«Ad Avellino sono rinato, dentro e fuori dal carcere di Bellizzi Irpino. Qui ho trovato una comunità pronta ad accogliermi che mi ha permesso di riappropriarmi di tutto quello che mi era stato tolto in cella. Nei venti anni in prigione mi avevano diseducato». Beppe Battaglia ricorda la sua esperienza nel penitenziario avellinese, uno dei ventotto in cui ha “soggiornato” durante i venti anni di pena a cui era stato condannato per essere tra i fondatori dei Gruppi D’Azione Partigiana ideati da Giangiacomo Feltrinelli e considerati l’embrione politico delle Brigate Rosse. Portuale genovese, oggi da pensionato continua la sua attività di volontariato nel carcere a custodia attenuata Sollicciano. Per due volte ha raccontato la sua esperienza tra le mura di una cella. La prima nel 2004 con il libro “Carcere e cittadinanza”. La seconda oggi con “Le tre libertà. Fotogrammi di un’evasione e altri modi d’uscita dalla prigione” presentato nel pomeriggio al circolo della stampa su iniziativa della Caritas. Non un manuale su come organizzare la fuga perfetta dal carcere, ma una riflessione sul concetto stesso di libertà e sullo stato attuale del sistema penitenziario italiano.

«Rileggendo il mio primo libro dopo anni, ho pensato che palle, è un mattone! Ed è così per tutta la letteratura che esce dal carcere perché parla sempre di un grumo di violenza insospettato dai cittadini ‘liberi’. Ho pensato quindi ad una lettura facile e veloce e, soprattutto, comprensibile dal mondo esterno. Abbiamo la libertà concessa, quella che dà il sovrano o la Costituzione che, conquistata col sangue, ci illudiamo duri per sempre ma non è così- spiega Battaglia- c’è poi quella comprata da chi, come raccontato nel libro, fa da spia per avere uno sconto di pena ed infine c’è quella “scavata”, dell’evasione intesa come un saper fare collettivo per conquistare la luce». Scontata la sua pena, in carcere Battaglia ha poi deciso di rientrarci da uomo libero a servizio dei detenuti come operatore sociale. Ed è proprio sulla scorta di questa sua seconda esperienza che oggi dice: «Il sistema carcerario italiano è ridotto a contenitore per il controllo sociale. Esattamente come accade nel mondo esterno, quando saltano i legami sociali, salta tutta una comunità perché chi finisce in cella non viene da Marte, ma dal pianeta Terra. Certo fuori la rabbia, le contraddizioni, i problemi si vivono attenuati nello spazio e nel tempo mentre in carcere tutto è inesorabilmente immediato, non c’è modo di mediare. Faccio il volontario da venticinque anni, posso dire che oggi è un mondo invivibile. Ai miei tempi (da carcerato) c’erano ancora dei legami sociali che consentivano di parlare di una comunità dentro le mura».

I legami che Battaglia ricorda con particolare affetto e trasporto sono proprio quelli avellinesi. «Qui sono rinato e ho superato la diseducazione a cui ero stato sottoposto nei venti anni di detenzione. Nel carcere di Bellizzi ho avuto la straordinaria fortuna di aver vissuto legami sociali, di aver conosciuto i valori e i modelli comportamentali di questa provincia. Ricordo ancora quel permesso premio che mi permise di uscire per la prima volta nel mondo reale dopo sedici anni. Ero come un marziano, non riconoscevo più neanche le monete per prendere un caffè al bar. Eppure questo territorio, in maniera consapevole ed inconsapevole, mi ha accolto dalla Caritas all’ultimo sindaco comunista di Tufo (Sandor Luongo) che fu tra i primi ad impegnarsi per l’applicazione della legge Gozzini dandoci in gestione un maneggio che sorgeva su un terreno di proprietà di una cooperativa. Mi sono avvalso di tutto questo bagaglio umano e sociale e ho ripreso a ricostruire quello che il carcere mi aveva tolto. Sono rinato grazie a questa comunità che non mi stancherò mai di ringraziare. La mia esperienza è la migliore risposta a qualche ex ministro che si augura che i detenuti marciscano in galera, non comprendendo l’effetto controproduttivo di tali affermazioni per tutta la comunità, dentro e fuori dal carcere».

IL DIBATTITO– A supporto della tesi di Battaglia, moderati dalla giornalista Giulia D’Argenio, Rita Bernardini deputata del Partito Radicale dal 2008 al 2013, Carlo Mele garante dei detenuti e Aristide Donadio psico-sociologo. Di ritorno dal Ferragosto in carcere, tour del Partito radicale per visite ispettive e di conforto ai detenuti nel periodo di maggiore solitudine, Bernardini ha raccontato: «se ancora oggi assistiamo ad abusi come quelli denunciati dai detenuti di Agrigento, che subiscono punizioni assurde come quella di essere lasciati nel corridoio di passeggio di notte e ammanettati, è perché fuori non ci si accorge di quel che accade in carcere. E’ necessaria una vigilanza sociale e collettiva, e parlare con cognizione di causa. Oggi il 25% della popolazione carceraria è costituita da tossicodipendenti, tanti poi sono i malati psichiatrici, così come i poveri spesso stranieri che non avendo potuto regolarizzare la loro posizione diventano preda facile della criminalità. I detenuto in sezioni di alta sicurezza, quelli condannati per mafia, sono solo dodicimila». Di uno stato di diritto negato all’interno delle mura carcerarie, parla Mele che, insieme alla Camera Penale, sta passando al setaccio le strutture irpine: «in carcere non funziona la sanità e l’ASL non interviene. Non funziona la giustizia, incontriamo spesso detenuti che non hanno mai visto il proprio avvocato di ufficio, il personale è insufficiente e, tra le altre cose, questo è uno dei motivi per cui l’anno scolastico non è ancora iniziato. Lo stesso collocamento degli istituti è spesso penalizzante finanche per i familiari che difficilmente possono raggiungerli, così come è impensabile trovare ancora oggi nelle celle i bambini figli di detenute. Il carcere diventa lo specchio della società che non funziona». Un sistema frutto di un cortocircuito perché, conclude Donadio, «la nostra è una società criminogena perché crea sofferenze, differenze e diseguaglianze, propone il successo come unico modello di vita ma non fornisce i mezzi per ottenerlo. Il carcere, erroneamente individuato come soluzione è invece per come è concepito una vera e propria scuola di malavita. Ecco perché va superato».

 

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