scommessa. Noi siamo, a un’attività diversa, presso la quale si deve venire di proposito. Per conformazione, sia attitudinale che formale, viviamo di eventi e di aggregazione. Questo tipo di attività sono state le prime ad essere chiuse e saranno le ultime ad essere riaperte. Dalle notizie che ci arrivano posso dire che quello che per gli altri sarà la Fase 2, il recupero graduale, per noi sarà ancora una fase di shock. Quando a Maggio probabilmente si recupererà un po’ di mobilità e di normalità, sicuramente non saremo noi a giovarne, come è anche giusto che sia. L’industria della cultura sposta molto denaro e mi auguro che ci siano provvedimenti per tutelare chi ha fatto di questo lavoro la propria vita. Se devo dire che mi sento tutelato dalle autorità, in questo momento la mia risposta è no”.

E il tema degli aiuti economici da parte dello Stato non lascia contento neanche Gianpio Genovese, proprietario dell’Ultrabeat a Tuoro Cappuccini, che punta il dito contro l’ineffabilità e il mancato pragmatismo dei provvedimenti, senza dimenticare le difficoltà oggettive che ci saranno alla riapertura che rischiano seriamente di minare gli investimenti fatti finora.

“Gli aiuti sono per ora del tutto virtuali. È stato sì fatto un decreto però al momento non è arrivato ancora niente. Non vediamo la luce in questo momento, non c’è nulla di concreto e fattibile. È stato gestito male il tutto,  non sono questi gli aiuti di cui abbiamo bisogno. Dovremmo poter riprendere in mano le sorti della nostra attività e far fronte a tutti i nostri impegni per mettere il piatto in tavola ogni giorno. In questo momento stiamo a casa e lo facciamo per una giusta ragione, ma ci sono dei costi fissi come le bollette, i contributi e l’affitto. Per i dipendenti è stata approvata la Cassa Integrazione, ma sui fitti è stato fatto troppo poco. Il 60% sul credito di imposta è inutile, perché verrà scalato alla dichiarazione dei redditi e quindi il prossimo anno, ma i proprietari il fitto lo vogliono ora. Cosa ce ne facciamo di uno sconto tra un anno?

La situazione è molto negativa, soprattutto perché per il nostro settore ci sono state molte penalizzazioni: saremo gli ultimi a riaprire e bisogna considerare che quando lo faremo nulla sarà come prima per un bel po’ di tempo. Tutti gli investimenti fatti che si basavano sulle dinamiche dell’intrattenimento, che prevede che ci sia gente e socialità, saranno in parte vanificati dalle nuove dinamiche, molto legate anche alla mentalità della gente. Dovremo cambiare format, ma questo è un discorso che varrà per chi rimane: sono convinto che molti, che avevano difficoltà già prima del virus, non riusciranno a riaprire. Tra l’altro ci sono dinamiche economiche come i titoli in scadenza che provocheranno moratorie. Lo Stato dovrà cercare di venire incontro ai privati in qualche modo. Reinventarci, azione assolutamente necessaria, sarà molto difficile. Noi ad esempio siamo abituati a grandi numeri nel weekend e le spese fisse sono molto alte, non credo che possiamo sostenerci nella struttura che ad oggi abbiamo somministrando i caffè uno alla volta”.

Meno pessimista Roberta Capone, proprietaria del Ynot, che però evidenzia a sua volta la scarsa valenza del provvedimento riguardante il credito d’imposta sul fitto e che sottolinea come questa crisi potrebbe mettere in seria difficoltà le attività che hanno debiti accumulati.

Gli aiuti non sono bastevoli. Il problema principale è il fitto, che è sempre una delle cose che pesa di più per questo tipo di attività. Con le procedure stabilite si percuoterebbe sul prossimo anno come credito d’imposta al 60%, quindi questo presuppone che una attività deve stare aperta un anno per avere gli aiuti del governo. E questo è un pensiero difficile da considerare come equo, specialmente perché i proprietari stanno ancora richiedendo quanto dovuto, almeno a noi. Se dobbiamo far fronte a questo tipo di spese ora, diventa difficile avere la possibilità di andare avanti. Credo che uno dei provvedimenti più importanti che si possano prendere è quello di bloccare o quanto meno calmierare gli affitti. Per fare questo bisognerà aiutare direttamente i proprietari, sospendendogli le tasse che pagano sul locale. In questo modo saranno poi loro a poterci girare lo sconto. Per quanto concerne i dipendenti abbiamo richiesto la Cassa Integrazione. Non so quando verrà attivata, noi per ora ci siamo adoperati a pagare la prima settimana di marzo, che è quella dove siamo rimasti ancora aperti. Per fortuna con i fornitori noi siamo tranquilli, perché non avevamo debiti e quindi l’unica perdita saranno i prodotti scaduti.

La ripartenza credo sarà molto dura, ma bisogna prima arrivarci. Molti non sono fortunati e non hanno situazioni senza debiti come la nostra, per cui perdere questo periodo in cui ci sono Pasqua, il 25 aprile e il primo maggio potrebbe essere un colpo duro. Sono convinta che qualcuno avrà difficoltà a riaprire. Inoltre credo che ognuno di noi, quando riaprirà, vivrà una realtà un po’ diversa, più similare a quella dei circoli. La nuova situazione sarà simile a quella dell’ultima settimana di attività, con il metro di distanza obbligatorio. Se, come ha detto il sindaco, potremo mettere i tavolini fuori dal locale, forse la stagione estiva potrebbe essere un minimo gestibile, nonostante il flebile flusso di gente che penso ci sarà questa estate. Dobbiamo comunque sforzarci di pensare positivo”.

Ma le difficoltà legate al mantenimento degli standard finanziari adatti a supportare le spese, fondamentalmente invariate, che ogni mese questo tipo di attività hanno, sono grandi e difficilmente superabili, come ricorda Sandro Lauri, proprietario del BeviamociSu di Atripalda, che è ben cosciente delle difficoltà che dovrà affrontare di fronte ad una estate senza assembramenti.

 “Quando abbiamo capito l’entità della cosa abbiamo deciso di chiudere, quindi abbiamo smesso già prima del decreto. Sotto il profilo degli aiuti governativi devo dire che ci sentiamo un po’ abbandonati. Per ora ci sono state promesse delle cose che non sono ancora arrivate e i fitti e le bollette si accumulano. La nostra preoccupazione più grande, però, è quella legata alla condizione nella quale ripartiremo, che sarà gravate di queste spese che stiamo accumulando in un momento in cui non produciamo utili. Giocoforza la nostra attività è molto legata agli eventi serali e le limitazioni alle quali saremo soggetti non ci permetteranno di procedere come programmato.

Le misure che ci hanno proposto, in ogni caso, non bastano. Sia i 600 euro che il credito d’imposta rispetto a quelle che sono le esigenze. È giusto in questo momento dare la priorità all’emergenza sanitaria ma esiste anche il nostro settore, quello economico, che per lo più  è fatto di piccole e medie imprese che avranno tante difficoltà a riaprire. Per quanto riguarda i dipendenti, abbiamo fatto la richiesta di Cassa Integrazione ma non so quando sarà attivata. Il problema è che, data la situazione di paura, forse non saremo in grado di mantenere lo stesso numero di dipendenti. Io credo che lo Stato ci avrebbe dovuto dare una mano concretamente, anche perché il periodo delle feste e quello estivo sono quelli nei quali le nostre attività lavorano di più. Abbiamo perso completamente questa fase, nella quale dovevamo lanciare anche la bella stagione. Inoltre è impensabile credere di poter sostenere le stesse spese, legate ad affitto e bollette, oltre che alle tasse, avendo l’attività ridotta alla sola caffetteria. Spero che la situazione possa risollevarsi ma ho seri dubbi sul fatto che tutti in questo settore riescano a riprendere da dove avevano lasciato”.

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